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miércoles, 5 de julio de 2017

Intorno Al Mondo Con Zia Mame (Italiano) (Patrick Dennis)

Intorno Al Mondo Con Zia Mame
Patrick Dennis

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BOMPIANI I 9 6 0
TITOLO ORIGINALE: AROUND THE WORLD WITH AUNTIE MAME
1958 by Patrick Dennis
Traduzione dall'americano di ORSOLA NEMI e HENRY FURST


Stampato in Italia - Printed in Italy
Proprietà letteraria riservata
Casa Ed. VALENTINO BOMPIANI & C. - S.p.A. V12, Senato n. 16
Alla sola e unica Rosalind Russell


LA ZIA MAME E LA POSTERITÀ
Siamo quasi a Natale e io lo vedo avvicinarsi con disgusto sempre crescente. Tutti i negozi che già per San Michael non avevano inaugurato le mostre festive si sono risarciti del ritardo con incredibile sfoggio per Ognissanti. Da tutte le parti si leva il belato degli inni di Natale in scatola. Da Saks, i commessi sono più immusoniti, da Lord e Taylor più altezzosi, da Bergdorf pili canaglie che in qualsiasi altra stagione. Da per tutto, intorno a me, vedo bambini condotti per mano a corteggiare il Babbo Natale dei reparti giocattoli per tirarne fuori i regali più costosi. Sui treni della periferia vedo ogni sera padri carichi di pacchi ingombranti, discutere non di tasse, non di politica, non del mercato delle valute, ma delle difficoltà che si incontrano nel montare trenini elettrici e biciclette inglesi.
Ho in orrore l'obbligo di andare ogni giorno in ufficio; tutto quel che vi trovo è inconcludente: un messaggio da quel borioso somaro giovane del Dipartimento di Stato per dirmi che ancora non si sono ottenute informazioni precise, ma che si insiste per averne; un cablogramma della contessa di Upshot (ex Vera Charles): è stata li lì per incontrarli ai funerali dell'Aga Khan, a luglio; a settembre, credeva di averli veduti all'aeroporto di Copenaghen; una lettera molto vaga del mio agente londinese, Percy (Cucca) Pankhurst, per annunciarmi che la sua agenzia investigativa segue ancora da vicino la traccia e intanto chiede un altro centinaio di sterline.
Anche di pia detesto il ritorno a casa, la sera. È una dimora di stile georgiano a Verdant Greens, comunità di duecento case in quattro stili diversi, a poco pia di un'ora da New York, se il treno non ritarda. Mia moglie e io detestiamo la casa. Detestiamo anche Verdant Greens. Vi si venne ad abitare quando nacque nostro figlio, affinché egli potesse avere dell'erba sotto i piedi, aria fresca e un'educazione piuttosto mediocre sotto l'occhio linceo di un gruppo di madri-ficcanaso di Verdant Greens, fornite di un saccente gergo psichiatrico. Ora, mia moglie e io siamo arrivati anche a detestarci fra noi. La nostra casetta mal costruita, troppo cara: sette stanze, due bagni e mezzo, attico per eventuale ampliamento, è diventata un guscio vuoto e risonante, il carcere dove si chiudono due esseri taciturni, soli e delusi. Il figlio per il benessere del quale si comprò la casa non c'è più. Ci fu rapito nel 1954.
Quando dico "rapito" non alludo a un biglietto ricattatorio, a una scala a pioli appoggiata al muro. Se ne andò via, dopo il suo settimo compleanno, coi nostri baci e le nostre benedizioni. E noi siamo andati a sventolare il nostro saluto a Idlewild, mentre il grande apparecchio della "Pan American" Io portava in India. Poi, non l'abbiamo pia veduto, e raramente abbiamo avuto sue notizie da allora, Cioè dal giugno del 1954. Era sottinteso che sarebbe tornato per la Festa del Lavoro, primo lunedì di settembre, in tempo per cominciare la scuola. Sono passati due anni e mezzo, e ora affrontiamo un altro melanconico Natale senza Michael in casa. E tutto questo perché la zia Mame si era incapricciata del bambino e volle portarlo via a fare una piccola gita!
Mia zia Mame è una donna d'eccezione. Mi ha allevato lei da quando a dieci anni rimasi orfano. Non perché qualcuno la giudicasse adatta a questo, tutt'altro, o perché lei ai suoi bei tempi, nel 1929, sentisse il più vago desiderio di occuparsi di un orfanello. Ma era la mia sola parente al mondo. Ci trovammo così messi insieme e dovemmo adattarci.
Ella però mi allevò nel suo modo confusionario, con orrore del mio tutore, il signor Dwight Babcock della Knickerbocker Trust Company, con orrore dei miei professori dell'Accademia di San Bonifacio in Apathy, Massachusetts (dove alla fine fui messo dal signor Babcock dopo un esperimento di educazione progressista tentato dalla zia Mame), e a volte anche con orrore mio.
Si visse in molti luoghi, la zia Mame e io. Prima del 1930 abbiamo abitato in un appartamento duplex a Beekman Place; allora la zia Mame era ancora la signorina Dennis, ancora ricca, ancora nella sua fase giapponese. Vivemmo in una ex scuderia a Murray Hill durante la Depressione, prima che la zia Mame trovasse amore, nozze e ricchezze anche maggiori come signora Beauregard Jackson Pickett Burnside, Per un poco vivemmo in una piantagione nella Georgia, con lo zio Beau. Poi, quando la zia Mame occupò il nono posto fra le vedove più ricche di New York, vivemmo in una grande casa di città a Washington Square. Vivemmo anche in diversi altri luoghi sparsi per il mondo finché io non divenni grande e mi sposai. Poi, l'indirizzo della zia Mame, ogni volta che si tratteneva abbastanza a lungo per avere un indirizzo, era Albergo St. Regis. Oggi, dove viva la zia Mame non lo so. Vorrei saperlo, perché là vive anche mio figlio Michael. Supponendo, si capisce, che il ragazzo sia ancora vivo.
Però, per quanto i metodi educativi della zia Mame siano stati poco ortodossi ed eccentrici - i suoi detrattori si sono persino serviti di epiteti come "depravati" e "pazzeschi" - ritengo che nessuna delle sue iniziative inconsuete mi abbia mai fatto del male.
Questa però non è l'opinione di mia moglie, Pegeen. Ieri sera, quando tornai a Verdant Greens, Pegeen mi aspettava sulla porta.
"Fa freddino fuori, cara," le dissi baciandola. "Niente posta? Voglio dire, per esempio, biglietti natalizi particolarmente terribili."
Pegeen sapeva perfettamente che cosa volevo dire e proseguì lei: "So benissimo che cosa vuoi dire. Vuoi sapere se vi sono notizie del nostro bambino o di quella pazza che l'ha portato via: no, non ve ne sono. Ti do la stessa precisa risposta di ogni giorno in questi ultimi quattro mesi. No! No! No! Dio mio, Patrick, non posso mangiare, non posso dormire, non posso nemmeno pensare, inquieta come sono per il mio bambino tra le mani di quella vecchia matta. Per quel che ne sappiamo, il povero Michael potrebbe essere morto e sepolto."
"Oh, mi sembra difficile. Si sarebbe saputo di sicuro."
"Saputo? E da chi? Sei cablogrammi, alcune misere cartoline scribacchiate alla peggio: il Taj Mahal, uno stabilimento di bagni a Tokyo, un convento nel Tibet, una casa d'affitto a Tel Aviv, l'Albergo Hilton di Istambul, il Festival Mozartiano, Animation sur la Plage da Cap d'Antibes, e un'altra mezza dozzina di cartoline simili e non una parola su nostro figlio, in due anni e mezzo!"
"Non è precisamente vero, Pegeen. Sia Michael sia la zia Mame sono stati bravissimi nel ricordarsi sempre i nostri compleanni, l'anniversario delle nostre nozze, Natale... e molto generosamente, per giunta. Io porto ancora quel cosa color mandarino..."
"Natale. Come osi pronunciare questa parola? Sarà il nostro terzo Natale senza un bambino in casa. Non lo sai forse che già tutto Verdant Greens chiacchiera?"
"Sono sicurissimo che chiacchierano, ma di rado in modo abbastanza interessante per..."
"Quel ragazzo ha quasi dieci anni. Non l'ho più veduto da quando ne aveva sette. Non sarà mai un cub scout,1 e io non sarò mai una den mother."2
"Non lo sarai mai, se io posso impedirlo."
"Bene, sì, lo ammetto, sono cose piuttosto melanconiche. Però se pensi a tutte le altre cose che perde il nostro bambino... Una buona scuola, La compagnia di bambini della sua età. Gli sport. La scuola di catechismo. Natale."
"Sciocchezze," dissi cercando di mostrarmi quanto più calmo e disinvolto mi fosse possibile. Infatti anch'io come Pegeen ero preoccupatissimo per la zia Mame e per Michael, ma non volevo che ella se ne accorgesse. "Come diceva sempre la zia Mame, io potevo sempre imparare di più in dieci minuti nel suo salotto che in dieci anni a scuola. E aveva ragione. Vedevo più bambini della mia età di quanti ne avrei voluto vedere, Per Natale, mi ha fatto sempre dei regali bellissimi."
"Per esempio?"
Mi venivano in mente tutte cose che difficilmente avrebbero consolato una madre in ansia: un coccodrillo vivo, una spada samurai, uno scimpanzé che mori subito, e l'iscrizione a vita a un Circolo di Cultura Arthur Murray. "Oh, non saprei, ma cose molto simpatiche."
"Ma non ti rendi conto che ci ha semplicemente rubato nostro figlio ? Se egli ora entrasse in questa stanza non riconoscerebbe i propri genitori. Oh, capisco il suo giuoco, sono donna anch'io. Lei se lo vuole appropriare interamente, vuole legarlo a sé, insegnargli la vita come la intende lei, la vita come la vede Mame Dennis Burnside, e cosa finirà confusionario e stravagante quanto lei."
"Scusa," dissi, "ha allevato me da quando avevo dieci anni sino al momento in cui me la sono battuta, cioè fino a quando conobbi te. Ti sembro stravagante? Non faccio la doccia ogni giorno? Non riesco forse a conservarmi un buon posto in una ditta famosa ? Tengo forse in cantina una collezione di stivali o di fruste ? Non pago le tasse e non torno a casa tutte le sere col treno delle sei e zero tre ? A volte vorrei essere un po' più pittoresco, un po' meno noioso."
"Anch'io. Ma questo non c'entra. Il fatto è che tua zia ha portato via quel bambino due anni e mezzo fa. Mi ha promesso che sarebbe tornato a casa per la Festa del Lavoro, e siamo nel 1957 e..."
"Non essere ingiusta, Pegeen. La zia Mame non ha detto per quale Festa del Lavoro."
"Non interrompere. A poco per volta ha preso il sopravvento. Ha cominciato con un cablogramma in cui supplicava di poterlo tenere sino a Natale. Non avrei mai dovuto acconsentire, invece ho acconsentito. Poi una lunga lettera per dire che Michael era tanto bravo a sciare, e come era meravigliosa la neve a Chamonix, e che Michael aveva tanta tanta attitudine per il francese. Fu il francese che mi vinse. Lei lo sapeva che ho un debole per Racine."
"A me invece è parso sempre piuttosto noioso."
"Poi, abbiamo saputo che la benefica zia aveva portato il nostro ragazzo dentro uno scafandro fra pescicani, barracuda e non so che altro."
"Ma ti eri lamentata che non facesse dello sport."
"Poi si è presentata quella meravigliosa occasione di entrare nella città proibita e di giocare col Dalai Lama. Poi, c'è stata l'udienza papale. Poi, il Diacono Rosso di..."
"Ti eri lamentata per via della religione..."
"Mi lamento di tutto. Era già brutto quando si sapeva dove si trovavano. Ma durante questi ultimi quattro mesi non abbiamo ricevuto né una lettera né un cablogramma, nemmeno un rigo scribacchiato sopra una cartolina postale. Quella matta di tua zia probabilmente ha abituato quel bambino innocente a fumare, a bere, e prendere le droghe..."
"Ora non essere ridicola. Michael rubacchiava le sigarette prima di avere sei anni. Gli hai sempre permesso di annusare quella roba che adopri per toglierti lo smalto dalle unghie. E quel vecchio di tuo padre gli ha fatto ingoiare la birra col biberon. Può darsi che la zia Mame non sia ortodossa, però ci si può fidare di lei. Personalmente non ho la minima preoccupazione," mentii.
"Vedi! Ti ha allevato in un modo tale che tu ora sei un padre snaturato. Io invece sono preoccupata e parecchio! Mi sento male per la preoccupazione. Lui è troppo bambino e lei è troppo vecchia,"
"Ti caverebbe gli occhi se te lo sentisse dire. Del resto, è una compagna di viaggio deliziosa, lo posso attestare. Mi ha condotto a fare il giro del mondo e dove sono adesso? A Verdant Greens. Ingrasso, perdo i capelli, sono sposato, sistemato e attempato."
"Quando ti ha fatto fare il giro del mondo?" "Oh, molto tempo fa. Prima della guerra." "Perché non me ne hai mai parlato?"
"Non te ne ho mai parlato? Bah, probabilmente non c'era gran che da raccontare. Sai, Pegeen, roba da turisti."
"Abbiamo davanti a noi tutta la notte. Puoi cominciare a raccontarmelo adesso. Quando, precisamente, avete fatto questo grand mar?"
"Oh, molto tempo fa. Saranno dieci, quindici, venti anni fa. Nel 1937, dopo che fui esp... dopo che finii i corsi all'Accademia di San Bonifacio; prima di entrare all'università."
"Quanto tempo siete stati via?" domandò Pegeen.
"Be', per un periodo indeterminato. Quasi tutti i viaggi della zia Mame durano periodi indeterminati, raramente lei arriva in tempo. Questo può spiegare perché Michael tarda tanto a tornare in patria."
"Due anni e mezzo?"
"Perché non beviamo qualcosa, cara?"
"Stai seduto e comincia a parlare. Ti posso ascoltare mentre preparo da bere. Su, comincia."
"Ma veramente non c'è nulla da raccontare. Michael andò in India. Hanno cominciato da quella parte. Noi andammo nell'altra direzione."
"Quale altra direzione ?"
"Ebbene, siamo salpati nel maggio del 1937 sul vecchio Normandie. Che nave era quella!"
"L'ho veduta," disse Pegeen, consegnandomi il bicchiere. "Va' avanti."
"Bene, non volevamo prendere con noi Ito..." "Vuoi dire quello sciocco maggiordomo giapponese che ridacchia sempre?"
"Ito è sempre stato un ottimo amico," dissi dignitosamente. "Sia per la zia Mame, sia per me, Infatti, ci raggiunse dopo, però eravamo partiti soli. Appartamento Deauville sul Normandie, pranzi alla tavola del capitano, tutto il lusso e l'etichetta immaginabili. Tutto qui, pressappoco."
"Va' avanti," disse Pegeen con un tono di voce che significava: 'Non scherzo.' "Bene, se la memoria non mi tradisce, il Normandie di solito approdava in Francia."
"E così?"
"E così andammo a Parigi."
LA ZIA MAME E LA "VILLE LUMIÈRE"
"Sei proprio ridicola a preoccuparti in questo modo," dissi a Pegeen, cercando energicamente di nascondere la mia preoccupazione. "Come potrebbe succedere qualcosa al ragazzo viaggiando per il mondo con la prozia? Una donna anziana non è davvero quella che potrà rovinare un bambino di dieci anni."
"Si è data certo abbastanza da fare con te," disse Pegeen.
"Ma è enorme, quel che dici," bofonchiai. "Non ha fatto mai nulla di simile. Prendi Parigi, per esempio. La maggior parte delle persone che cosa riporta da Parigi ?"
"Una malattia venerea."
"Ma noi Riportano ricordini: la Torre Eiffel, il Louvre, Versailles; capisci, cosette di questo genere."
"E tu che cosa hai fatto, quando ti ha portato a Parigi?"
"Be', niente di speciale. Voglio dire che siamo andati nei soliti luoghi: Notre Dame, il Bon Marché, Chez Maxime. Abbiamo visitato tutti i musei, le gallerie, le chiese e..."
'"E?...»
"Ah, sì. Una volta siamo andati anche al Teatro Nazionale Francese."
"E basta? Tutto qui?"
"Tutto qui."
Non era tutto lì, ma avrei preferito essere impiccato per i pollici piuttosto che raccontare alla povera Pegeen della zia Mame a Parigi.
"Ah, Patrick, mio piccolo amore," disse la zia Mame stringendomi la mano, "non senti la magia di Parigi? Paris mon coeur La Ville Lumière!"
Il tassi sbucò dalla via St.-Honoré con un movimento brusco che fece cadere la zia Mame sul fondo. "Merde!" ella disse.
Io risposi di si, che sentivo la magia di Parigi; ma non credeva la zia Mame che si sarebbe sentita molto, ma molto meglio se si fosse appoggiata tranquillamente alla spalliera del sedile fino a quando non si fosse giunti all'albergo? Ella stava ancora aggiustandosi l'audace cappellino tutto spinto su un occhio, quando il tassì con impeto ridotto fece il giro di Piazza Vendôme e si fermò al Ritz.
Per la zia Mame, Parigi era più un magazzino Macy's che una metropoli, e al Ritz eravamo a quattro passi da Schiaparelli, da Chanel, da Elizabeth Arden, da Cartier e dalla maggior parte degli altri reparti che alla zia Mame piaceva tanto frequentare. Fu beata quando vide ad attenderla nel suo salotti- no un immenso mazzo di fiori, mandato da Cesare Ritz in persona.
"Ah! il caro vecchio signor Ritz," disse nostalgicamente. "Non mi dimentica mai."
"Pochi ti dimenticano," dissi io apprezzando lo splendore dell'appartamento Luigi XVI.
La zia Mame si tolse i guanti, diede una mancia esagerata agli uomini che avevano portato i bagagli e guardò trasognata dalla finestra nella direzione approssimativa di Schiaparelli.
"Ah, Patrick, mio piccolo amore," disse un'altra volta. "Paris mon coeurl Rivedere questa città favolosa, civile, attraverso i tuoi giovani occhi azzurri. Paradiso! Ora, sii un tesoro e ordinami un bel sidecar3 e qualchecosa anche per te, si capisce, mentre io mi organizzo e telefono a Vera. È alloggiata qui anche lei, si capisce!"
Il centralinista del Ritz si era appena rimesso dall'urto coi miei verbi irregolari francesi, come li avevo imparati all'Accademia di San Bonifacio, quando la zia Mame tornò sgonnellando nel salotto e si impadronì del telefono. Dopo un paio di violente scosse elettriche e una lunga interruzione, la zia Mame fu messa in comunicazione con Vera Charles. Seguì un rapido crepitio di svenevole francese. "Vera, chérie," gridò la zia Mame, "c'est moil Je suis ici... Ho detto, Vera," tradusse impaziente la zia Mame, "sono Mame. Sono qui, al Ritz. Anche Patrick. Scendi subito. Â bientôt... No, sciocca, vuoi dire che ci vedremo fra un momento,"
La zia Mame riagganciò il microfono e apri drammaticamente le braccia. "Ah, mio piccolo amore! Non è divino? Avere qui te e tutta l'Europa da farti vedere prima che tu te ne vada all'Università! Un compagno giovane, intelligente, attraente, col quale posso godere la più graziosa cultura di una civiltà tanto più antica e pii saggia della nostra. Tu, l'Europa, e anche Vera. Oh Patrick, me lo sento dentro: questa sarà l'estate più meravigliosa di tutta la mia vita! Ma dove diavolo è il cameriere col mio drink, e perché Vera non viene?"
Fu bussato alla porta, erano Vera e il cameriere, sebbene Vera fosse riuscita a levare il sidecar della zia Mame dal vassoio e ne avesse bevuto la metà.
"Tesoro!" disse la zia Mame.
"Tesooro l" disse Vera.
Vera Charles non ha bisogno di essere presentata a chiunque sia stato a teatro nel periodo fra la Guerra Civile e quella di Corea. Era un manichino, carico di leggenda, autentica stella, si diceva che avesse fatto morire più impresari teatrali lei dell'alcol, del cardiopalma e del suicidio messi insieme. Era anche, quasi sempre, la migliore amica di mia zia Mame. In quel giorno aveva un aspetto molto parigino, con indosso un tailleur di Molyneux, perle, pellicce di volpe, i capelli tinti d'henné e pettinati alti sulla fronte, e una faccia di almeno dieci anni più giovane di quella che le avevo veduta due anni prima.
"Mame, tesoro," disse Vera teatralmente, "che peccato tu non abbia potuto assistere alla mia conquista di Londra! Ma ora sei qui, a Parigi, per vedermi conquistare questi frogs."4 Vera era nata e cresciuta a Pittsburgh, però parlava con una così risoluta eleganza nello stile di Mayfair che nemmeno gli inglesi capivano molto di quel che diceva. Può darsi, o non può darsi, che da questo dipendesse il suo enorme successo sul palcoscenico di Londra. Le signore si abbracciarono ancora, strofinarono le guance l'una contro l'altra, poi Vera parlò di fatti concreti.
Questo significa che per la seguente mezz'ora Vera parlò esclusivamente di Vera. Ci raccontò come aveva fatto scalpore a Londra, come era stata la delizia della Corte, come da Parigi le avevano scritto supplicandola di venire quale attrattiva speciale in quell'estate dell'Esposizione, probabilmente per aumentare il lustro di sconosciuti artisti quali Noel Coward, Yvonne Printemps, Sacha Guitry, Maurice Chevalier e josephine Baker che recitavano tutti a Parigi in quella stagione. Tornò il cameriere con un vassoio di sidecar, e mentre le due signore bevevano, Vera diveniva sempre più espansiva.
"Si, tesoro," disse, "una cosa è avere tutta l'America ai propri piedi, una cosa essere l'idolo di Londra, ma per un'attrice della mia statura quel che ci vuole è un trionfo sul continente. E ora tu sei qui, tu, la mia più cara e vecchia amica, venuta a dividere questo trionfo con me!" Vera sorrise con eleganza e allungò la mano per prendere un altro sidecar.
La zia Mame si interessava molto di teatro. Infatti, lei e Vera si erano conosciute durante la prima guerra mondiale, in una compagnia che girava per le provincie rappresentando Ciu Cin Ciao. Esse avevano beatamente sgambettato nella seconda fila del coro finché mio nonno venne a saperlo e rimandò a scuola zia Mame. Però ella era rimasta un'appassionata del teatro e pretendeva di avere la polvere del palcoscenico nel sangue.
"Ma è una cosa divina, Vera," gorgheggiò la zia Mame. "Patrik e io non mancheremo alla tua prima e ci spelleremo le mani per applaudirti, Ma dimmi, tesoro, in che lingua intendi.,"
"In francese, naturalmente," disse Vera altezzosa.
Ci sembrò molto strano. Vera parlava appena l'inglese.
"Ma Vera," disse la zia Mame, "che commedia è?"
"Non è precisamente prosa, cara," disse Vera nervosa. "Sono le Folies-Bergère."
"Vera!" disse zia Mame, "non tornerai mica al varietà, dopo tanti anni?"
Se c'era una cosa che Vera non aveva piacere di sentirsi rammentare era il suo umiliante inizio in un varietà di provincia: anche se a quei tempi il varietà era una cosa più pulita, non pareva molto adatto alla Prima Signora del palcoscenico americano. "Certamente no, Mame," disse con freddezza Vera. "Ma il fatto è questo, che in Francia le Folies-Bergère sono la Commedia dell'Arte. Non v'è nemmeno passerella, semplicemente una specie di promenade illuminata intorno alla platea. Ho accettato una parte seria, quella di Caterina la Grande. È una parte tragica. E quel che più conta," — a questo punto Vera perse l'accento del palcoscenico e ricadde nel puro accento di Pittsburg di cui si serviva quando si arrabbiava o quando discuteva questione di denaro — "mi pagano duemila bazookas — dollari, bada, non franchi — la settimana, per un lavoro di quindici minuti la sera e niente recite diurne."
Anche così la zia Mame non era sicura che fosse opportuno per Vera accettare di abbassarsi tanto fino a mostrarsi in un teatro di varietà, anche se le Folies-Bergère erano in certo qual modo il Palace d'Europa. Costretta così a spendere denaro, Vera si accostò con gesti eleganti al telefono e ordinò al portiere di procurarle tre posti alle Folies-Bergère, per quella sera, e dì metterli in conto a lei, Vera Charles.
Sedemmo ai nostri posti un momento prima che l'orchestra cominciasse ad accordare gli strumenti e subito dopo che io avevo imparato come in Francia si dà la mancia alla maschera, esperienza preoccupante e costosa se, per combinazione, non si hanno spiccioli in tasca. Poi, le luci si spensero, il sipario si alzò, le Folies-Bergère ebbero inizio con strepito in tutto il loro falso splendore. Veramente, le Folies erano allora quel che sono oggi, una specie di Radio City Music Hall, con le poppe in più, pii sfarzo e minore capacità di mestiere. In quei tempi di anteguerra lo sfarzo era anche maggiore, forse perché scene e costumi erano tutti pigi nuovi e le ragazze parecchio più giovani.
Però era sempre il medesimo spettacolo interminabile che è ancora, perché il varietà francese si gloria più della quantità che della qualità. C'erano le solite coriste inglesi, le girls ungheresi, (negli spettacoli di varietà francesi quasi nessuno è francese) che ogni tanto urlavano "Allò, 'oney!" in un miscuglio di svariati accenti francesi, a beneficio delle persone di lingua inglese che si trovavano fra il pubblico. C'erano i soliti equilibristi e i soliti numeri di volgare prosa; i ciclisti, gli acrobati, le soprano, gli uomini vestiti da donna, i contorsionisti. Poi vi furono i quadri viventi con effetti sottomarini, effetti di fontane, effetti di fuoco, effetti di specchi e, si capisce, girls.
Le girls scendevano dal cielo del palcoscenico, balzavano su dalle botole della cantina. Girls pericolosamente appese ai fili di ferro, o in cima a vacillanti colonne, Girls marciavano in colonna lungo i passaggi fra le poltrone o scendevano lungo difficili gradinate. Girls giravano coperte di pagliette opache, con parrucche sporche, piume tarlate e pellicce spelacchiate trascinandosi dietro sporchi strascichi.
Verso la fine del primo atto, la zia Mame cominciò a sonnecchiare. Vera malignamente le diede un pizzicotto.
Seguitavano ad arrivare girls. Girls che dondolavano apaticamente i fianchi e le maracas5 nel numero dell'America Latina. Girls che barcollavano sotto immensi paniers nel numero di Versailles. Girls rabbrividenti con la coda di sirena e la pelle d'oca nel numero sottomarino; girls piegate sotto il peso delle maschere di finto avorio nel numero cinese, che poi tornavano a ripresentarsi imperterrite con la crinolina e i riccioli a cavatappi nel numero della Vecchia Piantagione, per il quale un gruppo di spirituals era stato riguardosamente tradotto in francese. Come ho detto, le Folies-Bergère diedero un mucchio di roba agli spettatori per il denaro che avevano speso.
"Vera," disse la zia Mame soffocando uno sbadiglio durante il numero degli Uccelli del Paradiso, "non dici mica sul serio quando parli di prestare il tuo talento a un malinconico carrozzone come questo?"
"Stai zitta," sibilò Vera. "Il grande sketch tragico viene ora."6
Infatti, venne.
La regina tragica, in quella edizione delle Folies, era Maria Stuarda. Era tragica, senza dubbio, ma almeno non si spogliava. La zia Mame si senti tremendamente sollevata nel vedere che la sua amica Vera non avrebbe dovuto fare altro che girare per il palcoscenico ruggendo di amore e di dolore, cambiando rapidamente uno sfarzoso vestito dopo l'altro.
"Va bene," disse la zia Mame. "Ora ho visto. Andiamo via."
Mentre si usciva, le girls, parate alla peggio con trine sporche e tricorni, salivano in gondole pochissimo capaci di reggere il mare, per recarsi al grande numero veneziano.
"Che boiata," proclamò la zia Mame, e così definì le Folies-Bergère.
Però si rendeva conto che Vera obbediva solo alla cupidigia: duemila dollari la settimana erano una somma inaudita nella Parigi del 1937. E per dire la verità, Vera avrebbe venduto la propria madre al diavolo per duemila dollari in contanti.
Dopo quella prima sera a Parigi, la nostra vita segui una specie di trantran. La mattina me ne andavo per conto mio a vedere quel che volevo, mentre la zia Mame e Vera ordinavano cataste di vestiti nuovi con orli audaci, alti quindici pollici, da Vionnet, Alix, Maggy Rouf e Lucien Lelong. Arrivavano tutte e due a colazione con abiti nuovi che definivano "carichi di pizazz." C) Non ridete, le donne avevano un aspetto molto migliore nel 1937 che in questo anno corrente. Nel pomeriggio, Vera andava alle Folies-Bergère per provare la parte di Caterina di Russia e la zia Mame mi conduceva con sé per qualche sua personale missione. Conosceva una quantità di francesi celebri e in genere era accolta a braccia aperte da Colette o da André Gide o da Christian Bérard o da altra gente artistica di quel genere. La zia Mame a New York aveva una specie di salotto suo e le piaceva rendersi conto della concorrenza estera. Se in un determinato pomeriggio nessuno riceveva, andavamo a vedere qualcosa di interessante, o a visitare l'Esposizione di Parigi che si stendeva lungo la Senna da Piazza della Concordia fino a sopra il Trocadero. Dopo avere assimilato qui una sufficiente dose di istruzione, si finiva al Club des Oiseaux della signora Lanvin, in cima al Pavillon de l'Elégance, dove la zia Mame poteva riposarsi i piedi, prendere un drink forte e guardare altri vestiti.
Ogni sera la zia Mame e Vera indossavano nuovi abiti carichi di pizazz, mi costringevano a mettermi lo smoking e ce ne andavamo in qualche ritrovo alla moda, come Chez Maxim o Les Ambassadeurs, dove la zia Mame e Alberto, il mâitre d'hótel, si impegnavano a ordinare il pranzo come se progettassero la creazione dell'uomo. Poi andavamo a un teatro scelto dalla zia Mame, come la Comédie Française, o a una buona lugubre tragedia francese o a una cosa leggera e ariosa come I Tre Valzer.
Si andava poi in una bolse de fluii, come Bricktop o Suzy Solidor o il Boeuf sur le Toit, e finalmente si tornava all'albergo, dove zia Mame apriva tutte le finestre, mi portava fuori sul balcone per la sigaretta della buonanotte e mi raccontava un mucchio di cose sulla storia di Francia, di quella volta per esempio che ella capitò distrattamente in un bordello, di quanta saggezza c'è dietro la istallazione dei bidet, e della linea Maginot che aveva reso praticamente inattaccabile la Francia. Ogni giorno era tutto occupato.
Il nostro idillio parigino ebbe bruscamente fine nei giardini di Versailles quando ci imbattemmo nel mio fidecommissario, il signor Dwight D. Babcock della Knickerbocker Trust Company, armato di guida, kodak, sediolino a bastone, e fiancheggiato dalla moglie Eunice e dal figlio Dwight Junior.
Ero rimasto orfano all'età di dieci anni, e zia Ma- me era la mia tutrice. Però, per le disposizioni piuttosto stravaganti del testamento lasciato da mio padre, il signor Babcock, in qualità di fidecommissario, aveva la soprintendenza assoluta sul modo in cui venivo educato e allevato e carta bianca per esercitare la sua autorità quando riteneva che la zia Mame facesse qualcosa di troppo stravagante. Durante gli ultimi sette anni, alla sua autorità era stata lasciata la briglia sul collo. Il signor Babcock era un bancario. Viveva a Scarsdale. Portava occhiali non cerchiati e colletti alla Herbert Hoover. Si formava le opinioni sul Literary Digest, sul Dun and Bradstreet Reports e sul Wall Street Journal.
Zia Mame fu la prima a ritrovare la parola. "Ma, signor Babcock, che bella sorpresa! Che piacere rivedervi, Alice!"
"Eunice," disse la signora Babcock correggendola senza sussiego.
"Si capisce, Anice! E Junior!"
"Ih!" disse Junior, senza enfasi.
"Sono certa che avete bisogno di una buona vacanza, signor Babcock," disse zia Mame. "Non adorate la Francia? È il vostro primo viaggio?"
"No, davvero," disse secco secco il signor Babcock. "Sono già stato qui con le Forze di Spedizione Americane nel Diciassette, Se allora avessi saputo quel che so ora di questi francesi, decadenti, arroganti, disonesti, avrei preferito andare in carcere prima di alzare un dito per difenderli. Di tutta la gente corrotta, indolente, truffatrice..."
Vidi l'antico sguardo di Giovanna d'Arco spuntare sul volto della zia Mame, ma non era il momento di intavolare una discussione col signor Babcock sui gruppi etnici né su qualsiasi altra cosa, del resto. "Dove siete alloggiato, signor Babcock?" domandai a voce troppo alta e con troppa fretta perché la zia Mame potesse lanciarsi in uno dei suoi grandi discorsi.
Mi rispose la signora Babcock: "Siamo alloggiati presso alcuni cugini miei, Patrick. Il dottore Gilbreath e signora. Sono stati missionari a Saigon per molti anni e ora hanno, vicino a Neuilly, un ostello per giovani studenti di teologia che devono andare in India."
La zia Maine rabbrividì.
"Che bello!" dissi in fretta.
"Bello!" ringhiò il signor Babcock. "Tu dovresti vedere quel che in quella casa si chiamano istallazioni igieniche, non..."
"Sì, è bello" disse incerta la signora Babcock. "Vivono una vita molto semplice. Servono del buono, semplice cibo americano. Abbiamo portato con la San Bonifacio, e di lui meno si parla e meglio sarà. Era esattamente come il padre, con l'acne in "Beh! questa, ehm, ah, certamente è una sorpresa," disse il signor Babcock, col sottinteso che si sarebbe aspettato piuttosto di trovarci in un covo di fumatori d'oppio della via Mouffetard. "Mi era parso che foste scappata in Europa con Patrick, senza il mio permesso. Inutile aggiungere_ però non... ah, ehm."
Quando voleva, la zia Infame sapeva col suo incanto fare scendere gli uccelli dagli alberi. Nemmeno il signor Babcock era del tutto immunizzato contro il suo potere, sebbene avesse ottime ragioni per diffidarne.
"Caro signor Babcock," ella disse facendosi venire le sue più graziose fossette, "perché avrei dovuto far perdere del tempo a un dirigente troppo occupato come voi per una insignificante sciocchezza quale è quella di condurre mio nipote in un viaggetto d'istruzione in Europa prima che inizi, in autunno, la sua vita universitaria? Immagino benissimo quel che dovete provare voialtri, maghi della alta finanza, seduti laggiù a Wall Street, mentre combinate un grosso colpo di Borsa, quando dovete deragliare tutto il treno dei vostri pensieri per dare ascolto a una vecchia vedova isterica che vi telefona qualche sciocca interrogazione sul conto del droghiere. Deve essere una cosa da impazzire."
"Lo è," ammise il signor Babcock con un sorriso acerbo, "uhm, sì, uhm, a volte cose così sono molto irritanti."
Vedevo che il fascino della zia Mame cominciava a operare: gliene ero terribilmente grato perché mi mancavano ancora parecchi mesi ad arrivare ai di noi una cassetta intera di burro di arachidi, sembra sia l'unica cosa che gli studenti bramino davvero. Ogni sera dopo cena fanno con la lanterna magica interessantissime proiezioni dei loro viaggi."
"Che bello!" dissi di nuovo, ma senza convinzione.
"Sì-ì," disse pensosa la signora Babcock, "è bello, però mi ero sempre immaginata Parigi come_ un poco allegra, non so... Caffè all'aperto, bei vestiti e... Oh, è riposante, i miei cugini, i Gilbreath, sono una coppia ideale,.. Ma..."
Non ci voleva un grande intuito per indovinare che il primo viaggio all'estero della signora Babcock era un fallimento. Persino zia Mame ebbe compassione di lei, e improvvisamente disse: "Sapete che cosa facciamo, Eunice? C'è un meraviglioso piccolo ristorante proprio qui a Versailles, con terrazza, giardino e una cantina magnifica e..."
"Avete intenzione di mangiare nel sottosuolo?" domandò cupamente il signor Babcock.
"Non bevono vino," dissi sottovoce alla zia Mame.
"Be', un luogo davvero divino," proseguì rapidamente la zia Mame. "Dovete venirci, invito io. Qui fa tanto caldo e..."
La signora Babcock parve pallidamente speranzosa e la zia Mame concluse l'accordo prima che il signor Babcock potesse aprire bocca per dire di no. "Sono qui, una povera sciocca vedova, esattamente simile a quelle che affliggono voi, signor Babcock. Ho davvero bisogno di una solida testa finanziaria accanto, per aiutarmi a contare i franchi, a pagare il conto, e a dare la mancia ai camerieri. E poi, sapete..."
Fu un appello diretto al patriottismo del signor Babcock. Sentii che sarebbe andato all'inferno pur di salvare un altro americano dalla rapacità dei francesi. In una specie di tregua armata andammo al piccolo ristorante scelto dalla zia Mame.
Era un buon ristorante, quasi un grande ristorante, e siccome i camerieri ricordavano le visite precedenti della zia Mame, si fecero in quattro per metterci a nostro agio. La zia Mame faceva proprio la Graziosa Padrona di gasa. Vi furono solo due o tre momenti pericolosi.
Il primo, quando il mâitre d'hotel disse: "Madame desidera un cocktail, del vino?"
"Ma, credo..." cominciò zia Mame.
"No," disse il signor Babcock prendendo lui il comando.
La zia Mame fece il viso di chi riceve una pugnalata, però si riprese subito. Con un'astuta smorfia disse: "Nulla di alcolico, per favore. Portate soltanto una bella bottiglia di Veuve Cliquot. Un magnum, direi."
"Che cosa sarebbe?" domandò il signor Babcock, "È una specie di succo d'uva con bicarbonato, signor Babcock. Succo d'uva di Catawba. Credo che vi piacerà. Cosi rinfrescante, in queste giornate calde."
"Che bello!" disse la signora Babcock.
Fu versato lo champagne e nessuno vi trovò nulla da ridire.
Quando il signor Babcock domandò che cosa avevamo veduto a Parigi, io avrei avuto una grande voglia di raccontargli di tutta la gente interessante, Ilei ristoranti, dei ritrovi notturni e delle commedie che la zia Mame mi aveva fatto conoscere, ma zia Mame era più svelta di me. "Oh, sapete, signor Babcock," disse, "quelle cose che i ragazzi dell'età di Patrick e di Junior devono vedere: musei, cattedrali, cose così."
"Cattedrali cattoliche?" domandò il signor Babcock con voce forte. Era una specie di Inquisizione alla rovescia.
"Non credo che ve ne siano molte di protestanti, signor Babcock. E io lo faccio passare senza dargli il tempo di fermarsi. Ecco, permettetemi che vi riempia il bicchiere."
La colazione fu deliziosa, e lo champagne cominciò ad esercitare il suo effetto calmante. Giunti all'insalata, la signora Babcock, che si era fatta tutta rosea, si voltò vivacemente e disse: "Marne cara, come sta la vostra amica, Vera Charles?" Era la prima volta che ella non chiamava la zia Mame signora Burnside o, come ai tempi del pulzellaggio della zia Mame, signorina Dennis. Zia Mame fu tanto contenta dell'effetto prodotto dallo champagne che fece un cenno al cameriere e strizzando apertamente l'occhio chiese un'altra bottiglia di quell'ottimo succo d'uva Catawba yankee.
"Ma Eunice, Vera è a Parigi, al Ritz. Debutta in una nuova commedia stasera."
"Ma come," trillò la signora Babcock. "Sapete che ho sempre visto due volte ogni spettacolo in cui ha recitato. Una così vera gran dama! Non vedo l'ora di raccontare alle mie amiche di Scarsdale che ho veduto Vera Charles a Parigi."
"Ma signora Babcock," cominciai, "Vera recita alle Fol..."
La zia Mame mi diede, sotto il tavolo, un calcio che per poco non mi ruppe la caviglia. Poi cominciò: "Ma è terribile, Eunice. Vera è la mia migliore amica, e nemmeno per salvarmi la vita potrei ricordarmi né il titolo della commedia né il nome del teatro dove recita. Aaah! e tu Patrick?" mi domandò in tono quasi minaccioso.
"Nemmeno io," risposi. "Strano. Mi si è fatto un vuoto nella mente."
Tolto questo incidente, la colazione andò avanti magnificamente. Tanto bene, infatti, che Eunice e Junior ciondolavano il capo sopra il soufflé Grand Marnier e il signor Babcock, chiaramente brillo, diceva continuamente, accennandoli: "Nessuna gioia di vivere!"
La compagnia si separò quando Eunice e Junior furono mandati in tassì chez Gilbreath, e il signor Babcock, un poco barcollante, venne con noi nella macchina della zia Mame sino a Parigi. Disse che voleva andare a ritirare la posta all'American Express. Erano circa le quattro quando la zia Mame dopo avergli finalmente rivolto dalla vettura il pii tenero degli addii, tornò in albergo.
"E adesso, ho bisogno di schiacciare un bel pisolino alla Pellirossa," disse la zia Marne facendo volare il suo cappello all'angolo opposto del salotto. "Tutta questa dolcezza e tenerezza mi hanno messa a terra. Ora, mio piccolo amore, sii un tesoro, mesci alla zia Mame dodici dita di cognac, e io penserò a tirare su il morale della povera Vera. Sai come sono le attrici, la sera della prima."
Si sentì bussare piano alla porta. Aprii: si presentò Vera, vestita di nero, con un largo cappello di paglia coperto da lunghi veli neri.
"Chi è morto?" domandai.
"Vera Charles è morta," disse Vera entrando e appoggiandosi teatralmente allo stipite della porta. "Chiudete la porta a chiave e poi guardatemi." Vera alzò il velo. La sua faccia era davvero uno spettacolo da vedere. Dal lato sinistro andava tutto bene, ma a destra era nera, azzurra e gonfia che quasi le cascava sulla spalla. "Guardatemi!" disse Vera di nuovo, strappando il bicchiere di cognac dalla mano della zia Mame.
"Vera!" gridò zia Mame, "chi mai...?" "Quell'uomo!" disse Vera. "Quella bestia. Mi ha massacrata.'' "Ma Vera! Come hai potuto permettere a un uomo qualsiasi di..."
"Non ne potevo fare a meno! Soffrivo tanto." "Ma Vera, non sapevo che tu avessi un amante. Non mi hai lasciato mai capire..."
"Amante un corno!" urlò Vera. "È stato quel maledetto dentista. Guarda," disse spingendo un dito in fondo alla bocca, "'ente 'el 'indizio. Non poteva spuntare. Mi ha quasi ucciso per cavarlo. Non potrò mai andare in scena stasera." Buttò giù il cognac e andò al telefono, "Addio quei duemila dollari la settimana." Sganciò il microfono e chiese la comunicazione con le Folies-Bergère.
Fu una bella conversazione. Vera non sapeva parlare molto il francese e la zia Mame fu spesso invocata perché parlasse in vece sua. Durò quasi un'ora buona. Quando fu finita le due donne erano talmente esauste che io riempii i loro bicchieri sino all'orlo.
"Grazie, Patrick," disse distratta la zia Mame. Poi soggiunse: "Sono stata abbastanza chiara, non ti pare?"
Vera gemette, bevve un sorso, gemette un'altra volta.
"Naturalmente, non sono assolutamente sicura di come si dice in francese 'fare causa', però mi è parso di capire che la direzione delle Folies si propone una azione legale coercitiva,"
"Hai maledettamente ragione, è quel che vogliono," gemette Vera. "Prima di tutto, non avrei mai dovuto lasciare gli Shubert. Comincio a credere che finirò i miei ultimi. anni nell'asilo per i vecchi attori."
"Non potreste ricorrere all'Actor's Equity?" domandai.
"Non ha nessuna autorità, qui," rispose Vera.
"Autorità!" dissi io. "Possibile che con una faccia come quella non credano che stiate male? Però, se si mettessero impacchi freddi..."
"Non serve a nulla," sospirò Vera. "Ho tenuto la mascella in ghiaccio come un cocktail di scampi dalla mattina alla sera. Aumenta soltanto il gonfiore. Sembro l'Angelo Svedese, eppure quei bastardi insistono che devo andare in scena stasera, altrimenti..." Vera fece una pausa, prese un sorso di acquavite, e gettò alla zia Mame uno sguardo indagatore.
"Che cosa hai, Vera?" domandò zia Mame tirando giù il suo drink.
"Penso... che forse.., probabilmente... potrebbe darsi... che mi fosse... venuta... un'idea..."
"No, no, no, non me la fai, Vera Charles!" disse zia Mame vuotando il suo bicchiere e tendendomelo vuoto.
"Perché non potrei andare a teatro stasera, portandoti con me, come mia cameriera...?"
"No! Vera! No! Un milione di volte no! Nemmeno per un milione di dollari. Non..."
"Io potrei portare questo cappello col velo, firmare il registro, Mame, e tu potresti..."
"Assolutamente da escludersi!" disse la zia Mame strappandomi il bicchiere che avevo riempito. "Non ci somigliamo affatto. Non potresti..."
"Hai sempre voluto fare l'attrice, Mame," disse Vera con tono da ipnotizzatrice.
"Ora no! Ora non lo desidero più, Vera. È da escludersi assol..."
"La somiglianza con me, Mame cara, non ha nessuna importanza. Abbiamo la stessa statura, e tu reciterai sempre con parrucca incipriata e maschera..."
"Non mi lascio accalappiare. Sull'anima tua, no! Nemmeno in sogno vorrei..."
"Capisci, tesoro, l'imperatrice Caterina va a un ballo in maschera, nel Palazzo d'Inverno, e incontra questo giovane ufficiale (è un francese che recita da cane, senza nemmeno sapere saltare in un cerchio di carta) il quale si innamora di lei, non sapendo che lei è l'imperatrice di tutte le Russie..."
"Che i russi se la tengano, Vera Charles. Ho detto di no. No, no, no!"
"Il giovane ufficiale ha con lei questa grande avventura..."
"Lì, sul palcoscenico? Vera, non prenderei nemmeno in considerazione una simile..."
"Ma certamente no, Mame. È sottinteso. E i costumi sono divini. Ti fanno mettere indosso quel magnifico mantello di zibellino che costa..."
"Ho un mantello di zibellino, grazie," disse zia Mame. "P, in deposito per l'estate. No, Vera, grazie, ma io..."
"Mesci un altro drink alla zia, Patrick," disse Vera. "Non hai nessun riguardo per la tua famiglia? E parlando di famiglia, Mame, mi sembra che dopo avere passato insieme il bene e il male da venti anni tu dovresti almeno per riguardo e per leda verso la tua più vecchia e fedele amica, venirle in aiuto quando si trova di fronte alla rovina. Sì, la marina, uno spaventoso processo, la vecchiaia senza un soldo, e una pena da scontare alla Bastiglia..."
"Ma Vera..."
"Ho sempre detto: Fedeltà è il secondo nome di Mame. Ma ora vedo che avevo torto."
"Vera," disse la zia Mame giudiziosamente, "non capisci che tutta questa idea è pazzesca? Farei qualunque cosa per aiutarti, ma non so nemmeno la parte. Non ho mai veduto il manoscritto. Io..."
"Parte? Bah!" disse Vera. "Il tuo francese è molto migliore del mio."
Era vero. La zia Mame poteva sempre barcamenarsi nella lista del pranzo, mentre Vera sapeva appena ordinare la colazione. "Inoltre la parte non esiste. Non devi dire altro che 'Oh, mon amour!' ogni tanto. Questo cane francese parla sempre lui. Non devi entrare in scena prima delle undici. Così abbiamo cinque... quasi sei ore per ripassare la parte. E io potrei insegnarti..."
"No, Vera," piagnucolò zia Mame.
"Dunque," disse Vera, "tutto comincia durante un ballo in maschera nel Palazzo d'Inverno. I cortigiani danzano un allegro minuetto, quando Caterina la Grande, travestita in modo da non esser riconosciuta, scende la gradinata. Fingiamo che quella sia la gradinata, lì, vicino alla porta."
"Oh, Vera!" gemette zia Mame.
Il portiere delle Folies-Bergère quasi si prosternò quando Vera entrò tempestosa, maestosa, paludata nei suoi veli e firmò imperiosamente il registro degli artisti. Dopo tutto una stella è sempre una stella. Però lo spazio dietro le quinte era cosi poco tra le cataste di scene, il personale addetto, gli aiuti, le ballerine, i ballerini, le mannequins, gli artisti di prosa, le stelle, il seguito delle stelle, che i visitatori non erano incoraggiati ad aumentare la confusione generale.
Zia Mame venne fermata e il portiere volse uno sguardo interrogativo a Vera.
"Ma lemme," disse Vera accennando la divisa di cameriera che era stata rapidamente messa insieme per la zia Mame.
Il portiere inghiottì, però, dopo tutto, una vedetta è sempre una vedetta, e gli inservienti del teatro erano abituati alle stravaganze delle celebrità. Poi il portiere fermò me e volse un secondo sguardo interrogativo a Vera.
"Mon amor..." disse zia Mame quasi tra sé. Il portiere si grattò la testa e da vero francese si strinse nelle spalle e ci lasciò passare.
Dietro le quinte c'era il pandemonio. Sentivo l'orchestra strepitare accompagnando uno stridulo tenore greco che cantava dichiarando di amare Pari a nidi e a minai, aggiungeva qualcosa della sua chérie, e che c'est la vie. Alcuni giocolieri balcanici, vestiti solo di vernice d'oro con un cache-sexe d'oro e denti d'oro, dibattevano tra loro una grossa questione in una lingua che mi pareva croato. Una ballerina di flamenco investiva il suo compagno con uno spagnolo di marca sconosciuta in Castiglia. Una donna giunonica, un po' superficialmente vestita con tre brillanti falsi, cullava sul seno un bambino e cantava una ninna nanna in tedesco.
"Il mio camerino è da questa parte," disse Vera guidandoci attraverso un gruppo di boys camuffati da principi della Chiesa per quello che immagino sarebbe stato lo scketch religioso. Avevano la mania di cantare l'Ave Maria alle Folies-Bergère. Vera inciampò in una lontra addomesticata, le diede malignamente un calcio e trascinò zia Mame su per una scala. Bisognava essere una capra selvatica per entrare e uscire nei camerini, e la scala mi ricordava la metropolitana di New York nell'ora della calca, salvo il particolare che qui tutti, virtualmente, erano nudi. Comunque, a questo nessuno badava all'infuori di me.
"Eccoci," ansò Vera spingendo la zia Mame verso una porta.
Zia Mame aprì la porta e fu immediatamente messa knock-out da sei enormi levrieri russi i quali continuarono ad abbaiare, scodinzolare e leccarle la faccia finché io non riuscii a tirarli via e a venire in suo aiuto.
"Vera," ansimò la zia Mame, "che roba è questa? uno scketch di animali ?"
"No, Manie," disse Vera quasi in tono di scusa, "fanno parte degli accessori. Tu devi entrare con loro nella grande scena d'amore."
"Vera! È sodomia! Non voglio..."
"Oh, nulla di simile, cara. Vedi che simpatia sentono per te!"
"Sì, ma io non sento simpatia per loro."
"Non importa, cara. Di loro si occuperà Patrick. Non è vero, Patrick ? Quello è Sascia, quello è fascia, poi c'è Vania, Pavel, Boris e Morris."
"Morris?" domandai.
"Non ricordo perfettamente," disse Vera nervosa. "Sono come le renne di Babbo Natale. Ora siediti, Mame. Ti truccherò in modo che tu somigli per quanto possibile a me."
"Ma Vera, se debbo portare una maschera, durante tutto questo tormento..."
"Non farmi un mucchio di domande, cara. Siediti e non fiatare."
Mezz'ora dopo emergemmo dal camerino. La zia Mame ci precedeva, bellissima, in una veste da ballo settecentesca tempestata di tanti brillanti da pesare più di lei. Però i paraurti della gonna erano così larghi e la parrucca bianca così alta che dovette spogliarsi di nuovo per passare dalla porta.
"Non importa, cara," disse Vera, piuttosto strana nella divisa di fantesca. "Tutti gli altri cambiamenti di costume si fanno fra le quinte."
Zia Mame scese con molte smorfie le scale dei camerini. Vera la seguiva portando lo strascico della zia, il suo ventaglio, i suoi guanti, il suo mantello e il suo manicotto, Io venivo per ultimo coi levrieri russi. Urlavano per la gioia di essere usciti dal piccolo spogliatoio e beati alzavano la zampa a ogni angolo. giù si aprì rispettosamente un passaggio per la Grande Vedetta, "Allez! Allez!" gridavano i trovarobe, "Miss Sciarl."
Uno dei boys tese alla zia Mame un taccuino e una penna per l'autografo. Ella scrisse frettolosamente "Anna Q. Nillson" e proseguì per la sua strada.
"Ah, signorina Charles," disse il boy in italiano, ''grazie''.
"Prego," rispose la zia Mame nella medesima lingua.
"Capisci, Mame," disse Vera tenendo la faccia discretamente abbassata, "anche gli altri credono che tu sia me."
"M-ma Vera," disse zia Mame, "l'uomo col quale devo recitare... Lui lo capirà."
"Sciocchezze, .Mame. Sarà così occupato a contare gli spettatori che non si accorgerebbe nemmeno di recitare con Sybil Thorndike. Ora, su per questa scala e pronta per la sortita. Tu sei la prossima ad andare in scena. Vieni, Patrick, e porta i cani."
In scena, un tenore polacco cantava in falsetto qua!cosa su Pari e su una ragazza che si chiamava Marie e che era qualcosa e poi anche folle. La zia Mame salì a fatica in cima a una barcollante piattaforma di legno, evitando per un pelo di essere decapitata dal fondale del Palazzo d'Inverno che veniva abbassato in quel momento, "Vera, mi dispiace, ma non posso," ella ansimò.
"Ma sì che puoi," disse Vera, "non devi dire altro che 'Oh, mon amour!' Dillo esattamente come te l'ho insegnato io e con moltissimo pathos. Conosci la scuola di recitazione francese, tutta fuoco. Esagera sempre. Mira a qualcosa fra Gertie Lawrence e Walter Hampden. Ti adoreranno. I francesi adorano le vedette e..."
La melodia di un minuetto sali sino a noi... Ai piedi della lunga scalinata bianca vedevo i boys e le girls del coro, truccati con cipria e nei, scorazzare per la sala da ballo del palazzo. Il giovane ufficiale dall'aspetto romantico entrò: somigliava a Ottavio, nel Cavalier della Rosa. Squillò una fanfara di trombe e la scalinata fu illuminata da abbaglianti fasci di luce.
"Vera," disse la zia Mame tremante, "io..." "Tocca a te, bambina," disse Vera dandole uno spintone. E toccò davvero alla zia Mame.
La vidi volare giù per la scalinata, la parrucca bianca le dondolava sul capo, Il pubblico scoppiò in applausi.
"Vedi come sono adorata dal pubblico, Patrick," disse Vera. Poi sibilò: "Pss! Mame, getta un bacio."
Zia Mame gettò un bacio e il pubblico impazzi. giù in platea, qualcuno gridò: "Lévatela!"
L'imperatrice e il giovane ufficiale romantico si incontrarono. Egli sbraitò un mucchio di cose poi la zia Mame urlò: "Oh, mon amour!" Tornarono gli applausi. La medesima voce gridò: "Lévatela!", e il sipario cadde. La zia Mame arrivò barcollando tra le quinte dove Vera le strappò tutto di dosso salvo il reggipetto e il reggicalze.
"C-c-come sono stata?" domandò la zia Mame.
"Stupenda," disse Vera. "Sei stata brava quasi come sarei stata io. Ecco. Mettiti questa parrucca e il mantello di zibellino, tira su il cappuccio, cara, e il manicotto. Ora entra nella slitta. Questa è la selvaggia fuga verso il tuo padiglione di caccia per una notte di perfetto..."
"Ma Vera, dov'è la gonna ? Le mie gambe sono..." Uno dei cani, Morris, credo, leccò uno dei ginocchi nudi della zia Mame.
"Non hai bisogno della gonna," disse Vera gettando zia Mame nella slitta e coprendole le gambe con una coperta di ermellino. "Questa è la scena in cui lui ti fa una corte violenta e..."
"Vera, quell'uomo ha mangiato... iiih !" La slitta con la imperatrice e il suo amante venne issata per aria, inclinata a una pendenza pazzesca. Si senti un suono di zoccoli attutiti e di sonagli, poi un applauso frenetico. Due malinconici trovarobe gettarono alcune manciate di neve artificiale giù da un ponticello. Il romantico ufficiale affondò il naso nella gola della zia Mame e in posizione di selvaggio abbandono la zia Mame gemette: "Oh, mon amour!' "I francesi vanno pazzi per gli effetti aerei," mi disse Vera quando si abbassò il sipario.
Arrivata in terraferma, zia Marne venne verso di noi, zoppicando e con gli occhi sbarrati per il terrore. "Vera, p-p-perché non mi avevi detto che si andava sull'Otto Volante? Dio mio, sono quasi caduta da quel..."
"Adesso non c'è tempo per discorrere," disse Vera strappandole di dosso il mantello, la parrucca e buona parte dei capelli. "Chi diavolo è quello zotico in platea che non riconosce una grande artista quando la vede?"
"Io... io non lo so, Vera. È così buio e i lumi della ribalta sono così forti che non posso..."
Il resto del messaggio della zia Mame fu soffocato dalle pieghe di una cappa di volpe bianca, simile a una tenda, che le scese dalle spalle allungandosi per tre metri dietro a lei.
"Questa è la scena fra i merli del tuo padiglione di caccia, appena uscita dal boudoir imperiale. Egli ti corteggia in maniera aggressiva e poi... Su, infila la mano attraverso quel buco per il ventaglio e... Via, tocca a te."
La scena era come l'aveva descritta Vera. Oltre i merli si vedevano un villaggio illuminato e alcune torri a cipolla. Scintillavano le stelle. Spuntò la luna. Nuvole passavano. Caddero secchi di neve. Un enorme coro cantò la ninna-nanna russa, in francese. Il pubblico impazzi davanti a quei raffinati trucchi dell'arte scenica. Poi, la zia Mame entrò vacillando fra la neve, facendosi languidamente vento (non me ne domandate il perché) con un immenso ciuffo di piume di gallo scarlatte. "Oh, mon amour!" gemette, e crollò fra le braccia del suo amante il quale la condusse verso il boudoir imperiale. Gli applausi fecero tremare il teatro, e tuttavia, entro quel rombo, io sentii qualcuno che gridava: "Lèvatela!"
"Magnifico, tesoro," ripeteva Vera mentre aiutava la zia Mame a mettersi un'altra parrucca e a indossare un négligé di latné e struzzo roseo. "Ora, stai attenta alla maschera, legala bene, perché in questa scena egli cerca di scoprire la tua identità prima di gettarsi sul mucchio di paglia..."
"Vera, non me ne avevi parlato..."
"Oh, non te ne preoccupare, il sipario cala molto in anticipo."
"Vera, che cosa devo dire?"
"Naturalmente dici 'Oh, mon amou!' Non ti ricordi la tua parte ?" Vera diede uno spintone a Mame la quale si trovò così nella camera imperiale russa, esattamente uguale a quella del Palazzo di Versailles della settimana precedente. Inutile dire che il pubblico giudicò la scena una cannonata, e l'unico grido di "Lévatela!" risuonò anche più forte e più spesso. Il giovane ufficiale romantico dichiarò con molta eloquenza il suo amore all'imperatrice, proprio sulla sponda del letto imperiale, ma nel preciso momento in cui le cose cominciavano a mettersi male per la zia Mame, entrarono le guardie e lo trascinarono via, mentre lei singhiozzava: "Oh, mon amour!" con un rauco tremolio che avrebbe fatto impallidire Sarah Bernhardt, e crollò sul letto. Il sipario scese appena in tempo, perché subito dopo crollò anche il letto. Il pubblico manifestò il suo entusiasmo con urla frenetiche.
"Meraviglioso, tesoro, semplicemente meraviglioso," disse Vera mentre faceva indossare alla zia Ma- me il suo costume finale, un abito di corte ricamato di piccole perle e cincillà, una parrucca che torreggiava per un metro e mezzo sopra il capo della zia Mame e un cappe!lo alla Gainsborough che torreggiava un metro e mezzo sopra la parrucca. "Ora," disse Vera, "questo è il momento in cui tu scendi nel carcere e condanni a morte il tuo amante."
"Ma perché mai?" domandò zia Mame.
"Perché è stato troppo audace con l'imperatrice, sciocchina."
"Ma veramente non ha fatto nulla di molto terribile, tranne l'aver mangiato una salsa all'aglio nelle ultime quarantotto ore."
"Non farmi un mucchio di domande sciocche, Mame. Siamo quasi alla fine. In questa scena, porti i cani. Qui, qui! Yascia, Sascia, Pavel, Vania, Boris, Morris !" I sei levrieri latrarono gioiosamente e balzarono verso una scalinata che conduceva a un'altra piattaforma. La zia Manie li seguì vacillante, ma arrivata al primo gradino si fermò di botto.
"Che cosa c'è?" sussurrò Vera. "Il sipario sta per alzarsi."
"N-non ce la faccio."
"Non ce la fai?"
"Vera, questo costume da imperatrice è così pesante che non riesco a salire la scala."
"Ma è facilissimo," disse Vera. Diede una botta su!la schiena a uno dei cani e tutti e sei balzarono in cima trascinando su con loro la zia Mame.
Questa scena, una segreta sotto le acque gelate della Neva, fu uno dei più sordidi tentativi delle Folies-Bergère per ottenere un cupo realismo. Uomini muscolosi delle Folies-Bergère, in mutande, tormentavano avidamente boys delle Folies-Bergère, anche loro in mutande, sopra ruote e cavalletti. I boys strillavano come maialini sgozzati e ombre tormentate balzavano sulle pareti umide. Il pubblico gongolava. Il giovane ufficiale romantico venne condotto nudo sino al!a cintola. A me questo parve un errore, perché era pateticamente magro e aveva dimenticato di abbronzarsi il petto e le braccia. Le trombe squillarono di nuovo e la zia Mame apparve in cima alla scala, in un groviglio di levrieri urlanti. Permettetemi a questo punto di dirvi che il pubblico non stava davvero seduto sulle mani.
"L'Imperatrice!" strillarono due lacché.
Poi la zia Mame cominciò a scendere la scalinata, e con l'aiuto di tutti quei levrieri russi scese molto più velocemente di quando era salita, mentre il suo cappello e la sua parrucca traballavano forte. A stento riuscì a reggersi in piedi; il pubblico ruggì la sua ammirazione.
"Oh, mon amour!" singhiozzò la zia Mame. "Lévatela, Queenie," urlò la solita voce fra il pubblico.
"Ecco, ora lo condanna a morte," mi sussurrò Vera.
Provai un sollievo all'idea che tutto era quasi finito, e cominciai a interessarmi un po' di più della messinscena. "Non riesco a seguire molto bene la trama, Vera," dissi. "Somiglia un poco a Elisabetta e il Duca di Essex, fuorché..."
"I francesi non si occupano del!a trama, caro," disse Vera, "purché ci siano costumi, scene ed effetti forti in abbondanza."
Di tutto questo, non c'era che dire, ne avevano a bizzeffe.
Non so in che modo (non domandatemelo, vi prego) l'imperatrice fece capire che il suo innocente ammiratore doveva avere le ossa rotte sul cavalletto, poi sarebbe stato scorticato vivo, sbudellato e tagliato in quattro pezzi, tutto questo urlando soltanto "Oh, mon amour!" Si aprì una botola da cui uscirono fiamme e il povero giovane vi fu scagliato con un urlo spaventevole e un tonfo così realistico da agghiacciare il sangue. Quindi l'enorme coro invisibile cantò un vecchio inno nazionale russo (in francese), la zia Mame urlò: "Oh, mon amour" e cadde in terra mentre calava il sipario.
La platea tumultuava fra grida di: "Brava! Bis, bis, bis!"
Per fortuna le Folies-Bergère non concedevano mai bis, però il sipario venne alzato ed abbassato quattro volte mentre la zia Mame rimaneva in terra sforzandosi debolmente di alzarsi, e i cani febbrilmente scodinzolanti intorno a lei le fiutavano la parrucca.
"Vera! Patrick!" gridava pateticamente. "Non riesco ad alzarmi. Questo maledetto vestito mi ammazza!" L'orchestra suonava disperatamente mentre Vera e io con due trovarobe riuscimmo a cavar fuori la zia Mame dal vestito di perle e a liberarla dai cani. Ma sopra al rumore della musica, sopra al rombo delle scene che venivano cambiate, sopra agli osanna del pubblico che gridava il nome di Vera Charles, io udii la voce che gridava: "Lévatela!"
Dietro le quinte nessuno aveva il ciglio asciutto. Mentre accompagnavo la zia Mame al suo camerino, attori e trovarobe lasciavano da parte quel che facevano per gridare il loro evviva a Vera Charles. "Oli, mes amours!" gridò Vera completamente travolta dal trionfo, e la compagnia osannò ancora.
Su, nel camerino della stella, zia Mame e Vera crollarono l'una nelle braccia dell'altra mentre i levrieri cominciavano a grattarsi e a leccarsi.
"Mame," gridò commossa Vera, "sei stata stupenda. Io sola avrei potuto fare meglio. E ora, ci vuole un drink."
"Quel che mi ci vuole ora," disse la zia Mame, "è un sonnifero generale. Andiamo via."
"Oh, Mame cara," disse Vera, "hai dimenticato il grande finale."
"Quale grande finale?" domandò perplessa la zia Mame.
"Ma c'è sempre un grande finale, Mame."
"Non ne vidi la settimana scorsa," disse la zia Mame.
"Ma perché non sei rimasta sino alla fine, cara. Ora, il tuo costume per il finale è..."
"Vera Charles, non mi avevi accennato nemmeno con una sola parola a un grande finale. Ho attraversato l'inferno per te, e ora..."
"Forse mi era passato di mente, Manie, tesoro," disse Vera. "Però faresti bene a cambiarti subito. Vien subito dopo il grande numero delle Mille e una notte."
"Senti un po', Vera," disse la zia Mame irritata, accendendo una sigaretta, "se devo indossare un altro di quei monumenti pubblici che mi lasciano appena respirare..."
"Niente affatto, tesoro," disse Vera togliendo la parrucca dal capo della zia Mame e sostituendola con altra acconciatura torreggiante, "giaietto e pelo di scimmia nero. Un costume tutto freschezza."
"Bene," disse la zia Manie. "Ora, che cosa devo fare, precisamente?"
"Prima di tutto," disse Vera distratta,' togliti quel reggipetto e mettiti questo. E anche le mutande. E avanti! Non puoi mica aspettare finché senti il buttafuori che chiama Vera Charles..."
"Non ho bisogno di biancheria pulita, Vera," cominciò la zia Mame. "Ho messo questa un momento prima di..."
"Smettila di ciarlare, Mame, per favore, e fa' presto," disse Vera sganciando il reggipetto della zia 48
Manie. "Volta le spalle, Patrick. Poi tu e i levrieri scendete questa lunga scalinata... Ecco le mutandine, cara, mettiti queste. Ecco, benissimo... E c'è un paggio, questo simpaticissimo giocoliere disoccupato, di Lione, che ti reggerà lo strascico. Ecco! Stai divinamente. Tu non farai altro che camminare lungo la passerella che gira intorno alla platea, torni sul palcoscenico, ed è tutto fatto."
Vera si inginocchiò dietro alla zia Mame e attaccò un lungo strascico fatto di pelo di scimmia al fondo delle mutandine della zia Mame, se si poteva onorare col nome di mutandine quell'esiguo indumento. Era di color carne e cosparso di giaietto dove più ce n'era bisogno. Il reggipetto era combinato secondo i medesimi principi generali.
"Bisogna," disse Vera alzandosi, "che tu porti lo strascico più lungo di tutta la compagnia. Anche quello delle indossatrici e della danzatrice nuda è più corto del tuo di almeno due metri."
Fu bussato alla porta.
"Entrez," disse Vera.
La porta si aprì ed entrò un giovanotto imbronciato. Portava calzoni d'oro e un grosso turbante di oro guarnito di pelo di scimmia. "Ah, bene," disse Vera. "Ecco il tuo paggio. In bocca al lupo, tesoro."
"Ma dov'è il resto del mio costume?" Zia Mame abbassò lo sguardo verso la notevole distesa di se stessa, interrotta soltanto dalla seminata di giaietto, "Oh, grazie di avermelo rammentato," disse Vera. "Ecco i tuoi guanti ed ecco il ventaglio." Vera porse a!la zia Mame un paio di lunghi guanti neri e un grosso ventaglio di pelo di scimmia.
"E poi?" disse la zia Mame.
"E poi cosa, tesoro?"
"Non mi dirai mica che non devo mettermi altro! Vera Charles, se credi che io esca con..."
"Mame," disse Vera, "è il costume più costoso di tutto il finale. Giaietto vero e pelo di scimmia autentico. È..."
"Non me ne importa nulla, di che cosa sia fatto, fosse pure col Vello d'Oro. Non ho nessuna intenzione di presentarmi in palcoscenico virtualmente nuda, mentre un giocoliere del tutto sconosciuto mi regge lo..."
"Oh," disse Vera con disinvoltura, "se non ti preoccupi d'altro, lo strascico te lo può reggere Patrick. Ecco," disse al paggio, "Spogliati. Dérobez. Sbucciati."
"Senti, ascolta," cominciai. Ma Vera mi aveva già tolto la camicia e mi stava strappando la cinghia. Il buttafuori bussò alla porta.
Nemmeno oggi posso ricordarmi bene come accadde tutto. Ma prima che lo capissi i sei levrieri tiravano la zia Mame che imprecava e protestava giù per la scala del camerino. La seguii alla cieca, in brache d'oro; con una mano stringevo lo strascico di pelo di scimmia della zia Mame e con l'altra cercavo di levarmi dagli occhi il turbante d'oro. I levrieri ci tirarono su in cima a un'altra scalinata. Sentii la zia Manie che strillava: "Non voglio uscire. Che io sia maledetta se..." Un tenore rumeno belava qualcosa su Paris les belles de nuit, cizer ami.
Riuscii a levarmi il turbante dagli occhi nel momento in cui il presentatore chiamava: "Miss Vera Sciarl." L'orchestra attaccò Miss American Beauty. I cani balzarono avanti. La zia Mame balzò avanti, e io feci come loro.
Ripeto, i particolari mi sfuggono. Fui abbagliato dalle luci, assordato dagli applausi. Dicono che da quando Josephine Baker si era presentata dieci anni prima su quel palcoscenico mai nessuna vedetta americana era stata accolta da una simile ovazione. Però io non pensavo alle ovazioni. Pensavo a tirare in dentro la pancia nuda, a sporgere in fuori il petto nudo, e non cadere sui gomiti giù per la scalinata. Sembrava più lunga di quella che si scende calando dalla Torre Eiffel, ma finalmente i miei piedi toccarono terra. Le vedette minori si inchinavano, mancava soltanto che la falsa Vera Charles facesse il suo giro della platea e la serata sarebbe finita.
I sei levrieri, artisti provetti, lo si vedeva, balzarono attraverso le luci della ribalta in elegante fila indiana e aprirono la sfilata lungo la passerella larga un metro che girava intorno alla platea. Seguiva la zia Mame afferrata con una mano ai loro sei guinzagli, mentre agitava con l'altra un grosso ventaglio di pelo di scimmia, nell'inutile tentativo di coprire quanto più poteva del suo torso. Io venivo alla retroguardia; lo strascico di pelo di scimmia lasciava tra noi un intervallo di quasi cinque metri.
La folla si levò di colpo battendo i piedi, osannando e ruggendo per esprimere la sua adorazione. L'aria era piena di grida: "Brava!" "Vera!" Nella prima fila sentii una voce che urlava: "Yo, Queenie! Lévatela!"
E nello stesso momento vidi un sediolino a bastone alzarsi in mezzo alla passerella davanti alla zia Mame. "Attenta, zia Mame," gridai.
Era troppo tardi.
Il sediolino a bastone afferrò la zia Mame alle caviglie. Ella esitò, vacillò, oscillò e cadde giù nella prima fila trascinando con sé i levrieri che ringhiavano e ululavano legati ai guinzagli, mentre la maschera della zia Mame volava via. Troppo sbalordito dalla vista di quanto accadeva per mollare in tempo lo strascico, io la seguii. Un attimo dopo, lottavamo tutti, lì nella prima fila: la zia Mame, Scia- scia, lascia, Vania, Pavel, Boris, Morris e io in un disperato groviglio di pelo di cane e pelo di scimmia. Sentii la zia Mame che gridava: "Dio mio! È Dwight Babcock!" Poi svenne.
Pareva una magnifica idea, così anch'io finsi di svenire. La folla fece il resto, perché i francesi sono ferocemente fedeli alle loro vedette. Tra grida di "Cochon! Brigant! Voleur!" si gettarono sul signor Babcock e lo trascinarono fuori del teatro. Aprendo un occhio, vidi come lo bastonavano e picchiavano per tutta la lunghezza della corsia. Detestavo il signor Babcock più del veleno, però mi dispiaceva la idea che potessero linciarlo.
Tornati in albergo, Vera vuotò un grosso bicchiere di cognac, sbadigliò e disse che voleva andare a dormire. Era stata, Vera lo riconobbe, una giornata infernale.
"Un momento, Vera," disse la zia Mame strofinandosi la coscia ammaccata, "c'è un piccolo favore che tu mi devi fare."
"Non stanotte," disse Vera. "Le prime sono spossanti per una vedette."
"Siediti Vera," disse zia Mame. "Nessuno di noi andrà a dormire finché non sapremo in quale carcere si trova il signor Babcock; poi, tu e io andremo a vederlo."
"Sei impazzita, tesoro?" domandò Vera altezzosamente. "Dimmi una sola valida ragione perché io, una Grande Stella, debba andare a vedere quel vecchio pomicione il quale, dopo tutto, rappresenta un problema per te, ma non per me."
"Ti posso dare subito una ottima ragione, Vera," disse la zia Mame. "È questa. Il signor Babcock può o non può sapere che io ho preso il tuo posto stanotte. Egli può ancora portarmi via Patrick. Voglio che tu vada da lui e gli garantisca che eri tu quella che egli si tirò sul!e sue odiose ginocchia!"
"E se rifiuto?" domandò Vera alteramente, ma senza la sicurezza di prima.
"Se tu rifiuti, Vera," disse la zia Maine con calma, "allora il signor Babcock non sarà il solo a sapere chi precisamente era la Grande Vedetta stanotte. Chiacchiererò parecchio. Chiacchiererò con Time, Paris Soir, Reuter A. P., U. P., I. N. S. Chiacchiererò con chiunque mi vorrà ascoltare e non soltanto tu sarai a spasso, ma sarai lo zimbello..."
"Questo è un ricatto!"
"Preferisco chiamar!o un qui pro quo. Termine latino che vuoi dire: io ho fatto un grosso favore a te e ora tu verrai con me in guardina, Vera, se no..."
In uno scenario non dissimile dalla segreta raffigurata sul palcoscenico delle Folies-Bergère, il signor Babcock offriva uno spettacolo lacrimoso. Lo avevano picchiato malamente, gli avevano quasi strappato i vestiti da dosso. Egli si accostò subito allo sportello, ma si trasse indietro appena si accorse che la visitatrice era la zia Mame, compunta, in abito d'organdis nero senza ombra di pizazz.
"Oh siete voi, Jezebel," gemette il signor Babcock.
"Jezebel, esattamente, signor Babcock," disse la zia Mame. "Sono venuta per una missione di misericordia, dopo avere persuaso la mia cara amica Vera Charles a perdonarvi il grosso scandalo di questa sera. Io credevo, signor Babcock," soggiunse maligna, "che fanatica di Vera fosse la signora Babcock, non voi."
"Sapete benissimo che eravate voi lassù stasera, sopra quel palcoscenico, senza niente indosso per... Voi e quel vostro marmocchio delinquente." Pareva incerto e pareva sbronzo.
"È ubriaco," disse Vera cattiva, "chiaramente ubriaco. Del resto, chi credete che potrebbe sostituire me, vecchio sporco?"
"Oooh!" gemette il signor Babcock, "se ero... se non ero me stesso stasera, la colpa è vostra, Mame Dennis Burnside; voi avete messo qualcosa nel mio succo d'uva."
"Sciocchezze," disse Vera irosa. "Era ubriaco fradicio. Io stessa ho notato che fiato aveva quando mi ha trascinata giù..."
"Drogato," disse il signor Babcock flebilmente, mentre piano piano le sue deboli convinzioni lo abbandonavano.
"Signor Babcock," disse la zia Mame agitando un dito civettuolo attraverso la inferriata. "I tempi dei Borgia sono finiti da un pezzo. Ma la violenza, la libidine, la bestialità sono, temo, molto molto vicine a noi, ancora; e si ritrovano anche nelle categorie dove meno ci si aspetterebbe di trovarle. Potete pensare che io, povera vedova sola, avrei portato un innocente giovanetto in un'orgia carnale come quella alla quale stasera avete assistito voi, in modo anche troppo evidente?"
"Capperi, signor Babcock," soggiunsi, "la zia Mame e io avevamo persino pensato di venire da voi a Neuilly per mangiare un po' di vero burro d'arachidi americano e vedere tutte quelle proiezioni della lanterna magica,"
"Proprio così," riprese la zia Mame, "e mi fa male il cuore all'idea di dover dire alla povera Eunice dell'onta che, con la vostra condotta avete gettato su lei, sui suoi figli, sí, e su quella magnifica coppia, i Gilbreath."
Gli urli scomposti del signor Babcock soffocarono il resto delle sue parole. Prima di proseguire, zia Mame attese con sadico piacere che i suoi singhiozzi si calmassero.
"Se non mi siete riconoscente, signor Babcock, del fedele appoggio che sono pronta a offrire alla vostra povera ingannata sposa, dovreste almeno ringraziarmi di avere supplicato la signora Charles di perdonarvi. E anche di ritirare la querela."
"Ma, ma..." bofonchiò il signor Babcock.
"Per fortuna," proseguì la zia Mame, "Vera Charles è una donna dal cuore d'oro. A ventiquattro carati. Quale altra donna vi avrebbe perdonato di averla malmenata, di averla svergognata in pubblico, di averle fatto questo..." Teatralmente, la zia Mame strappò il velo dal cappello di Vera e accennò alla sua mascella livida e gonfia. Il signor Babcock fu lì H per soffocare. "Di avere fatto questo, signor Babcock, a un viso che è stato caro a tutti gli innamorati del teatro del!'ultimo mezzo secolo."
Vera si ribellò, ma non poteva fare gran che.
"Io... io vi ho lasciato all'American Express oggi nel pomeriggio," egli disse affranto, "e avevo... una sensazione curiosa. Mi sono fermato in una bettola e ho ordinato qualcosa da bere, un liquore, e poi... poi... non ci ho visto pia. Io..."
"È davvero una triste storia, signor Babcock," disse la zia Mame, levando piamente una mano. "È anche sudicia. Non vorrei sentirvela raccontare davanti al mio giovane e innocente pupillo. È già abbastanza brutto che un tipo come voi, al!a Jekyll, alla Hyde, disponga completamente del patrimonio di questo povero orfano, sperperando probabilmente le sue misere entrate in vizi troppo bassi per essere immaginati. Per cui vi ringrazierò se vorreste tener presente che la salute spirituale di Patrick rimarrà affidata a me e che non vorrei vedere contaminare la sua giovane mente col resoconto della vostra caduta..."
"Vi prego, vi prego," disse il signor Babcock con voce spezzata. "Farò tutto quel che direte."
"Ah, qui sbagliate, signor Babcock," disse la zia Mame. "Non siete certo venuto qui voi per aiutare me, ma io sono scesa in questa sentina di ubriaconi e di criminali per aiutare voi. Ora ditemi," soggiunse con melato veleno, "volete che telefoni alla signora Babcock ? Eunice deve essere in pena per quel che può esservi accaduto."
"Oh, no! Ve ne supplico."
"Allora, bene," disse la zia Mame. "Vera è pronta, non soltanto a perdonarvi, ma anche a pagare la vostra multa. Non è vero, Vera?"
Vera parve colpita dal fulmine, all'idea di separarsi anche da un solo centesimo, però disse: "Si'," con glaciale magnanimità.
"Sarete messo quasi subito in libertà, senza iscrizione nel casellario della questura, cosa che potrebbe rovinare le vostre vacanze tra i vostri amici francesi. Ho disposto che una limousine vi porti all'Ospedale Americano di Neuilly. Tra un'ora telefonerò alla povera Eunice e le dirò che vi è capitato un incidente d'auto mentre conducevate la macchina che vi avevo prestato e che potrà trovarvi all'ospedale. Così si spiegherà il lamentevole stato in cui siete ridotto. Domani Patrick e io lasceremo Parigi e nessuno dovrà mai sapere nulla."
"Non potrò mai ringraziarvi abbastanza," piagnucolò il signor Babcock. lo risi forte. Lo spettacolo di quel vecchio fariseo peso-gallo che si prostrava nella polvere davanti alla zia Mame era troppo bello per me.
"Ti prego di non commuoverti troppo davanti a questo semplice atto di carità cristiana, Patrick," disse zia Mame dandomi un colpetto sul!e spalle e nel medesimo tempo un grosso pizzicotto su!la nuca. "La vita ci insegna molte cose. Molte! Ah! ecco, arriva l'agente per ridarvi la mal guadagnata libertà. Andiamo signor Babcock!"
La folla delle Folies-Bergère era stata col signor Babcock molto più crudele di quel che avessi sospettato. Gli rimanevano le scarpe e un poco di biancheria, ma non molto di più. Sulla strada era uno spettacolo comico. La notte si era fatta fresca ed egli rabbrividiva mezzo nudo com'era.
"Potete accompagnarmi sino alla macchina, signor Babcock," disse magnanima la zia Mame. "Ricordatevi, questa è l'automobile che, siamo intesi... voi avete rovinata. Una Sedan Panhard argentea. stato per mezzo della macchina che io fui rintracciata e informata per prima. Vera, Patrick, salite. Per favore, mio piccolo amore, vuoi darmi quella coperta? Grazie."
Si volse al signor Babcock e gli drappeggiò la coperta addosso. "Ecco, signor Babcock, così potrete coprire.., la vostra vergogna. La limousine presa a nolo è subito dopo questa." Salì in macchina e mise in marcia il motore. Il signor Babcock sembrava un piccolissimo Toro Seduto, drappeggiato com'era nella coperta della zia Mame. Io risi forte un'altra volta.
"Dunque, signor Babcock," disse la zia Mame, "tutto è perdonato e... dimenticato?"
"Oh, s-sì, sì," disse il signor Babcock, battendo i denti. "Ma... un'altra cosa..."
"Dite, signor Babcock," fece con dolcezza la zia Mame.
"Che ne farò della vostra coperta, quando arriverò all'ospedale ?"
"Umida!" urlò la zia Mame. Con un ruggito la macchina filò via lungo la strada deserta.
LA ZIA MAME NEI CIRCOLI DI CORTE
"E così, dopo tutti quei musei, quelle gallerie e il Teatro Nazionale Francese, dove ti portò quella vecchia matta?" domandò Pegeen.
"Vedi," risposi senza esitare, "a Parigi faceva troppo caldo per la zia Mame. Voglio dire che, anche all'inizio della stagione, in certi giorni fa troppo caldo. E non tanto il caldo, quanto la..."
"Va' avanti," disse Pegeen.
"Bene; dopo, andammo a Londra."
"A fare che cosa?"
"Per fare visita alla Regina. Letteralmente. Soltanto che a quei tempi c'erano un re e una regina." "Lascia stare le favole."
"Dico sul serio. Come vuoi che ci si possa mettere nei guai in una vecchia città tranquilla come Londra? Inoltre," soggiunsi, "la zia Mame si è sempre mossa nei circoli di corte,"
Incapace di affrontare la madre sconvolta, andai in dispensa a rinforzare il mio drink. Il drink aveva bisogno di essere rinforzato e io anche.
Londra si era appena riavuta dallo shock dell'affare Simpson e dell'eccitamento dell'incoronazione, quando la signora Burnside arrivò col suo seguito e occupò un appartamento al Claridge. Il seguito, ormai, era composto da Vera Charles — la migliore amica di zia Mame e prima donna del teatro americano, la quale aveva riscosso tanto denaro dalle Folies-Bergère per indennità dei danni patiti, che in quell'estate le tornava più comodo non lavorare affatto — e, naturalmente, dal sottoscritto.
La zia Mame era stata a Londra già moltissime volte e conosceva un mucchio di persone del primo dopoguerra, gente che in quell'antica età della storia era stata detta "gioventù brillante." Ma dopo un paio di "piccoli pomeriggi" e di "grandi serate," e dopo un severo richiamo della direzione, essa dovette confessare che i compagni del passato erano superati. Si erano ridotti ormai a semplici delinquenti di mezz'età.
"Oh mio piccolo amore," gemette zia Mame da sotto la borsa del ghiaccio, dopo la sua terza grande serata, "temo di avere sbagliato clan. I miei amici non sono più né giovani né brillanti."
"Però si sforzano senza dubbio di esserlo," dissi.
"Si sforzano? Tesoro, sono stati insopportabili! Troppo alla Evelyn Waugh, per intenderci. No, Patrick, sono giunta a un'età in cui la mia vita dovrebbe avere bellezza e dignità, Non sono più quella pazzerella di Mame, ma la signora Beauregard Jackson Pickett Burnside, vedova, ancora giovane e attraente, forse, con una certa quantità di denaro e con una posizione. E anche con la schiacciante responsabilità di addestrare alla vita un giovane nipote."
"Non ti preoccupare di me, zia Mame," dissi. "A ottobre entro all'università e allora potrai continuare esattamente a..."
"Non interrompermi," mi disse brusca zia Ma- me posando rumorosamente la borsa del ghiaccio. "Come dicevo, questa anziana 'gioventù' brillante' non è affatto quel che mi ci vuole ora. Sbagliato! Sbagliato! Sbagliato!! Oh! siamo stati pazzi e allegri dieci anni fa, ma oggi alla tetra luce del 1937, tutti quegli ubriaconi immaturi, avidi compagni di giuoco del tempo passato mi sembrano parecchio cialtroni per dire la parola esatta. Guarda come hanno ridotto questa bella stanza! Bruciacchiature di sigarette! Bicchieri rovesciati! Quella lumiera che ciondola da un filo! No, Patrick, mio piccolo amore, per me l'Inghilterra vuol dire bellezza e dignità, il senso del passato..."
Vera, che da un poco si era addormentata sul divano, si alzò e si diresse barcollando verso la sua camera, trascinandosi dietro i brandelli del suo vestito della sera precedente. Disse una sola parola, breve, che non può essere stampata, e sbatacchiò la porta.
"Ecco," disse la zia Mame, "precisamente di che cosa parlo. Non è questa la società londinese che desidero presentare a un giovanetto come te, tesoro. Voglio che tu conosca un'Inghilterra più graziosa, una nazione ricca di tradizioni, di fasto, di cerimonie. Per questa ragione, mio piccolo amore..." la zia Mame fece una pausa drammatica e si buttò di nuovo la borsa di ghiaccio sulla testa, "Sì, zia Mame?"
"Per questa ragione, voglio farmi presentare a corte."
Ogni volta che la zia Mame decideva di fare una cosa, la faceva subito, quindi non perse tempo per introdursi nelle sfere di corte. Prima di tutto telegrafò a New York di spedirle col Queen Mary la Rolls-Royce e il suo cameriere giapponese, lo. Era come portare nottole ad Atene, portare una Rolls dall'America in Inghilterra, e lo guidava così male che il traffico di Londra mi preoccupava per lui. Ma la zia Mame diceva che la Rolls e Ito erano una tradizione di famiglia e che siccome Ito aveva sempre guidato tenendo la sinistra della strada, Londra, ad ogni buon conto, gli sarebbe sembrata la sua patria spirituale.
Poi zia Mame si mise in contatto con lady GravellPitt e allora cominciò a muoversi davvero.
Dove precisamente avesse scovato Hermione Gravell-Pitt non saprei dirlo, non voglio nemmeno riflettervi. Posso dire soltanto che il giorno immediatamente successivo alla sua grande dichiarazione, tornando da un giro all'Abbazia, trovai la zia Mame e lady Gravell-Pitt signorili e sofisticate, intente a prendere il tè. Seppi così che la zia Mame era entrata in una "fase nuova."
"I gioielli," diceva la zia Mame, "non saranno in nessun caso un problema, lady Gravell-Pitt." Fece brillare il suo anello col grande smeraldo cabochon, mentre agli orecchi le scintillavano ottimi diamanti.
"Si capisce," disse lady Gravell-Pitt bevendo con gli occhi il notevole splendore dei gioielli di zia Mame. Poi fece un largo sorriso e io fui abbagliato dallo splendore zafferano dei suoi denti. Doveva averne una sessantina. Lunghissimi, falsissimi, di un colore vecchio avorio, incastonati in lucenti gengive color tiziano, tanto che per un poco potei pensare soltanto alla doppia tastiera di un antico clavicembalo. "Poiché saremo tanto intime amiche, mia cara, voi dovrete chiamarmi Hermione, o anche, Hermie."
"Ma certamente, Hermione," disse zia Mame, "e voi dovrete chiamarmi Mame."
"Si capisce, Mame," disse Hermione con un altro sorriso ocra. "Ma il diadema l'avete?"
"Due," disse la zia Mame.
"Che peccato!" disse Hermione con un breve sorriso di rimpianto. "Io ne ho uno così bello! Ereditato, si capisce, e avrei potuto cedervelo per una inezia. Comunque sia," prosegui'', toccandosi i capelli tagliati alla garçonne e tinti di colore ottone, "bisogna fare qualcosa per il vostro alloggio. Voglio dire che, come vostra protettrice mondana, non posso assolutamente permettere che viviate in un albergo."
Si guardò intorno come se l'appartamento della zia Mame al Claridge fosse l'asilo per i vecchi della contea. "Per fortuna, conosco un gioiello di casa proprio qui a Mayfair, che possiamo prendere in affitto per la stagione e..."
"Noi?" domandò la zia Mame.
"Sì," disse Hermione con un opaco balenare della dentatura. "Voi, miss Charles, vostro nipote e io, noi tutti. Ora, lady Styllbourne è una amica mia, quindi, penso che potrò persuaderla a cedervelo per mille ghinee al mese. Più, si capisce, gli stipendi ai domestici,"
Mentre andavo in punta di piedi verso la mia camera, sentii lady Gravell-Pitt che diceva: "Ora, se volete darmi l'assegno..."
Grandioso, credo sia il termine adatto per definire il piccolo gioiello di casa che la zia Mame aveva preso in affitto per interessamento di lady GravellPitt. Era una vasta, marmorea magione della Groovenor Square, abbastanza vicina all'Ambasciata Americana perché la zia Mame potesse infastidire i suoi compatrioti tutte le volte che le fosse parso necessario, e tuttavia abbastanza lontana, posta come era sull'altro lato della piazza, per non essere sorvegliata troppo attentamente da loro. Zia Mame dichiarò "divina" la casa e "ideale" l'arredamento.
Lady Gravell-Pitt, molto castellana, ci venne incontro sulla porta circondata da un plotone di lacche. "Benvenuta, cara Mame! Patrick, caro! Miss Charles." A lady Gravell-Pitt non piaceva molto Vera. "Ora permettete che vi faccia vedere la nostra bella, bellissima nuova dimora. Il vostro... habitat, quasi." Fece balenare il suo orribile sorriso di maiolica e disse: "Il castone perfetto per un bel gioiello americano."
Vera rimase senza parola.
Hermione ci condusse tra le due file di servi in livrea e poi ci guidò per una serie di sale marmoree dove pendevano lumiere Waterford, arazzi francesi polverosi e ritratti di gente morta. Era un bello spettacolo. Le sale Adams davano nelle sale Chippendale, e le sale Chippendale davano nelle sale Heppelwhite e nella sala Grinling Gibbons e Reggenza e Luigi Quindici e così via.
Non era un luogo molto accogliente e nemmeno molto pulito, ma la zia Mame ne era entusiasta. Alla fine, Hermione ci fece terminare il giro in quello che ella chiamava "la più bella concezione Directoire d'un salotto per il tè, su giardino." Era la stanza più allegra della casa, il che non voleva dire molto; dava infatti sopra un pezzetto di verde fuligginoso nel centro del quale un Apollo di marmo ostentava con orgoglio non giustificato una pietosa raccolta di arti amputati.
"Ora, Mame cara," disse alla fine lady GravellPitt con un vivace scricchiolio della dentiera, "per quanto riguarda la tua presentazione, si capisce che una donna con le parentele che ho io avrebbe potuto presentarti immediatamente..."
"E allora perché non lo fate?" disse Vera.
"Ma," lady Gravell-Pitt alzò una mano imperiosa, "il metodo migliore sta nell'avvicinarsi a poco a poco. Prima una piccola serie di cocktails parties, colazioni, pranzi. In tal modo potrai diventare intima col fior fiore dei circoli di corte. Poi troverò il modo di farti invitare al garden party reale. E in fine, la vera presentazione a St. James."
"Quanto tempo credi che ci vorrà?" domandò la zia Mame.
"E quanto denaro?" disse Vera.
La stason della zia Mame si iniziò con la colazione del giorno successivo, quando un gruppetto di signori male in arnese arrivarono alle dodici in punto e si gettarono sul tavolo come un volo di avvoltoi; se ne andarono alle tre precise. Un'ora e mezza dopo ne arrivarono altri sei, per divorare tre grosse torte, cinque vassoi di panini e bere non so quanto tè. Alle otto se ne presentarono un'altra dozzina in abiti da sera piuttosto frusti e fecero scomparire un immenso pranzo, come se non avessero più visto cibo dal Giubileo di Diamante. Durante il resto della settimana si seguì press'a poco il medesimo ritmo. Soltanto due volte fu permesso alla zia Mame di portare gli amici di Hermione a teatro e dopo a ballare in un club dove servivano la cena, e dove, come scoprii più tardi, Hermione aveva una piccola cointeressenza.
Devo confessare che fra le miriadi di ospiti della zia Mame nessuno mi pareva molto attraente. Erano per lo più inglesi di provincia o russi bianchi molto attempati e, come adesso so, con titoli poco elevati o dubbi. Nessuno di loro aveva un attimo meno di sessanta anni e tutti erano parenti di lady Gravell-Pitt. Le donne tendevano ad avere i baffi e gli uomini i reumatismi; tutti vestivano roba che pareva comprata dal rigattiere, e se loro erano il fior fiore dei circoli di corte, v'era motivo di provare una grande compassione per re Giorgio e la regina Elisabetta, Bertie e Bessie," come li chiamava lady Gravell-Pitt in presenza della zia Mame.
Né mi pareva che alcuno di loro avesse molta fretta di ricambiare l'ospitalità della zia Mame con almeno una tazza di tè. Anche Vera se ne accorse. Però la zia Mame era troppo occupata a fare l'amabile padrona di casa, mentre Hermione le si librava intorno battendo i denti come nacchere. Io credo che non avesse neppure il tempo di pensarvi. Durante tutta la mattina Hermione teneva zia Mame occupata a imparare l'inchino di corte, che ella stessa le insegnava con un tremolio e uno scricchiolio delle giunture tanto orribili da farmi venire in mente uno che mastica croccanti. Dopo la prima lezione zia Mame sapeva inchinarsi come una ballerina, e a lady Gravell-Pitt non rimase altro da fare che invitare i suoi parenti a cibarsi di primizie alla mensa della zia Mame e cercare di venderle alcune cose. Tra l'altro le fece acquistare: un'anziana Daimler, un servizio da tè stile regina Anna piuttosto sbeccucciato, alcune livree quasi nuove per i lacché, un vecchio e spelacchiato mantello di ermellino che, a sentire lei — e non v'era nessuna ragione per dubitare de!la sua parola — una volta era appartenuto alla regina Carlotta, un servizio di Limoges per trentasei persone anch'esso sbeccucciato, una collana di smeraldi grandezza quarantadue, un cavallo baio da sella, un'abbazia diroccata nel Galles e un cucciolo San Bernardo.
Dopo una settimana di vita in comune sotto il medesimo tetto con lady Gravell-Pitt, Vera cominciò visibilmente a non poterne più. "Vieni qua dentro," mi disse col più puro accento di Pittsburgh e quasi senza traccia dell'inintelligibile accento di Mayfair che adoperava sul palcoscenico.
Entrai in camera sua e lei chiuse la porta.
Non c'era voluta la sfera di cristallo per capire che Lady Gravell-Pitt disprezzava piuttosto Vera, sebbene Vera fosse una grande vedetta e, perfino a Londra, fosse più o meno legata con Gertrude Lawrence. "Gente di teatro, si capisce," diceva sempre Hermione, mettendo in disparte Vera con un brusco scricchiolio dei suoi denti superiori, come se Vera fosse condannata per avere molestato gli uomini nel Parco. Ostentava il suo disprezzo in mille piccoli modi, per esempio escludendo totalmente Vera dalla conversazione, trascurando di presentarla al gratin dei circoli di corte, facendola sedere a un posto troppo inferiore a quello che le spettava e collocandola nella più tetra camera della casa, mentre stanze molto più ridenti restavano vuote.
"Ebbene?" domandò Vera con tono gremito di significati, e prese una delle mie sigarette.
"Ebbene che cosa, Vera?" dissi.
"Che cosa, Patrick ? Ma tutto: questa galleria di vendite all'asta, dove vive, quel fenomeno sdentato, tutti quegli impostori che si fanno vedere all'ora del pasto !"
"Oh, voi conoscete la zia Mame, Vera. Ha le sue fasi," dissi. "Le passerà col tempo. Vuole semplicemente essere presentata a corte. Dopo, tutto questo le verrà a noia e si dedicherà a qualche cosa di nuovo."
"Ma, per Cristo," disse Vera, "se desidera soltanto piantarsi tre piume di struzzo nei capelli e fare un inchino, potrebbe riuscirci con molta maggiore facilità. Dopo tutto, Mame è una donna maledettamente attraente, in vista e ricca. La moglie dell'ambasciatore americano avrebbe potuto presentarla quando voleva." Vera mi fissò con uno sguardo verde freddo. "Tu, immagino, pensi che lady Hermione non sappia che Mame è al nono posto tra le più ricche vedove di New York. Infatti ella sottopone la povera Mame a un salasso che..."
"Oh la zia Manie si diverte," dissi. "Si sarebbe occupata di Yoga o del Movimento di Oxford o di balli moderni se non fosse così infatuata per i circoli di corte."
"Circoli di corte un corno!" disse Vera con eloquenza. "Ho ben recitato la parte di regina in questi ultimi quindici anni e se quelle vecchie cialtrone sono qualcosa di più di semplici morte di fame senza un centesimo, allora io sono la regina madre Maria. Comunque non è per il principio, Patrick, è per il denaro. Quella donnaccia dissanguerà la povera Mame, le caverà fin l'ultimo soldo e anche di più. Dio mio! Mame potrebbe prendere in affitto il castello di Windsor con quel che paga per questo mausoleo; per non parlare di tutti quei domestici e di tutti i viveri che passa gratis ai parenti poveri della Gravell-Pitt."
"È molto generosa," dissi. "Addirittura prodiga."
"Eppure, qualche giorno fa, quando io, Vera Charles, la sua più vecchia e cara amica, le ho chiesto di investire qualche migliaio di sterline nella nuova commedia che mi ha proposto Cochran — ed è una commedia bella, bellissima, Patrick, tu dovresti vedere i costumi — Mame ha risposto che credeva di non poterselo permettere. Pensa! Non ha mai perduto un soldo con un mio spettacolo, mai da quando è nata e ora..."
"Forse scherzava."
"Non scherzava affatto. Hermione le ha messo le grinfie addosso. Sono qui stanca morta per recitare in otto spettacoli alla settimana, e quella fannullona di Hermione, una donna totalmente sconosciuta, nuova, spadroneggia nella Rolls di Mame, comanda i servitori a bacchetta, invita qui le sue tetre amicizie e chiude me nella camera della serva. Patrick, senti quel che ti dico, quella è una donna malefica."
Ero talmente abituato alle sfuriate di Vera contro le altre donne, che sulle prime attribuii la sua antipatia per lady Gravell-Pitt alla gelosia e non vi diedi molto peso. Ma dopo solo pochi giorni mi resi conto personalmente che quando si trattava di affari Hermione non era seconda a nessuno.
Tutta la faccenda cominciò a proposito del mio vestiario che avevo sempre ritenuto in ordine, se non brillante, "Naturalmente, Mame, cara," disse Hermione, guardandomi come se fossi uno straccivendolo, "non capisco come tu voglia che Patrick assista ai più grandi pranzi e ai balli vestito in modo così poco adeguato."
Abbassai gli occhi per vedere se fossi sbottonato, ma tutto era a posto.
"Che vuoi mai dire, Hermie?" domandò la zia Mame distrattamente.
"Volevo dire, Mame, che lo smoking, sì, va bene, ma per le cerimonie veramente di gala, una marsina, con cravatta bianca, cilindro e mantello da sera sono di rigore."
"Un mantello da sera?" La zia Mame rise. "Questa è troppo grossa, cara! Patrick ha appena diciassette anni."
"E naturalmente, per il garden party reale, calzoni grigi a righe, finanziera e cilindro grigio..." "Questo è vero," disse la zia Mame.
"Bene, se sarò invitato a una di quelle cerimonie," dissi, "potrò prendere a nolo l'abbigliamento dai fratelli Moss. Che bisogno avrei mai di un paio di calzoni grigi..." Le parole mi morirono sulle labbra. Se avessi proposto di andare nudo, lady GravellPitt non avrebbe potuto dimostrare più sgomento.
"I fratelli Moss," sputò. "Davvero, Manie, è già difficile per me presentare americani nella migliore società londinese. Ma soltanto pensare di prendere a nolo dei vestiti..."
"Oh, va bene," disse giudiziosamente la zia Ma- me. "Potrà sempre portare gli abiti da sera ai balli universitari, e in quanto alla bardatura del garden party, verrà un giorno, penso, in cui sarà testimone alle nozze di qualcuno e gli potrà servire. Perché non fai un giretto per Dover Street, tesoro? Conosco un mucchio di uomini molto ben vestiti che si servono da Kilgour, French e..."
"Comunque," disse lady Gravell-Pitt sbirciandomi, "ci sarebbe un giovane duca, un mio cugino alto, per dire la verità, precisamente quanto Patrick. I suoi vestiti dovrebbero andargli a pennello e credo che potrei convincerlo a cederglieli per... un centinaio di ghinee." La questione sembrò che finisse lì.
Lady Gravell-Pitt apparteneva a quel tipo di donne che sulle prime riescono antipatiche e che man mano che si conoscono meglio si rivelano detestabili. Imparai a conoscere Hermione come si conosce un libro, senza tuttavia vincere mai il mio stupore per la sua anatomia lunga e dinoccolata, per la sintetica gloria dei suoi capelli e dei suoi denti gialli. Situata in un punto indeterminato fra i cinquant'anni e la morte, Hermie sembrava avesse eccessivamente subito l'influsso delle fotografie di lady Sylvia Ashley e di uno di quegli articoli di giornale che consigliano ai lettori di sottolineare le proprie peggiori caratteristiche. Come risultato definitivo ne era venuto fuori un puro Douglas Byng.
Avrei potuto perdonare a lady Gravell-Pitt la sua bruttezza ripugnante se essa avesse nascosto almeno un solo istinto gentile e generoso, ma non nascondeva niente. Hermione era una di quelle donne orribili che sfruttano il titolo di nobiltà per i loro traffici. Non si abbassava sino a posare per le creme di bellezza, perché nessuna ditta di cosmetici era abbastanza pazza per offrirglielo. Però non la vidi mai se non immersa sino agli occhi in una dozzina di piccoli affari che vagamente si riferivano tutti al suo possesso di un titolo nobiliare. Per denaro era prontissima a presentare a corte donne canadesi, australiane o americane. Per un piccolo compenso sapeva trovarti un tesoro d'appartamentino "con servizi" nel West Etici, un gioiello di casa sul mare o un castello in Scozia. Hermione trafficava in preziosi e in argenteria di seconda mano, in pellicce usate, in vestiti da ballo rapidamente lavati a secco, in antichità e decorazioni, in domestici e segretari, in crociere intorno al mondo e in gite turistiche alle case dei grandi della terra. Era felicissima di prestare - o noleggiare - il proprio nome ai ritrovi notturni, ai nuovi ristoranti, alle botteghe di abbigliamento o alle gallerie d'arte; a chiunque insomma fosse pronto a pagare per l'uso temporaneo del suo titolo. Non credo che abbia mai commerciato in stupefacenti e in schiave bianche; però, scommetto che se le avessi chiesto una presa di polvere bianca o una concubina di colore, Hermione si sarebbe precipitata al telefono. SERVIZIO era il suo motto, e con le sue sete e i suoi rasi appassiti, con le sue logore pellicce e i suoi diamanti sudici aveva tutta l'aria di avere servito molto.
Non potei mai capire che cosa precisamente la zia Mame avesse trovato di speciale in Hermione; d'altra parte gli entusiasmi e le persone alle quali mia zia si attaccava non mi sorprendevano mai troppo. La zia Mame, che poteva essere singolarmente astuta con alcune persone e inverosimilmente credula con altre, giunse quasi a una rottura con lei durante la settimana di Ascot, quando seppe di non essere stata invitata — e neppure Hermione, pareva — nel recinto reale. E non fu nemmeno troppo contenta, la zia Mame, quando Vera, con indosso più pellicce di volpe della Regina in persona e tutta olezzante di profumi, se ne andò verso Ascot, al braccio di un vecchio duca dissoluto.
"Naturalmente, nessuno della bella gente va ad Ascot," cercò di spiegare, ma senza troppa convinzione, lady Gravell-Pitt.
"Ohi, si capisce!" ringhiò la zia Mame. "Soltanto il Re, la Regina e la regina Maria, il duca e la duchessa di Kent, gente da poco, così."
"Del resto, Mame," disse Hermione con stucchevole dolcezza, "tu oggi ricevi a colazione il gratin dei circoli di corte."
"Se fanno parte dei circoli di corte," disse la zia Mame, "perché non sono laggiù nel recinto reale insieme con la corte? Perché non ci siamo Patrick e io? E tanto per mettere le cose in chiaro, perché non ci sei tu?" e se ne andò, battendo i piedi, in camera sua.
Dopo di che, sentii lady Gravell-Pitt fare diverse telefonate surrettizie e disperate, sembravano. E veramente, durante tutto il giorno, mentre la zia Ma- me spandeva fascino e caviale tra gli stessi vecchi parassiti, Hermione si allontanò più di una volta per fare qualche telefonata urgente.
Né la tensione domestica si allentò quella sera quando Vera tornò col suo duca, le sue vincite e il suo impressionante elenco di grandi nomi coi quali aveva fatto colazione all'aria aperta o preso il tè, o scambiato pettegolezzi. Vera ne approfittò per calcare la mano; due o tre volte disse: "Naturalmente, io sono soltanto un'attrice." E quando Hermione entrò nella stanza, dopo quella che doveva essere la sua centesima telefonata urgente, Vera spinse avanti il suo duca dicendo: "Ma voi due dovete essere vecchi, vecchi amici, è inutile fare le presentazioni."
Sembrò che il duca cadesse addirittura dalle nuvole, mentre sul volto di Hermione apparve un intenso desiderio di sprofondare sotto terra.
Il duca disse: "Ah... non mi sembra che..."
Hermione disse: "Naturalmente," con un tetro scatto della dentiera, e si allontanò ancora una volta col pretesto del telefono.
Il titolo del duca era molto recente, spiegò pii tardi Hermione. In realtà, non era duca affatto.
Però quella sera lady Gravell-Pitt riuscì, chi sa come, a procurare per la zia Mame e per me gli inviti per il prossimo garden party. Arrivò raggiante, sollevata, orgogliosa, sventolando in alto le buste. La zia Mame fu felicissima all'idea che finalmente ci si avvicinava in qualche modo ai circoli di corte.
"Ho solo tre inviti, si capisce," disse Hermione, urtante. "Mi è dispiaciuto tanto non averne potuto procurare uno per la signorina Charles."
"Oh, non fa assolutamente nulla," disse Vera, col suo migliore birignao. "Ho già avuto il mio da molti giorni."
Il giorno del garden party reale spuntò insolitamente caldo e umido. La casa era sossopra. Le fantesche scorrazzavano su e giù per i corridoi levando in alto vestiti appena stirati. Davanti al portone, Ito lustrava i suoi bottoni e poi la Rolls, poi di nuovo i suoi bottoni e di nuovo la Rolls. Vi fu persino un poco d'agitazione per me quando mi arrivarono i vestiti ducali leggermente usati.
Soltanto dopo averli indossati cominciai a dubitare seriamente che quel determinato sarto fosse superiore a Rogers Peet O. I calzoni mi erano esageratamente larghi e troppo corti. Se li attaccavo alle bretelle come avrei dovuto fare, mi salivano di un pollice abbondante sopra alle caviglie. Se li abbassavo sino a farli toccare la punta delle scarpe, un'abbagliante facciata di camicia si presentava tra i calzoni e il panciotto grigio, il quale, per combinazione, era così stretto che tutti i bottoni minacciavano di saltare, se respiravo. La giacca aveva le maniche corte e le spalle strette, però era tanto larga all'altezza della pancia che avrei potuto quasi avvolgermela intorno al corpo. La cravatta era magnifica. Ero ancora intento a cercare il modo migliore affinché la nuova eleganza non mi rendesse troppo grottesco, quando la zia Mame mi chiamò dal giardino.
"Patrick, mio piccolo amore, perché non scendi?
Prendiamo un boccone qui prima di andare. Non starebbe bene arrivare troppo in ritardo."
"Sce...scendo subito, zia Mame," dissi. "Mi sembra di non farcela ad aggiustarmi bene questo vestito."
"Non importa, tesoro," gridò la zia Mame, "scendi, Vera e io ti aiuteremo."
La zia Mame, Vera e lady Gravell-Pitt si davano gli ultimi ritocchi nella calda luce del sole. La zia Mame era molto Gainsborough con le sue perle, la veste ampia colore avorio, il parasole eguale e sulla testa un vassoio di piume ciondolanti in tutti i colori del pisello odoroso. Anche Vera era abbagliante, in modo molto teatrale, vestita di trine lilla, e, quasi per essere ancora eguale alla regina d'Inghilterra, diverse dozzine di pellicce di volpi le pendevano da varie parti del corpo. L'abito di lady Gravell-Pitt era parecchio sgualcito e vi si notavano alcune macchie indelebili insufficientemente coperte da cammei.
"Certo," dissi avanzando coraggiosamente, "senza dubbio, siete tutte molto..." Non potei proseguire. Mi fermai di gelo, sotto gli sguardi costernati di zia Mame e di Vera.
Vera fu la prima a parlare. "Gesù" disse con semplicità e succintamente.
"Patrick," disse la zia Mame, "in che modo ti sei conciato? Se questo ti sembra divertente, sei..,"
"È il mio vestito nuovo," dissi, "per il garden party. È arrivato in questo momento."
"Nuovo?" disse Vera. "Vorrei vivere tanto quanto lui. Ma se è addirittura verde dalla..."
"Davvero, Hermione," disse la zia Mame. "Per combinazione, di vestiti me ne intendo e questo ridicolo costume è semplicemente..."
"È come quelli che indossano gli uomini meglio vestiti di Londra," cominciò Hermione, ma nemmeno lei poté sostenere il bluff sino in fondo. Un solo sguardo della zia Mame fece inciampare e naufragare il discorso di Hermione. Tacque, con un breve scatto della dentiera.
"Certamente, qui c'è un errore," disse la zia Ma- me. "Senza dubbio è accaduto uno scambio, Patrick ha ricevuto un pacco sbagliato. Questi vecchi cenci logori sono roba che nessuno certo pagherebbe cento ghinee."
"Cento ghinee!" disse Vera, e fischiò.
Lady Gravell-Pitt parve così umiliata nel vedersi presa in flagrante con quel meschino trucco, che quasi mi fece compassione. Però si riprese e disse: "Si capisce. Domani si aggiusterà tutto. Ma ora, dobbiamo andare. Non sta bene fare attendere Bertie e Bessie."
"Benissimo," disse la zia Mame. "Patrick, mio piccolo amore, bisogna che tu ti aggiusti in qualche modo. Forse nessuno si accorgerà."
"Forse," dissi incerto. Mi misi il cilindro grigio. Mi calò sino al naso.
Il traffico londinese è sempre stato tremendo, ma nel giorno di quel garden party era talmente aggrovigliato che ci volle quasi un'ora per oltrepassare gli ultimi due isolati prima dei cancelli di Buckingam Palace. Né le cose si misero meglio quando Ito ammaccò un'antichissima Daimler e schiacciò il paraurti della Packard dell'ambasciatore peruviano. Quando finalmente si arrivò, la temperatura nella vettura era arrivata a 32 gradi e l'umidità era insopportabile.
Non avendo mai assistito né prima né dopo di allora a un garden party reale, non posso far confronti con altre cerimonie simili. Però l'unica differenza che potei notare fra il garden party reale e una gigantesca partita allo Yankee Stadium di New York, è che nello Yankee Stadium vi sono i gabinetti ed è più facile trovare da bere. Ci mettemmo in coda dietro a diverse centinaia di migliaia di persone infronzolate e cominciammo ad andare avanti serpeggiando verso il grande padiglione dove riceveva la famiglia reale. Passò un'ora ed eravamo ancora lì in piedi, fermi. Vera fu la prima a cedere. "Al diavolo tutto!" disse, e se ne andò a raggiungere alcune persone che conosceva. Mi pareva infatti che Vera conoscesse molta più gente nella cerchia di corte di quanta ne conosceva Lady Gravell-Pitt. Ogni due o tre minuti, qualcuno con titolo altisonante scopriva Vera ferma nella coda e si avvicinava per salutarla, e a!lora Vera ci presentava tutti.
Lady Gravell-Pitt, d'altra parte, non faceva altro che gracchiare: "Oh, ecco il marchese Caso o la duchessa Cosa," e agitava freneticamente la mano; ma veniva ricambiata sempre e soltanto con uno sguardo gelido. Ma la zia Manie era troppo contenta di essere lì, e troppo felice di chiacchierare con gli allegri amici di Vera per accorgersene. Passò un'altra ora e non ci sentivamo molto più vicini alla meta. Comunque, il so!e era scomparso dietro una nuvola e si levò una discreta brezza. "Sia ringraziato Dio, si sente meno il caldo," disse la zia Mame. Ero cordialmente d'accordo con lei, però notai che parecchie persone cominciavano a levare al cielo sguardi preoccupati.
Intanto la coda avanzava. La brezza si era mutata in vento. Le gonne lunghe e leggere delle donne svolazzavano nervosamente e più di un largo cappello rotolò fra l'erba.
"Oh Dio!" cominciò lady Gravell-Pitt, "spero davvero che non stia per..." Le sue parole vennero sommerse da un terribile colpo di tuono. Il vento raggiunse la velocità del turbine. Le code della mia giacca mi sbattevano dietro e la vecchia gonna di georgette a fiori di lady Gravell-Pitt, investita da una raffica, le volò sino alla vita, offrendo così a tutta Londra elegante la malinconica visione dei più grandi piedi e delle cosce pii magre di tutto l'impero britannico.
Cominciò a piovere. Piano da principio, con schioccanti goccioloni, poi la pioggia divenne violenta, spumeggiante sotto l'impeto del vento. Diversi uomini che avevano avuto la prudenza di portare l'ombrello lo offrivano cavallerescamente per proteggere la loro dama, ma gli ombrelli che non furono immediatamente rovesciati vennero strappati dalle mani dei proprietari e rimbalzarono saltellando attraverso il prato. La tenda sopra il capo delle Loro Maestà Britanniche schioccava selvaggiamente e tra gli ospiti si rivelò una chiara tendenza verso l'esodo.
Una processione di debuttanti dalla voce acuta ci passò accanto di corsa, urlando, coi capelli appiccicati alla fronte, i vestiti di organdis bianco attaccati al corpo come sudari. Il prato era ormai una palude piena di cappelli, di ombrelli, e la gente si precipitava in tutte le direzioni inciampando, scivolando, cadendo e spingendosi gli uni addosso agli altri. Appena allentai la mano che stringeva il cappello, me lo vidi strappare da un monsone che lo portò in alto. Atterrò esattamente sotto i piedi di un vescovo che cercava disperatamente un riparo.
Si udì un lungo, basso rimbombo, seguito da un balenio e da uno schianto, mentre qualcosa di accecante colpiva la terra vicino a noi con la forza di una bomba dirompente. Sentii qualcuno gridare: "Oh Dio! ha colpito sir Hubert!" E la folla prese la fuga. Senza più riserbo britannico. Ognuno per sé e il diavolo pigli l'ultimo.
Hermione spiccò la corsa come un puledro. Io gridai: "Zia Mame!" e allungai il braccio per afferrarla, ma fui gettato knock out dalla marchesa Vedova di Qualcuno. Mi raggiunse a terra una donna vestita di azzurro, la quale mi assicurò che cose di questo genere non accadevano mai a Capetown. Diguazzammo disperati per qualche momento nell'erba fangosa e quando potemmo rialzarci in piedi non c'era più traccia della zia Mame, Pioveva cosi forte che era quasi impossibile vedere da qui a L'elegante Rolls Royce da passeggio della zia Ma- me di solito spiccava in mezzo a qualsiasi folla, con la sua verniciatura nera smagliante, i bulloni lucenti, i raggi argentei delle ruote, gli angoli arditi e bene squadrati. Ma al garden party reale era semplicemente una fra centinaia di altre macchine nere. Del resto nemmeno gli autisti se la passavano bene. Motori completamente allagati dal nubifragio rifiutavano di mettersi in moto; grandi dame inzuppate d'acqua urlavano come pescivendole per trovare la loro automobile, ma invano. Le poche vetture che ancora marciavano, slittavano sul selciato sollevando grandi spruzzi d'acqua. Il crollo dell'Asse fu evitato di stretta misura quando la grande Mercedes Benz dell'Ambasciata tedesca incastrò i suoi paraurti fra quelli della Isotta Fraschini dell'Ambasciata italiana.
Non era insomma quel che ci voleva per Ito, che, a dir la verità, non si vedeva da nessuna parte. Cadde di nuovo un fulmine da qualche parte e il panico si mutò in frenesia. A questo punto decisi di affidarmi a mezzi di fortuna e ai trasporti pubblici. Corsi nella strada e sali sul primo autobus di passaggio. Soltanto dopo alcuni chilometri mi resi conto di essere diretto verso Putney.
Circa due ore più tardi arrivai alla casa della zia Mame dopo essermi servito di autobus, metropolitana e tassì. Sebbene la pioggia fosse finalmente cessata, Grosvenor Square stava sotto trenta centimetri d'acqua. Una macchina da turismo, scoperta, d'aspetto sportivo, era ferma davanti alla porta della zia Mame.
Aprii l'uscio con la mia chiave e traversai il pavimento di porfido con le scarpe che facevano acqua a ogni passo. Il grande atrio di marmo era oscuro e vuoto. Nessuno dei soliti lacché presi a nolo da!la zia Mame vi montava come al solito la guardia. Convinto di essere l'unico che non era naufragato con la famiglia reale, gridai: "C'è nessuno in casa?" ma senza soverchia speranza.
Poi sentii la zia Mame. La sua voce sonava eccezionalmente vispa. "Sei tu, mio piccolo amore? Sono qui, nella stanza del giardino."
Mi avvicinai coi piedi che sciaguattavano dentro le scarpe verso la stanza del giardino e nel buio distinsi il profilo della zia Mame. Era rannicchiata in terra davanti al caminetto, con un bicchiere in mano.
"Che bel picnic," dissi.
"Non è vero, tesoro?" disse lei. "Non ricordo di essermi mai divertita tanto."
"Divertita?" dissi.
"Ma sì, tesoro. Vorrei farti conoscere il capitano Fitz-Hugh. Basil, questo è Patrick Dennis, mio ni80 pote, il mio pupillo, la mia vita. Patrick, questo è il capitano Fitz-Hugh."
"C'è un'altra persona qui?" domandai, "La stanza è... è come un..."
"Ah, si capisce, mio piccolo amore. Non me ne ero accorta. Accendi la luce, per favore."
Accesi una lampada e, torreggiante sopra di me, vidi due metri di guardia Coldstream. "Come state?" disse afferrandomi energicamente la mano.
Come ho detto, il capitano Fitz-Hugh era molto alto. Aveva la pelle rosso-bruna, i capelli rosso-bruno, occhi rosso-bruno, e baffi rosso-bruno. Che fosse fatto molto bene era largamente palese, perché indossava soltanto la mia vecchia veste da camera blu, con la scritta "Accademia di San Bonifacio" ricamata sul cuore. La veste da camera era stretta anche a me, e rivelava anche troppo vantaggiosamente diversi metri delle gambe ben tornite, delle splendide avambraccia e del petto muscoloso del capitano Fitz-Hugh. Salvo l'accento inglese e i baffi, il capitano Fitz-Hugh mi rammentava il compianto marito della zia Manie, Beauregard Burnside, e con raro lampo intuitivo fiutai che Qualcosa Si Era Messo In Movimento.
"Il capitano Fitz-Hugh mi ha valorosamente salvata al garden party di oggi. Non riuscivo pili a trovare né te, né Vera, né Hermione, né ho, né la macchina. Davvero," disse con una breve risata argentina, "senza il capitano e la sua adorabile vetturetta, probabilmente sarei ancora a camminare nell'acqua a Buckingham Palace." Raccolse vereconda le gonne intorno a sé e allora notai per la prima volta che ella indossava uno specialissimo négligé di velluto disegnato per lei da Molineux. La zia Mame aveva sempre detto che esso aveva più pizazz di qualsiasi altro suo indumento.
Si alzò in piedi e girò su se stessa rapidamente per rivelare anche meglio le sue agili caviglie e la gloria di capitan Molineux. Il capitano Fitz-Hugh dimostrò di apprezzare molto lo spettacolo. "Ora, mio piccolo amore, corri di sopra e mettiti un vestito asciutto. Troverai i vestiti del capitano Fitz-Hugh che asciugano davanti al fuoco in camera tua. Sapevo che non ti sarebbe dispiaciuto. Oh, per favore, fai una capatina in cucina, e di', per favore, che mi mandino dell'altra acqua bollente. Il capitano Fitz-Hugh e io ci difendiamo dalla polmonite con buoni punch e ti consiglio di fare altrettanto. Non tardare molto, caro." Mentre mi avviavo verso la stanza della serviti seguitavo a sentire la risatina trillante della zia Mame e la risata cordiale del capitano Fitz-Hugh. Ebbi la netta impressione che la Season della zia Mame cominciasse a rivelarsi più brillante.
Quando tornai nella stanza del giardino, trovai la zia Mame rannicchiata sul sofà con un bicchiere pieno in mano, che divertiva il capitano con aneddoti ben scelti del suo colorito passato, mentre il capitano rideva confidenzialmente a una distanza scarsa, ma discreta. Egli era stato in America e conosceva alcune delle persone che anche zia Manie conosceva. Ammirava molto il suo négligé. Pareva uno di quei casi in cui tre persone possono sembrare una folla e stavo per uscire in punta di piedi, quando la folla fu aumentata dall'ingresso di lady Gravell-Pitt.
Se Hermione era terribile a vedersi prima del garden party, ora era al di là di ogni descrizione. Il suo vestito fradicio, mezzo lacero, macchiato di fango, coi colori stinti e confusi insieme, si era ritirato in modo che le copriva appena le ossute ginocchia. Le piume di struzzo del suo striminzito boa ciondolavano come alghe marine bagnate. Aveva perduto il cappello e i capelli tinti d'oro opaco le pendevano come lunghi spaghi fradici fin sulle spalle.
"Bene I" ruggì Hermione entrando a passo di carica e battendo i denti "Vedo che siete riusciti a tornare a casa sani e salvi..."
"Hermie," disse la zia Mame cordialmente. "Spero davvero che tu abbia potuto trovare ho e la macchina. Lady Gravell-Pitt, capitano Fitz-Hugh."
Il capitano fece un inchino verso lady Gravell-Pitt sebbene ella rispondesse appena con un cenno della testa. Poi, guardandosi le gambe nude, egli disse che avrebbe provato a rimettersi i vestiti se io l'avessi accompagnato in camera.
Quando tornai, lady Gravell-Pitt predicava con foga alla zia Mame.
"È già abbastanza brutto," urlava Hermione, "avermi abbandonata nel corso di una importante cerimonia. Ma tornare con un uomo completamente sconosciuto..."
"Non è divinamente bello, Hermione?" disse la zia Mame. "E che voce divina!"
"Probabi!mente è un piccolo zero in un reggimento coloniale," gridò agitata Hermione.
"No, è nella Coldstream Guard," disse la zia Ma- me sognante. "Però ora è in congedo, in una specie di anno sabbatico o qualcosa del genere. E ha delle spalle stupende."
Hermione si interruppe un momento, tirò un profondo respiro e ripartì all'attacco: "Ebbene, ti prego di liberarti di lui, prima che arrivino i miei amici a pranzo. Nei circoli di corte non conviene..."
"Oh, Hermione, mi dispiace tanto. Ma ho rimandato il pranzo per via del maltempo. Del resto, il capitano Fitz-Hugh mi ha invitato a pranzare con lui, noi due soli."
"Mame, vuoi dire che ci pianti in asso per uno zero che..."
Il discorso di Hermione fu interrotto dalla riapparizione del capitano Fitz-Hugh che non aveva affatto l'aspetto di uno zero. Lei poi venne messa definitivamente in fuga dall'arrivo di Vera con un altro duca, il quale si gettò sul capitano Fitz-Hugh come se avesse ritrovato un fratello smarrito. Quella non era proprio la giornata di lady Gravell-Pitt.
Zia Mame restò fuori fino a molto tardi col capitano Fitz-Hugh. Lo so perché sentii un urto tremendo nella strada verso le tre e mezzo del mattino e guardai fuori per vedere se Ito, riportando la zia Mame a casa, aveva cozzato contro la macchina da turismo del capitano. Ma sentii lei che diceva: "Non fa niente, Ito," e l'osservai mentre si congedava dal capitano.
La mattina successiva avvenne quasi una scenata nel grande atrio marmoreo. Erano circa le undici e io ero di sopra in camera mia a scrivere cartoline illustrate dei due Palazzi del Parlamento e del Cambio della Guardia, da mandare in America, quando sentii suonare il campanello della porta. Abbassai lo sguardo dalla mia finestra e vidi il capitano Fitz-Hugh, in divisa di gran gala della Guardia, con almeno dodici dozzine di rose bianche. Siccome la zia Mame doveva essere ancora addormentata, io, naturalmente, cominciai a scendere le scale per ricevere il capitano, in modo accogliente, se una tale cosa era possibile in quella tomba di casa. Ma lady Gravell-Pitt arrivò prima di me.
Non avevo nemmeno svoltato nella prima rampa di scale quando sentii la sua voce risonare col suo tono peggiore nell'atrio. "Buon giorno, tenente," diceva odiosamente. "Mi rincresce molto doverle dire che la signora Burnside non è in casa."
"Oh," disse malinconicamente il capitano Fitz-Hugh. "Mi aveva detto che avrei potuto venire..."
"Si capisce," disse lady Gravell-Pitt. Feci capolino dalla scala e la vidi in piedi, fiancheggiata da mezza dozzina di lacché in modo che sembrava un centro mediano di Nôtre Dame. "La signora Burnside è stata chiamata fuori, a Colchester per la verità. E ho terribilmente paura che non tornerà sino a tardi, oggi..."
Sapevo che la zia Mame vedeva qualcosa di molto particolare nel capitano e stavo per scendere e dire che lady Gravell-Pitt mentiva per la gola. Fortunatamente Ito lo fece per me.
"Oh, no, maggiore," disse Ito. "Voi entrare. Voi sedere. Missy Burnside già tornare. Io conducere molto rapidamente."
"Ottimamente," disse il capitano.
Non mi fermai oltre a vedere o a sentire Hermione, mi precipitai in camera della zia Mame e le strappai la maschera per il sonno dagli occhi.
"Svégliati, zia Mame," dissi. "Svegliati! C'è lui!" "Chi c'è ?" disse lei strizzando gli occhi come un gufo al sole mattutino.
"Lui," dissi. "LLLLLLui!"
"Lo dici come se ci fosse l'apocalisse!" rispose lei incattivita. "Non m'importa nulla di chi sia. Come osi infilarti in camera mia, nel mezzo della notte, per svegliarmi mentre dormo profondamente..."
"Ma è il capitano Fitz-Hugh!"
"Per amor del cielo, perché non me l'hai detto subito, fanciullo?" disse balzando dal letto. "Scendi da lui e tienigli compagnia mentre mi vesto."
Seduto nella più tetra delle stanze Chippendale sotto l'occhio vitreo di lady Gravell-Pitt, il capitano parve felicissimo di vedermi.
"La signora Burnside scenderà subito," dissi coi miei modi più educati. "Una sigaretta, signore," soggiunsi, dimostrandogli quanto ero pratico di vita mondana.
Poi tra il capitano Fitz-Hugh e me si iniziò una conversazione adatta a un ragazzo non ancora adulto. Si parlò di collegi (egli era stato a Eton) e di università (Oxford). Hermione non sembrava ascoltare con piacere. Poi la zia Mame, che quando aveva fretta sapeva cambiarsi i vestiti più rapidamente di un pompiere, guizzò nella stanza in una nuvola-cumolo di chiffon. "Basi', mio caro, quanto siete stato buono a venire per lo spuntino delle undici. Patrick, sii un tesoro, suona a Ito."
"Spero davvero che potrete far colazione con me," disse il capitano.
"Oh l'adorerei..."
"Che peccato, Mame cara," disse Hermione "ma naturalmente farai colazione qui, oggi per..."
"Oh no!" disse Ito mostrandosi nel vano della porta. "Io telefonare già a tutti e dire nessuna colazione oggi. Missy Burnside dovere andare a Colchester. Inoltre, niente tè, niente cocktail, niente pranzo. Molto lontano Colchester."
Hermione disse qualcosa che somigliava a "Auk!" e uscì dalla stanza a passo di marcia. Poco dopo, la zia Mame mutò abito una seconda volta con la rapidità di Fregoli e se ne andò a colazione. Più tardi ancora nella giornata, il capitano ricomparve in uno spettacoloso abito da società per accompagnarla a passare la serata fuori. Nel vedere la zia Mame volare giù per la scala, abbagliante di diamanti, sapevo che provava di nuovo Quel Non So Che !
Mi vestivo per il pranzo, come era l'uso della casa, quando Vera entrò bruscamente in camera mia.
"Ma Patrick, che belle gambe hai!" mi disse porgendomi un bicchiere di brandy.
"È vostra abitudine irrompere così in camera degli uomini?" le domandai infilandomi i calzoni.
"Francamente, sì," disse Vera. "Del resto, questo è quasi l'unico luogo della casa dove si possa chiacchierare senza che quella vecchia cavalla ci spii. Alla tua salute."
"Cin cin," dissi, "Ebbene, non è divino?"
"Non è divino che cosa?"
"Tutto, stupido. Mame e Basi!. Ti dirò, Patrick, che in queste ventiquattro ore, ho svolto attive indagini e le informazioni non potrebbero essere migliori. Ricco come la Banca d'Inghilterra, più ricco, anzi. Quarantun anno. Scapolo. Non anormale! Conosce tutti! Parente di metà Debrett. Ed è Onorevole, un Onorevole!"
"Un che cosa?"
"Un Onorevole, tesoro. I suoi sono stati conti di Upshott sin dai tempi di Ethelred, o qualcuno del genere, Basil è figlio unico. Ciò vuoi dire che avrà il titolo quando suo padre tirerà le cuoia; e non ci sarà troppo da aspettare, perché quel vecchio scemo ha quasi novant'anni e non potrà vivere in eterno. Cosi la nostra Mame sarà contessa! La nostra Mame e un conte feudale!"
"Non correte troppo, Vera?" dissi. "Non l'ha ancora chiesta."
"Oh, lo farà, Al suo circolo stanno già scommettendo. E in quanto a Mame non l'ho veduta così da quando era vivo il povero Beauregard."
Piuttosto che stare alzato a chiacchierare con lady Gravell-Pitt, andai a dormire presto quella sera, con una copia di Via col vento; e ne rimasi cosi affascinato che bruciava già Atalanta prima che io mi rendessi conto di essere arrivato alle quattro del mattino. Spensi la luce e stavo per alzare il vetro della finestra, quando vidi una macchina arrivare sul lato sbagliato di South Audley Street. Capii che poteva essere soltanto Ito. La vettura si fermò infatti davanti alla nostra porta e ne scesero la zia Mame e il capitano Fitz-Hugh. Risero entrambi ed egli le diede un lungo, lunghissimo bacio prima che ella corresse allegramente in casa.
Mi pareva che, essendo sveglio, avrei potuto fare con la zia Mame una delle nostre chiacchierate mattutine e che avrei potuto dirle tutte le cose interessanti che Vera aveva scoperte sul capitano. Appena aprii la porta, sentii la voce di Hermione rimbombare nell'atrio. "Avrei da dirti una parola, Mame," disse.
"Oh, Hermione, è troppo tardi" gorgheggiò la zia Mame. "Non si potrebbe aspettare?"
"No, non si può" disse lady Gravell-Pitt irritata. "Vieni in biblioteca dove nessuno ci disturberà."
"Oh, a quest'ora chi ci potrebbe disturbare?" Però la porta si chiuse su quel che diceva zia Mame.
Mi infilai la veste da camera e attesi. Poi mi stancai di aspettare e ripresi Via col vento. Hermione doveva avere detto un mucchio di parole alla zia Mame, perché Scarlett stava dicendo che non avrebbe mai più avuto fame, quando alla fine sentii la zia Manie salire le scale.
Aprii la porta e uscii nel corridoio. La zia Mame saliva le scale ma non era la medesima donna che le aveva discese poco prima quella stessa sera. Appariva stanca, affranta, vecchia, e sentii che lottava per trattenere le lacrime.
"Zia Mame," cominciai.
"Che cosa fai in piedi a quest'ora ?" disse incattivita, "Non ti permetto di andare in giro tutta la notte, hai capito? Torna a letto immediatamente!" Entrò in camera sua e sbatté la porta dietro a sé.
Il giorno dopo, Hermione Gravell-Pitt era di nuovo in arcione. Si attendeva la sua gente a colazione, al tè, a pranzo, ed essa cinguettò uggiosamente per la casa tutta la mattina facendo la prepotente coi servitori e dando ordini e contrordini.
La zia Mame non scese sino all'ora di colazione. Appariva pallida e triste come se avesse dormito pochissimo. Quasi fosse tutto predisposto, Hermione radunò i servitori e li schierò nell'atrio. Poi la zia Mame si rivolse a loro. "Devo dirvi," cominciò, "che se si presenta un certo capitano Basil FitzHugh, oppure se telefona, e chiede di parlare con me, voi dovete rispondere che non sono in casa."
"Inoltre..." disse pronta Hermione.
"Inoltre" disse anche desolatamente la zia Ma- me, "chiunque di voi gli darà una qualsiasi informazione, verrà immediatamente licenziato."
In quel momento sonò il campanello dell'ingresso. La zia Mame si posò la mano sul cuore. Tre lacché si mossero verso la porta, ma il maggiordomo arrivò per primo. "La signora è uscita," lo udii dire, poi la porta fu chiusa con tonfo imponente. La zia Mame si mosse verso la finestra. Lady Gravell-Pitt disse imperiosamente: "Questo è tutto: potete andare." Poi aggiunse: "Andiamo, Mame, ad aspettare i nostri ospiti nella sala Adam."
Per tutto quel giorno, per il giorno successivo e per quello dopo la zia Mame si mosse come un automa in mezzo agli stessi antichi naufraghi che Hermione seguitava a invitare. Pareva che non li vedesse e non li sentisse, e, in un certo senso, era da invidiare.
Il povero capitano Fitz Hugh non rinunciò mai a presentarsi alla porta e a telefonare otto o nove volte al giorno. Sapendo che la zia Mame non poteva licenziarmi, cercavo sempre di arrivare per primo alla porta o a uno dei telefoni, ma venivo sempre battuto in velocità da uno dei servitori. La zia Ma- me intristiva. Vera intristiva. Io intristivo. Ito intristiva. Soltanto lady Gravell-Pitt pareva contenta di sé.
Il quarto giorno scoprii la zia Mame nel giardino e la interrogai: "Zia Mame," dissi, "perché non può più venire qui il capitano Fitz-Hugh?"
"Ah! mio piccolo amore," sospirò, "sarebbe una storia lunga."
"Abbiamo molto tempo."
"Non capiresti"
"Proviamo. Almeno potrei sforzarmi."
"È semplicemente questo: sembra che io abbia incontrato un mascalzone, un autentico farabutto. Non ti basta?"
"Oh zia Mame." dissi. "Alcuni dei tuoi migliori amici sono stati mascalzoni e autentici farabutti. Inoltre non ci credo nemmeno per un istante. Del resto, chi te l'ha detto?"
"Hermione. Lei... lei ha detto che se nei circoli di corte si sapesse che io... frequento lui, allora io..., io non sarei mai presentata. Disse che avrei dovuto scegliere tra la presentazione e Basil."
"Ma zia Manie," dissi. "Clic diavolo ti importa di quella stupida, antica presentazione? Del resto mi sembra che il capitano sia molto più aristocratico della vecchia lady Gr...."
"Piccolo ingrato che non sei altro!" disse la zia Mame con occhi fiammeggianti. "Sono qui che sacrifico tutto per te e tu parli in questo modo. Non rivolgermi mai pii la parola." Dopo di che se ne andò sgonnellando verso la casa.
Quella uscita della zia Mame mi sbalordì tanto che pensai fosse meglio per me uscire da quel manicomio. Passai per le scuderie dietro la casa e uscito in istrada, la prima persona che vidi fu il capitano, l'onorevole Basil Fitz-Hugh, armato di rose bianche e con l'aria di un uomo che ha voglia di spararsi. Fu un incontro mondano molto imbarazzante.
"B... buongiorno, capitano," dissi.
Lasciò cadere le rose, mi afferrò per le braccia come se affogasse, e: "Patrick," disse con voce spezzata, "ho bisogno di sapere. Perché? Perché tua zia non mi vuoi vedere? Che cosa ho fatto? Non mangio più, non dormo più"
Un minuto dopo mi aveva sospinto dentro un tassì e si correva verso il suo circolo per una colazione fra uomini. Era un circolo molto elegante: il pasto fu schifoso.
Intontito però da una grande quantità di gin e succo di chinotto, pieno di una immensa compassione per il capitano che singhiozzava nel suo whisky, io mi feci sempre meno elusivo nelle mie risposte alle sue domande. Finalmente abbandonai. ogni ritegno e gli raccontai tutto.
"Sì, che ha simpatia per voi, capitano Fitz-Hugh," dissi. "Ha moltissima simpatia per voi. Ma, capite, la zia desiderava tanto debuttare,.."
"Debuttare?" egli domandò.
"Non esattamente debuttare. Questo lo fece nel... insomma, diversi anni fa. Veramente lo fa per me. Crede che dovrei vedere l'alta società di Londra all'opera."
"Che spaventevole spettacolo," disse il capitano. "Certo, certo," assentii. "Però lady Gravell-Pitt dice..."
"Ma chi è, insomma questo vecchio Cerbero, questa lady Gravell-Pitt?"
"Veramente nessuno lo sa bene. Ma la zia Mame vuole essere presentata alla corte di San Giacomo, e..."
"Ma mio caro ragazzo," disse il capitano, "nulla potrebbe essere più semplice. La mia vecchia zia potrebbe presentarla. O mia sorella. O la moglie dell'ambasciatore americano. O un'altra mezza dozzina..."
"Sì, lo so," dissi. E per una volta mi sentii imbarazzato per la zia Mame. "Ma sembra che lady Gravell-Pitt sia stata ingaggiata per presentare zia Mame al prossimo..."
"Non è possibile!"
"Perché?" dissi. "La zia Mame in genere è molto bene educata, non ha mai divorziato e non è stata implicata in molti scandali. Infatti, da noi è ritenuta piuttosto un personaggio dell'alta società."
"Voglio dire, che non è nemmeno in nota."
"In nota?"
"Capisci," disse il capitano Fitz-Hugh, "per combinazione io sono uno degli scudieri del re, per quanto sia junior..."
"Scudieri ? " dissi, "junior ? "
"Ma sì," disse. "Una carica un po' sciocca, però sappiamo tutto quanto accade a Palazzo. Infatti toccherà anche a me spingere avanti la prossima mandata di vecchie galline, scusami l'espressione, subito dopo che le debuttanti saranno state presentate. La nota è già compilata." Mise la mano nella tasca della giacca e ne trasse fuori un elenco alfabetico di nomi, d'aspetto molto ufficiale.
Scorsi rapidamene la nota. Vi. si leggevano press'a poco questi nomi: "Aponyi, contessa Làszlo; Argenta, señora Juan Carlo Maria Jesus; Atterbury, Mrs. Edward; Bechstein, Mrs, Julio; Bliss, Mrs. Erskine; Capehart, Mrs. Farnsworth..." Senza nessun accenno a una signora Burnside, né, fra i nomi delle signore che presentavano, a una lady Gravell-Pitt, "Accidenti," dissi, "alla zia Mame si spaccherà il cuore. Quando mette qualcosa in movimento..." Poi mi venne un'idea brillante. "Scommetto che voi potreste rimediare tutto, non è vero?" dissi.
"Sarebbe estremamente irregolare," disse il capitano austero.
"Però, scommetto, che potreste, non è vero? Specialmente se voleste rivedere la zia Mame?" "Ebbene, difficilmente io..,"
"C'è quella vostra zia di cui avete parlato, o vostra sorella..."
Quindici minuti dopo eravamo seduti nel salotto di un'enorme casa nella Belgrave Square, ascoltando la zia dell'onorevole Basil, Griselda lady Spavin, che diceva: "Gravell-Pitt, Gravell-Pitt? Mi pare di ricordarmi una losca storia sul suo conto..."
"Mia zia ha una memoria fantastica per questo genere di cose," mi disse il capitano.
"Ma non l'avrò più, Basil, se non smetti di interrompere il corso dei miei pensieri," disse lady Spavin, Aveva già scorso tutto il Burke senza trovarvi il nome. Non che importasse, perché palesemente il capitano era la pupilla dei suoi occhi ed ella aveva consentito a prendere sotto le sue ali la zia Mame senza nemmeno averla veduta, Soltanto era così vecchia che temevo non sarebbe durata abbastanza per accompagnare la zia Mame sino a fare il suo inchino, e la Corte, se così posso esprimermi, riceveva quella sera stessa.
Griselda lady Spavin aveva fatto un mucchio di storie ripetendo al capitano quanto fosse scorretto aggiungere un nome alla nota; però mentre lei faceva la difficile e badava a dire che una cosa simile non sarebbe mai stata tollerata sotto il regno della cara regina Vittoria, il capitano Fitz-Hugh aveva telefonato a Palazzo per avvertire che si era fatto uno spaventevole errore dimenticando il nome della signora Burnside, signora Beauregard Jackson Pickett di New York City e della sua presentatrice, Griselda lady Spavin. Siccome sua zia sembrava avesse un'enorme importanza nelle cerchie chic, il nome era stato aggiunto alla nota senza discussioni.
"Gravell-Pitt," disse lady Spavin appuntando un ago nel suo ricamo. "Mi pare vi sia stato un caso disgustoso nell'anno del Giubileo... No, non nell'anno del Giubileo, quello fu l'anno in cui il povero Spavin si ammalò e mori a Heaves."
"Suo marito, mio zio Alister," mi sussurrò il capitano in un a parte. "Pieno di correnti d'aria, Heaves."
"O forse accadde nell'anno in cui la regina, voglio dire la regina Mary, cominciò il suo tappeto a gros-point? Ah, sì, adesso mi rammento bene, Ero venuta in città da Heaves per cercare della lana da accompagnare a quella che avevo, Stavo per finire i sedili a petit-point per le sedie della sala da pranzo di Heaves. Basil, porta giù questo giovanotto in sala da pranzo e fagli vedere le sedie. A Heaves è tanto umido che le ho fatte portare qui."
"Ti prego, zia Griselda, cerca di ricordarti," disse il capitano.
"Ma si capisce che mi ricordo perfettamente Basil. Non essere così asino. Erano trentasei sedie William e Mary ed ero arrivata all'ultima, uccelli del paradiso sopra fondo bianco avorio, quando con immenso fastidio vidi di non avere più lana azzurra. Non potei trovare la sfumatura giusta dal piccolo merciaio di Heaves Priory. Una bottega deliziosa. Puro Cotswold, ma fornita malissimo. Cosi, essendo chiaro che dovevo venire a Londra, decisi di prendere il treno delle nove da Heaves Priory, il quale arriva a Charring Cross Road alle..."
"Zia Griselda, ti supplico. Lady Gravell-Pitt. Hermione Gravell-Pitt."
"Basil, caro ragazzo, se tu smettessi di interrompermi... Così finalmente trovai questa lana azzurra in una botteguccia in Oxford Street, che ha della lana molto migliore e a miglior mercato di..."
"Grrrrrrravell-Pitt!" disse il capitano.
"Esattamente, Basi!. Quando uscii nella Oxford Street, però, era cominciato a piovere; avevo l'ombrello, ma temevo che la pioggia bagnasse il sacchetto di carta e rovinasse la lana, perché l'azzurro, come sapete, sbiadisce con terribile facilità..."
"Zia Griselda, ti prego..."
"E perciò," ella proseguì alzando imperiosamente una mano, "comprai il primo giornale che mi capitò, oh, uno di quei tremendi tabloid7, per incartare la lana. Poi, fortunatamente un uomo scese da un tassi proprio davanti a me. Così salii nel tassì e tornai a casa. Ma non potei fare a meno di notare quel terribile scandalo sulla prima pagina del giornale."
"Lo scandalo Gravell-Pitt ?"
"Ma si capisce, caro ragazzo. In ogni modo andai a colazione con Maud Brochway-Teal da Gunter, e così misi via lana azzurra, carta e tutto. Poi si chiacchierò tanto a lungo che ebbi timore di aver perduto il treno e andai direttamente alla stazione, e lasciai qui la lana, per scoprire, quando fui tornata ad Heaves, che veramente avevo ancora tanta lana azzurra quanta ne volevo, ma l'avevo dimenticata nel salottino della prima colazione. A Heaves, quel sa- lottino dà, a settentrione, di conseguenza è molto scuro. Dunque tutta la gita a Londra era stata superflua."
"Ma il giornale che cosa diceva?" domandò Basil col viso stravolto.
"Come posso saperlo, caro ragazzo? Non mi interesso di simili pettegolezzi. Comunque, il giornale e la lana azzurra sono là, nel mio tavolino da lavoro.
"Vuoi dire che hai ancora il giornale?"
"Ma si capisce, mio caro ragazzo. La roba resta con chi la sa tenere. Basil, ti prego, fai attenzione al mio tavolino da lavoro. Mescolerai tutti i colori!"
Basil tirò fuori un vecchio tabloid londinese giallo come i denti di lady Gravell-Pitt, e con esso un poco di lana azzurra, la quale, come aveva detto lady Spavin, era veramente sbiadita. Proprio sulla prima pagina del giornale si vedeva la fotografia di Hermione coi denti che spuntavano in un sorriso raccapricciante da sotto un cappello a cloche e un articolo con un titolo a grandi lettere:

NOBILDONNA IN PARK LANE DENUNCIATA COME TRUFFATRICE
"Lady Hermione Gravell-Pitt, abitante in Park Lane, n. 52, nata Beryl Green, è stata oggi denunciata per avere organizzata una truffa."

Il giornale proseguiva narrando che a una certa signora Schwarz di Durham, Africa del Sud, era stata sottratta da Lady Gravell-Pitt la somma di venticinque mila sterline con la promessa della presentazione a corte. Proseguiva specificando (segue a pag. 6) che lady Gravell-Pitt aveva un passato poco pulito; narrava alcune delle sue più losche gesta nel campo commerciale e mondano e aggiungeva che non era affatto lady essendo stata ripudiata dal signor Nigel Gravell-Pitt alcuni anni prima che egli fosse stato creato cavaliere per i cospicui meriti acquistati col suo lavoro d'archeologo nelle rovine di Kush. (Veniva spiegato così dove Hermione aveva trovato i suoi denti).
"Se mi poteste prestare questo giornale e la vostra nota" dissi al capitano Fitz-Hugh "credo che rivedrete prestissimo la zia Mame. Tra un'ora, direi."
Mi precipitai alla casa di Grosvenor Square nel momento stesso in cui gli zingari di Hermione ne uscivano riempiti di éclairs al cioccolato e di piccoli sandwiches per il tè.
"Dov'è la zia Mame ?" domandai a Hermione.
"Riposa in camera sua e non vuole essere disturbata," rispose Hermione, volgendomi un largo sorriso color d'ocra. "Dove sei stato tutto il giorno?"
"Nei circoli di corte, Beryl," le dissi, balzando su per le scale.
"Mi pareva di averti detto che non devi mai più rivolgermi la parola," mi disse la zia Mame, lacrimando nel suo grande letto a baldacchino.
"Avanti," dissi, "tira fuori il tuo vestito bianco di parata e le piume di struzzo, stasera stessa sarai presentata a corte."
"Hermione e finalmente riuscita ?" disse la zia Mame drizzandosi a sedere.
"Hermione non c'entra un corno," dissi. "Ora, asciugati gli occhi, e guarda un po' qui... Poi dammi la nota degli invitati per il pranzo di stasera, preparata da Beryl, voglio dire da Hermione, e manderò via i lupi!"
Mezz'ora dopo la zia Mame scendeva con aria molto dignitosa e serena, nella sua veste di gala in broccato bianco, scintillante di diamanti. Era arrivata all'ultimo gradino quando fu suonato alla porta di fuori.
"Sarà Basil," dissi guardando il mio orologio.
Uno dei lacché si fece avanti, ma la zia Mame disse: "Apro io, grazie." Così fece e il capitano, onorevole Basi! Fitz-Hugh, entrò con tutte le sue decorazioni sul petto. Non disse nulla. Semplicemente prese la zia Mame fra le braccia. Così li sorprese lady Gravell-Pitt.
"Devo confessare che questo è un bello spettacolo," disse Hermione.
"Uno dei più belli che vi siano al mondo," disse la zia Mame, con freddezza.
"Ma i tuoi invitati al pranzo? E il party?"
"Il party non vi sarà, Beryl. Stasera sono presentata a corte."
"Cosa?"
"Ho detto che sarò presentata alla corte di San Giacomo stasera."
"M-ma Mame," sputacchiò Hermione con la dentiera 'traballante, "non ho avuto ancora la possibilità di prender accordi. In queste cose ci vuole..."
"Sono certissima che non hai preso nessun accordo, Beryl. L'importante è che non avrai più bisogno di doverne prendere. Ecco la vostra copia della Circolare di Corte," disse porgendo a lady Gravell-Pitt il giornale ingiallito. "L'unica corte che abbiate mai conosciuto, credo sia il Tribunale dell'Old Bailey."
"Questa è buona, zia Mame," dissi. Basi! ridacchiò imbarazzato.
"Mame, posso..."
"Potete andare di sopra, mettere insieme un po' della vostra roba e lasciare la casa stasera stessa," disse la zia Mame. "Domani vi farò mandare i vostri bagagli. Desidero soltanto che vi leviate dalla mia vista."
A lady Gravell-Pitt non restò altro da fare.
La zia Mame abbracciò me e Basi! simultaneamente e ci trascinò nella stanza del giardino, dove versò a ciascuno un drink eroico.
"Grazie, tesoro," disse Basil, "vuota il bicchiere. Avrai bisogno di tutte le tue forze per la prova di stasera."
"Oh Basil," disse la zia Mame accarezzandolo con gli occhi, "mi devi giudicare una donna vanitosa, sciocca, fatua, una zucca vuota..."
"Certamente, mia diletta," egli disse, "stasera dovrai pagare la tua stoltezza: prima stando per ore intere seduta nella tua macchina, perché il traffico sarà congestionato; poi aspettando per un numero di ore anche maggiore in sale o troppo calde o troppo fredde, in mezzo a un gregge di femmine gracchianti, vestite di bianco e coperte di diamanti; e infine uscirai come un cavallo da circo per fare il tuo inchino.
Dopo di che, potrai tornare finalmente in terra e stare con me."
"Oh Basil," disse la zia Mame.
"E ora sarà bene andare. Non immagini che cosa sarà il traffico."
"Così presto, tesoro? Non abbiamo nemmeno mangiato,"
"E probabilmente, non mangerai per parecchie ore. La zia Griselda prende la precauzione, in queste cerimonie di corte, di mettere un paio di panini imbottiti in una tasca speciale che si è preparata nello strascico.
Forse avrà compassione di te e te ne farà dividere uno con lei. Ora, angelo mio tenero e sciocco, bisogna andare..."
"Patrick, mio piccolo amore," disse la zia Mame, "ti dispiacerebbe correre di sopra e prendere il mantello? Se cerchi nell'armadio in camera tua, tesoro, troverai una sorpresa, un regalo che ho comperato per te, per compensarti di quell'orribile roba che Hermione ha cercato di venderti."
"Cos'è?" domandai avviandomi per la scala. "Una bellissima cappa nuova da sera, tesoro. E un cilindro nero."
"Proprio quel che ho sempre desiderato," mentii.
Infatti erano li tutti e due per la mia misura. Facevo una figura piuttosto elegante, anche se somigliavo un poco a un mago disoccupato.
La camera della zia Mame era buia, ma riuscii a trovare il suo mantello di ermellino; però inciampai e caddi sopra qualcosa in mezzo al pavimento. Accendendo la luce vidi che era il cofanetto dei suoi gioielli completamente vuoto. La zia Mame aveva indosso un mucchio di gioie, lo sapevo, ma doveva esservene anche un mucchio là dove li aveva presi. Afferrai il suo mantello e corsi a dirle che le sue gioie erano state rubate. Mentre uscivo nel corridoio, vidi lady Gravell-Pitt che scendeva furtivamente le scale.
"Ehi!" gridai. "Le gioie della zia Mame sono state..."
Lady Gravell-Pitt si volse e mi diede un solo terribile sguardo, poi inciampò e cadde a capofitto per tutta la lunghezza della scala, andando a finire con un tonfo ai piedi della zia Mame. Ma non atterrò sola. Anelli, collane, braccialetti, spille e l'altro diadema della zia Mame caddero dalle sue mani come fossero acqua.
Corsi giù dalla scala e raccolsi la refurtiva nella mia nuova cappa da sera.
"Va bene, Hermione," disse la zia Mame. "Ora vattene. Vattene sull'istante, prima che io chiami la polizia."
Lady Gravell-Pitt balzò in piedi goffamente, fuggi come una freccia e non la vedemmo più.
Seduta nella vettura, nella corrente del traffico, mentre si andava a prendere la zia di Basil, la zia Mame rinnovò gli insulti contro se stessa per essere stata tanto imbecille.
"Lady Gravell-Pitt se ne è andata davvero senza nulla, zia Mame," dissi. "Guarda. Tutta la tua roba è qui nella mia cappa,"
Spalancai la cappa da sera, che formava un comodo sacchetto e la vuotai in grembo alla zia Mame. Anelli, braccialetti, collane caddero sul broccato bianco. E là in mezzo, fra gli zaffiri, i rubini, gli smeraldi, le perle, ci sorridevano i denti di lady Gravell-Pitt.
LA ZIA MAME E IL CACCIATORE DI DOTE
Tornato in salotto, trovai Pegeen che attendeva pazientemente. È la prima persona che io abbia mai conosciuta in vita mia, la quale abbia dimostrato di interessarsi sinceramente al racconto di un viaggio fatto all'estero da un altro.
"Bene, per conto mio è un delitto portare via per le vacanze un ragazzo che deve crescere e poi non permettergli di prendere una boccata d'aria o un po' di sole, e tenerlo sempre chiuso negli alberghi, nelle case..."
"Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità, cara," dissi. "La zia Mame si preoccupava sempre e prima di tutto del mio benessere. Abbiamo passato all'estero bellissime vacanze piene di sole. Abbiamo nuotato, vogato, tutta roba così."
"Dove ? Nella fontana della Piazza Trafalgar ?"
"Niente affatto. A Biarritz o nelle vicinanze. La zia Mame prese in affitto una bellissima villa, invitò Vera Charles, Lady Spavin e un mucchio di altri amici per condurre una semplice vita pastorale. È stata più che altruista nel suo contributo alla guerra civile spagnola."
Guardai Pegeen lacrimosa seduta sul divano e 103 guardai il mio drink rinforzato. Vi sono momenti in cui l'alcool fa più male che bene. In vino veritas, e quella sera veritas per noi non ce ne voleva.
Penso che la zia Mame avrebbe potuto continuare a essere l'idolo di Londra come amica del capitano onorevole Basil Fitz-Hugh e protetta di Griselda lady Spavin. Ma la zia Mame appena aveva ottenuto una cosa generalmente se ne stancava. E dopo alcune settimane di continua vita mondana nei circoli di corte, zia Mame si accorse di essere chiamata verso climi più soleggiati. Inoltre, disse, la cucina inglese le rovinava lo stomaco. Prima che avessi fatto in tempo a rendermene conto, aveva preso in affitto una villa vicino a Biarritz.
Fu stabilita allora la divisione del lavoro; io venni lasciato a Londra per chiudere temporaneamente la casa, mentre la zia Mame e Vera andavano ad aprire temporaneamente la villa di Biarritz.
Per verificare gli inventari e sistemare ogni cosa impiegai più di una settimana, una settimana fredda e umida; fui felicissimo quindi di vedere il sole a Biarritz. La zia Mame mi venne incontro alla stazione, abbronzata come un'indiana, con aspetto molto vispo, calzoni colar rosa ed espadrillas, Mi baciò a più riprese, gettò le valige nel portabagagli della vettura del capitano onorevole Fitz-Hugh e prese il volante.
"Ah, mio piccolo ,amore," disse accarezzandomi una mano mentre passava a velocità di uragano davanti al Casinò, "benvenuto nei Pirenei. Sarai fanatico del soggiorno qui. Un po' chiassoso ma pittoresco e primitivo. Bagni deliziosi, e gli indigeni sono così buoni e cordiali: né francesi, né spagnoli, ma baschi: compendiano quanto v'è di meglio nelle due civiltà." Andò quasi addosso a un autobus di turisti, e il conducente le gridò dietro qualcosa agitando il pugno. "Vedi quel che voglio dire, tesoro? Vera maraderie basca. Basil e io ne siamo fanatici."
"Come sta, Basil?" domandai.
"Oh, tesoro, siamo così felici!"
"Siete fidanzati ?"
"Ebbene caro, no. Voglio dire che fidanzarsi è sciocco per gente della nostra età. Basil vuole sposarmi e io voglio sposarlo, e un giorno ci sposeremo, probabilmente in autunno. È tutto molto vago, per niente ufficiale. Semplicemente, fra me e Basil c'è un'intesa."
"Che bellezza!" dissi "e come sta Vera?"
"Oh," disse la zia Mame con un ampio gesto che fu lì lì per mandare la vettura dell'onorevole Basil giù sulla scogliera nell'Oceano Atlantico, "povera, povera Vera! Ha perso il cervello. È diventata matta, matta, matta. E per giunta per un uomo."
"Scherzi?" domandai. Vera Charles aveva avuto una serie di amici durante i molti anni in cui era stata vedetta, ma tutti erano stati semplicemente Ottimi amici, e lasciandole qualche ricordino della loro amicizia, come un braccialetto di diamanti o una pelliccia di zibellino, di solito tornavano alla loro moglie dopo aver scoperto che Vera era troppo egoista per concedere molta parte di sé agli altri.
"Se si può chiamarlo uomo," proruppe la zia Mame. "Somiglia più a un individuo del mondo dei rettili, secondo me. Anche Basil è del medesimo parere!"
"Allora se è così e preme tanto a Vera vuol dire che è molto ricco."
"Ricco? Lui ? Questa sì che è bella! Amadeo non ha nulla all'infuori dei vestiti che porta indosso e di quel che riesce e spillare a Vera e a me. Si chiama Amadeo Armandillo. È un astuto misero spick venuto fuori da qualche rustico paesetto dell'America Latina di cui nessuno aveva mai sentito parlare fino a quando Amadeo ha cominciato a sposare tante donne ricche così da farlo mettere sulle carte geografiche. Sembra che il principale genere di esportazione sia lui e sono fortunati di essersene sbarazzati."
"Come lo ha conosciuto Vera ?"
"Oh, è stato uno di quegli stupidi incontri tra la fiamma e la falena, come si leggono nelle novelle delle riviste illustrate. Vera andò al casinò una sera, per puntare qualcosa alla roulette, e tornò a casa con una vincita di diecimila franchi e Amadeo. Da quel giorno l'abbiamo in casa. Lei racconta di avere visto dall'altro lato del tavolo quegli odiosi occhi di serpente che ha lui, e che fu l'amore a prima vista. Secondo me, Amadeo vide tutti i braccialetti di Vera e il grosso mucchio di gettoni che aveva davanti e la povera Vera fu il suo bersaglio per quella notte."
"Non è da Vera una cosa simile," dissi. "Di solito accade il contrario."
"Giustissimo, mio piccolo amore," disse zia Mame. "Ma tu devi ricordare che per Vera il tempo passa. È molto pii vecchia di me e, infine, è giunta all'età pericolosa. Perché non abbia potuto giungervi con un vecchio banchiere simpatico o con uno dei suoi duchi mi rimane un mistero. Comunque, Amadeo si è trasferito armi e bagagli nella mia villa, la mia villa, ti prego di volerlo notare. Dà ordini ai miei servitori, arriva tardi ai pasti, chiede denaro in prestito, fa la corte in modo oltraggioso a tutte le donne, eccettuata Griselda Spavin, non ha visibili mezzi di sussistenza e Vera lo giudica una creatura perfettamente paradisiaca. Che cosa veda in lui è un mistero."
"Bello?" azzardai.
"Bello? Aspetta di vederlo. È brutto. È stupido. È sgarbato. È noioso. Vive esclusivamente alle spalle delle donne, non domandarmi come. Però Vera non è tanto ricca, anche se possiede tuttora la prima moneta che ha guadagnata. Oh, Patrick, mio piccolo amore, bisogna che io apra gli occhi a Vera. Bisogna che io l'aiuti!!!"
La zia Mame fece compiere alla macchina un pericoloso giro a destra: si varcò un cancello di ferro bizzarramente lavorato, si passò sobbalzando lungo uno sconnesso viale e ci fermammo davanti a una casa immensa, rosea come un cocomero, di gusto vagamente spagnolo.
"Eccoci a Villa Dolorosa, mio piccolo amore. Non è divina?"
Era terribile. Era stata costruita verso il 1925 da una diva del film muto, che aveva avuto l'abilità di combinare i peggiori elementi di Granada, Bauhaus e Hollywood e posarli tutti sopra un bellissimo promontorio naturale tra Biarritz e St. Jean de Luz. Il color rosa intransigente dell'intonaco era peggiorato dal tetto di tegole rosse, da inferriate e balconi con colonne ritorte e finestre di fondi di bottiglia.
L'interno era, se fosse possibile, peggiore: vi si trovavano archi, colonne, nicchie e grotte. Cancelli dove avrebbero dovuto esservi porte, e porte dove avrebbero dovuto esservi finestre. Tutto quel che avrebbe dovuto essere di marmo era invece legno verniciato, tutto quello che doveva essere legno era stucco dipinto e tutto quello che doveva essere stucco, era in verità cartapesta. L'arredamento ricordava vagamente il gusto dell'Inquisizione spagnola con l'aggiunta di alcune pelli di leopardo e di metalli cromati. Per fortuna zia Mame l'aveva presa per un breve periodo.
"Ti metto nella camera Velasquez, tesoro, proprio accanto a Vera. Infilati il costume da bagno e scendi subito. Sono già tutti sulla spiaggia."
Quando ebbi disfatto i bauli e fui pronto, trovai la zia Mame che mi aspettava nel patio con indosso un attillato costume da bagno. Ella insistette perché facessi una colazione continentale. "Mangia, tesoro," disse, "è pericoloso vedere Amadeo a stomaco vuoto."
Si attraversarono alcuni giardini teatrali e per una lunga scalinata di pietra scendemmo alla spiaggia dove erano radunati gli ospiti della zia Mame. Salvo l'innamorato di Vera, li conoscevo già tutti. L'onorevole Fitz-Hugh arrivò sgambettando con l'autentico aspetto del signore inglese in vacanze; portava i calzoncini da bagno e qualcosa che chiamava un boskbeddy; più tardi capii che in inglese significava berretto basco. Disse che gli sembrava stessi benissimo e che sarebbe stata una bella cosa avere lì un po' di gioventù.
Vera sotto l'incanto di Amadeo Armandillo era divenuta tutta fanciullesca e morbida. Mi salutò con una specie di deplorevole, ingenua grazia, e volle perfino baciarmi.
Poi toccò alla vecchia zia di Basil, lady Spavin. Era seduta sotto un cappello di paglia, sotto un velo, sotto un parasole, sotto un ombrellone da spiaggia e ricamava. Mi sembrò di capire che il suo compito era di chaperonner gli innamorati anziani.
Per ultimo, c'era il cacciatore di dote sudamericano, il protetto di Vera, Amadeo Armandillo. Capii subito le obiezioni della zia Mame. Era meno alto di Vera, anche coi suoi tacchi cubani. Prediligeva per i suoi vestiti l'azzurro elettrico, il giallo granoturco e il rosa beige, e portava tali imbottiture alle spalle da dover passare di sbieco per le porte. Credo che portasse il busto. Prediligeva camicie di seta blu oltremare con pallide cravatte di raso. Tutte le sue scarpe che non erano di camoscio erano di lucertola, oppure di camoscio e lucertola insieme.
Aveva capelli neri, lucidi, troppo lunghi, gettati all'indietro dalla fronte bassa e che pettinati in ondulazioni scultoree e lustre come catrame arrivavano alla destinazione finale formandogli una lunga e profonda V sulla nuca. Le sopracciglia gli si univano alla radice del naso stretto e sembrava vi strisciassero sopra, salvo il giovedì, quando si depilava. Aveva veramente bellissimi occhi scuri che erano però un poco troppo vicini e leggerissimamente sporgenti. Doveva essere nato senza muscoli facciali; aveva infatti un'unica espressione, quella di un'imperturbabile petulanza. "Un tipaccio," l'aveva definito Basil e così lo definivo anch'io.
"Señor Armandillo, questo è mio nipote Patrick," disse la zia Mame con la sua voce da Graziosa Padrona di Casa.
Amadeo mi porse una mano villosa con le unghie lustre e un grosso anello che pareva di strass, e grugni qualcosa. Credo non gli piacessero molto gli altri maschi. Nemmeno lui piaceva a loro.
La vita a villa Dolorosa era discretamente riposante. Durante il giorno per lo più si nuotava e si poltriva sulla spiaggia. Si facevano gite a Biarritz e a Saint Jean de Luz e anche più giù sino alla frontiera francese in modo che la zia Mame potesse raccogliere gli ultimi pettegolezzi sulla guerra civile spagnola. Ogni tanto veniva invitato qualcuno a pranzo, senza cerimonie, e, in qualche rara occasione, la zia Mame e l'onorevole Basil indossavano l'abito da sera per cenare a Biarritz o passare tranquillamente la sera al casinò.
Ella non parlava molto della sua intesa con l'onorevole Basil, però non si separavano quasi mai e la zia Mame pareva felice, tranquilla e innamorata. A me Basi! piaceva moltissimo ed ero contento che la zia avesse trovato un nuovo marito così simpatico, col quale ricominciare una vita calma.
Tutti i progetti di Vera si accentravano intorno al ripugnante Amadeo, e lui, conoscendo qual era il suo vero interesse, li accettava con aria immusonita stringendosi nelle spalle in modo molto latino, Così a me restava solo la compagnia di lady Spavin.
Fra noi due correva parecchio più di un mezzo secolo, però trovai in lei una compagna piuttosto interessante. Oltre al suo ricamo, lady Spavin si interessava di molte cose. Era un'avida lettrice e una energica giocatrice di carte. Manteneva una nutrita corrispondenza con metà della nobiltà inglese e con quel suo parlare pieno di digressioni sapeva raccontarmi un mucchio di scottanti scandali accaduti sotto il regno di Eduardo e Alessandra. Si interessava alla guerra civile spagnola e disse che avrebbe spinto Basil nella mischia se avesse avuto dieci anni di meno e non avesse avuto una intesa con la zia Mame. Pareva che lady Spavin avesse un'enorme simpatia per la zia Mame e più di una volta mi disse quanto fosse felice che suo nipote Basi! sposasse una brava vedova americana invece di una qualche ippomane ragazza inglese di provincia. Deve averlo detto sinceramente, perché un giorno si fece prestare ho e la Rolls per andare a comprare tutta la lana delle botteghe di Biarritz. Nello stesso pomeriggio iniziò il ricamo di un grande copripiedi a petit-point con lo stemma di Basil e le iniziali della zia Mame e di Basil intrecciate sopra una bianca distesa di rose.
Teoricamente Lady Spavin era lo chaperon della casa di zia Mame; ma mentre zia Mame e l'onorevole Basil si comportavano con opportuno decoro, accadevano nella Villa Dolorosa parecchie cose che lady Spavin non poteva vedere.
Quel che non vedeva lady Spavin lo vedevo io.
Sapevo, per esempio, che Amadeo Armandillo penetrava tutte le notti nella camera di Vera, perché le pareti erano così sottili che non potevo fare a meno di sentirli. Sapevo che quando Vera andava a Biarritz per l'applicazione di henné ai capelli, Amadeo faceva il gallo con una delle cameriere; relazione che ebbe termine quando egli cercò di fregarle cinquecento franchi. Scoprii anche che era ridotto alla sua ultima cambiale, la mattina in cui un foglietto svolazzò dalla camera di Amadeo atterrando ai miei piedi nel patio. Era una lettera dell'Albergo Excelsior di Roma che minacciava di fargli causa se non saldava la bazzecola di un conto di quattromila dollari lasciato in sospeso da lui alcuni anni addietro.
Vivessi mille anni non saprò mai spiegarmi che cosa una donna, per non parlare di Vera, poteva trovare di affascinante in Amadeo Armandillo. Come aveva detto la zia Mame non aveva né bellezza, né garbo, né educazione, né intelligenza, né spirito. Lady Spavin era cortese con lui, perché era la più gran dama fra le grandes darnes, ma nulla pia. La zia Mame, per quanto si sforzasse, ci riusciva solo a stento. L'onorevole Basil era molto riserbato con Amadeo e glacialmente cortese, sebbene quando era solo con la zia Mame e con me si lasciasse andare sino al punto di parlare del señor Armandillo come di un avventuriero, di un farabutto che non sarebbe stato tollerato a nessuna mensa-ufficiali. Per quanto l'onorevole Basil avesse occhi solo per la zia Mame, condivideva quella specie di culto che i signori inglesi hanno per le attrici e giudicava Vera simpaticissima. Amadeo, che non era precisamente cordiale con gli adulti, trattava me come se fossi qualcosa che il Ministero dell'Igiene avesse trovato dietro il cassone delle immondizie. Lui a me sembrava un grosso idiota e meno lo vedevo più ero contento.
Vera però era cotta e stracotta. Adorava Amadeo, sospirava appena intravvedeva le sue spalle imbottite e la sua vita stretta, come se egli fosse stato il David di Michelangelo. Una volta zia Manie osservò che se Vera avesse veduto Amadeo in costume da bagno, visione che non era mai stata concessa a noi mortali, sarebbe tornata immediatamente in sé e lo avrebbe messo alla porta. Dai rumori che sentivo ogni notte attraverso le pareti, ero abbastanza certo che Vera aveva visto Amadeo molto meno vestito, ma sapevo che la zia Mame sarebbe stata offesa e turbata se ne avesse avuto sentore, perciò tenni la bocca chiusa. Per quanto la zia Manie fosse felice a Villa Dolorosa, la sua preoccupazione per Vera e Amadeo Armandillo rovinava il suo soggiorno sulla costa basca.
Dopo una sua piccola inchiesta, la zia Mame disse a Basil e a me che Amadeo era figlio di un maggiore di una piccolissima repubblica del Sud America. Il primo passo nella carriera matrimoniale lo aveva mosso con la figlia del dittatore locale. Però il dittatore fu fucilato dalla giunta di sinistra e Amadeo allora divorziò dalla sposa e si avviò verso campi più promettenti. In Europa, Amadeo aveva sposato Amélie Amoureux, fa celebre diva francese. Divorziato da lei' sposò Gloria Glockenspiel, l'erede del re dei sigari. E dopo il divorzio da Gloria, Amadeo fu il terzo uomo in tre divorzi di notorietà internazionale. Diede quindi la caccia a una bellissima attrice, regina del cinema rumeno, e per un po' di tempo si dedicò alla vita domestica con Babs Bourbon, l'ereditiera di una catena di negozi popolari. Anche queste nozze terminarono nel tribunale dei divorzi, e ora, diceva la zia Mame, pessimista, toccava a Vera.
La bomba esplose in un pomeriggio in cui lady Spavin e io si tornava a Villa Dolorosa dopo un grosso tè al Palais Hotel. La zia Mame, sola nel patio, andava avanti e indietro come una leonessa in gabbia. "Sono tanto contenta, che alla fine siate tornati," disse. "Mi si è avvelenata tutta la giornata."
"Che cosa c'è zia Manie ?"
"Parlo di Vera. È entrata in camera mia ballando stupidamente come un personaggio di Barrie, per dirmi che sposerà quel serpente. Qualunque cosa io abbia potuto dirle non le ha fatto effetto. Ora è uscita per andare a ordinarsi il corredo, e lui è uscito per ordinare il suo."
"Che spaventevole guaio," disse lady Spavin. "Mi rammenta la povera Mollie Petherbridge-Bouverie e quel terribile ballerino di tango. Mi ricordo che accadde nell'estate dell'undici, no, del dodici, perché fu l'anno che abbiamo messo la corrente elettrica a Heaves. Io facevo un panciotto a petit-point per..."
"Non sembra possibile" disse la zia Manie tagliando corto alle memori divagazioni fra nobiltà e ricami di lady Spavin, "che una donna astuta come Vera non sappia penetrare le mene di quel furbo cacciatore di dote ! Le ho parlato fino a farmi scoppiare le vene e Vera non sa dire altro che mi vuole per dama d'onore. Se riuscissi a trovare il modo..."
"Volete dire, Mame," disse lady Spavin, "che se poteste trovare una donna con più denaro di Vera, il señor Armandillo trasferirebbe su lei i suoi affetti, diciamo, transitori. Non è press'a poco questo che volete dire?"
"Lo sapete benissimo che è così, Griselda," sbuffò la zia Mame, "lui cerca soltanto una cretina con un grosso conto in banca, che lo liquiderà per liberarsene quando sarà stanca di lui."
"Non dovrebbe essere troppo difficile trovarne una, Mame cara," disse lady Spavin. "Biarritz ne è piena zeppa in questa stagione. Non più tardi di ieri pomeriggio, Patrick e io abbiamo veduto quella volgare ungherese che portava calzoni e braccialetti di diamanti sino ai gomiti. Mi rammenta a un tal punto l'incoronazione - di Giorgio e Mary, si capisce - quando quel..."
"Sì, sì, sì," disse con impazienza zia Mame, "ma dovrei tenerlo lontano da Vera abbastanza per condurlo a Biarritz, e non è facile, mentre lei prepara il suo raso bianco e i suoi fiori d'arancio. Se lui avesse proprio sotto il naso una donna ricca capace di attirarlo abbastanza a lungo per permettere a Vera di tornare in sé,.." Si interruppe mentre una luce quasi dell'altro mondo le passava negli occhi. "Ma si capisce, ci sono io!"
"Zia Mame!"
"Che cosa potrebbe essere più semplice ? Io sono molto meglio attrezzata di Vera. Basta che mi metta in fronzoli. Faccio la corte ad Amadeo. Fingo di essere pazza di lui, E così dimostro a Vera che sciocca è stata. Sarà un sacrificio terribile, ma dovrò farlo, per amore della cara Vera sarei pronta a..."
"E Basil, che ne penserà?" domandò lady Spavin asciutta, asciutta, "Basil capirà," disse la zia Mame con perfetta sicurezza, "Se lo facesse, sarebbe il primo uomo nella storia," disse lady Spavin. "No, Mame, Basil è un tesoro, un caro ragazzo, ma non è un santo. Potreste creare soltanto del..."
"Potrò creare soltanto la definitiva felicità di Vera," disse la zia Mame.
Mentre lei continuava a esporre i suoi piani per la definitiva felicità di Vera, io mi allontanai in punta di piedi.
Zia Mame fu uno spavento nella parte della sirena. Non era veramente tagliata per fare la donna fatale, però recitava la parte col fervore di un'attrice di filodrammatica. Nel pomeriggio del giorno successivo si presentò sulla spiaggia con un costume da bagno di raso nero, corto e stretto in modo allarmante. Si era fatta una quantità di ombre verdi sotto gli occhi e portava un braccialetto di diamanti intorno alla caviglia. Fui così sbalordito nel vederla che quasi affogai. Lady Spavin alzò gli occhi al cielo, li richiuse per un istante, e tornò al suo ricamo. Vera rise nervosamente e disse: "Sembri una cartolina umoristica, tesoro." Però smise di ridere quando vide la espressione di Arnadeo.
La zia Mame era bella quanto ricca e sebbene avesse l'aria di una massaia di Park Avenue che batte il marciapiede, l'effetto, nell'insieme, non era del tutto sgradevole. Si avvicinò ancheggiando ad Ama- deo e disse: "Tesoro, strofinami l'olio sulle spalle... come sei bravo!" Io ero talmente imbarazzato che dovetti guardare da un'altra parte, ma non così Vera.
Quella sera la zia Mame aveva a pranzo una con114
115 tessa di antica nobiltà e scese con tremendo ritardo. Quando entrò nel salotto capii perché. Di solito ella indossava quasi sempre calzoni e camicetta, ma questa volta portava un vestito di trina nera così attillato da non potere mangiare e aveva braccialetti di diamanti sino alle ascelle. Si era messa le ciglia finte e un neo assassino. Seguì, percettibilissimo, un istante di silenziosa ammirazione, Gli occhi verdi di Vera erano allegri come un cielo di febbraio, mentre la zia Mame guizzava attraverso la stanza come una ballerina di nateche. Ero muto per l'ammirazione e Amadeo anche, Durante il pranzo egli sedeva alla destra della zia Mame e non avrebbe potuto mostrarsi più premuroso, sebbene sembrasse più interessato ai suoi brillanti che al suo spirito.
Dopo il pranzo, quando Vera invitò Amadeo a uscire con lei, per "respirare l'odore degli aranci" egli esitò sulla porta, seguendo con tenero sguardo la zia Mame e i suoi brillanti. Non rimasero assenti a lungo, lui e Vera, e quando tornarono, ella pareva amareggiata e stizzita, "Oh quel terribile, terribile uomo!" esplose la zia Mame, mentre l'aiutavo a riporre i suoi fuochi d'artificio nel cofanetto dei gioielli, "È villano, è noioso... Zitto!" Si sentì un fruscio fuori nel corridoio, poi una busta scivolò silenziosamente sotto la porta della camera, Zia Mame la raccolse e l'aprì in fretta. "Accidenti! Senti un po' che patchouli!" Poi si mise a leggere: Señora deliziosa..."
Il silenzio della mattina fu lacerato da una serie di esplosioni sul viale. Corsi alla finestra, appena in tempo per vedere la Rolls uscire dal cancello. Attraverso il finestrino posteriore vidi due teste; una nera, quella di Amadeo, una coperta da un immenso cappello di paglia di Firenze, avviluppato in veli lilla che svolazzavano dal finestrino laterale. Sapevo che poteva essere soltanto zia Mame nella parte di Minaccia, e mentre il velo ondeggiava al vento, cercai di non pensare al tragico destino di Isadora Duncan, Nel tornare a letto vidi un biglietto sulla scrivania, scribacchiato alla maniera della zia Mame: "Tesoro mio, Il Ripugnante mi ha invitato a un picnic, noi soli e le uova sode. Oh, non pensare che io sia impazzita. Faccio tutto per amore di Vera. Soltanto guarda che ella si renda conto della nostra assenza, minuto per minuto. Avremo noie al motore, l'ho già progettato, così torneremo tardi. Non farti accorgere che sai dove siamo andati, Tenerezze, tenerezze, tenerezze! Zia Mame»
Quando scesi, vidi che Vera si rendeva conto molto bene della loro assenza, anzi non pensava ad altro. Quando le dissi "buongiorno," per poco non mi mangiò la faccia. L'onorevole Basil era già sulla spiaggia e fissava tetro le onde. Lady Spavin alzò gli occhi dal ricamo e sospirò delficamente.
La colazione fu una faccenda funebre. Vera non toccò cibo e anche Basil sembrava avere perduto l'appetito. Mangiai coraggiosamente e cercai di tener viva una scintillante conversazione speculativa sui movimenti della zia Mame, ma senza grande successo. Durante il pomeriggio lady Spavin organizzò una partita a bridge. Vera e l'onorevole Basil erano compagni e giocavano con così poca energia che io potei fare un piccolo dam con l'asso e la regina contrari, dopo di che Vera ruppe in lacrime e fuggì via.
Già prima dell'ora di cena Vera era in uno stato che sarebbe stato necessario legarla mani e piedi. Andava di continuo su e giù per il viale, stacchettando, nell'attesa dei gitanti di cui non si vedeva traccia. Il pranzo fu rimandato, a più riprese, sino alle dieci, quando non era più mangiabile. Io rivolsi a Vera una sola frase, e lei urlò: "Per amar del cielo, taci!" Terminammo il pranzo in silenzio.
Dopo, Vera e Basi! si attaccarono alla bottiglia del cognac, mentre lady Spavin mi insegnava a giocare a bézique con sei mazzi di carte. Verso mezzanotte la Rolls arrivò rombando.
"Tesori, ci credavate morti?" trillò la zia Mame. "Come ti sei permessa?" disse Vera affrontando furente la zia Mame.
"Che cosa dici, Vera cara?"
"Ho detto, come ti sei permessa di scappare via senza nemmeno lasciare una parola per nessuno? Dove siete stati?"
"Ma Vera," disse ingenuamente la zia Mame, "tesoro, che vuoi dire: 'Dove siamo stati?' Lo sapevi che Amadeo aveva in mente questo piccolo picnic. Mi ha detto che tu non eri voluta venire, non è vero, Amadeo?" La zia Mame si volse con gesto fanciullesco, ma Amadeo non era visibile. "Oh Vera, avresti dovuto venire. Non volevo uscire senza di te, ma Amadeo mi ha virtualmente rapita. Ci siamo tanto divertiti. Ci siamo fatti condurre in campagna e abbiamo fatto un delizioso picnic nei monti, abbiamo colto fiori e fatto tante cose."
"Aah!" interruppe Vera minacciosa.
"Naturalmente avremmo dovuto essere tornati già da molte ore ma Ito ha avuto dei guasti al motore e quando finalmente l'ha aggiustato, era talmente tardi e avevamo una fame da lupi; così ci siamo fermati in quel pittoresco ristorante spagnolo. Davvero così primitivo che non aveva nemmeno telefono. E allora che cosa si poteva fare..."
"Oh!" urlò Vera battendo i piedi, e uscì dalla stanza, L'onorevole Basil diede alla zia Mame uno sguardo sconvolto e usci anche lui.
"Basil..."
"Bada quel che dico, Mame," disse lady Spavin, "questa pazza commedia non porterà a tutti altro che guai." Poi riprese la partita di bézique.
Salii in camera della zia Mame e l'aiutai a liberarsi della sua pittura di guerra. Era piuttosto malridotta. Le ombre sotto gli occhi le si erano sciolte malamente e il neo ciondolava da una parte. "La giornata più raccapricciante che io abbia mai passata, mio piccolo amore. Lui è stato semplicemente schifoso. Ho bisogno di un bagno, di uno shampoo, di un clistere e di tutto il resto dopo essere stata vicino a quell'uomo. Però non è stato inutile; Vera si è ingelosita sul serio."
Per tutta la restante settimana la zia Manie tenne sempre di mira Amadeo. La sera seguente fece in modo che egli rimanesse chiuso, senza poter uscire, in camera sua; e lui fece un tale baccano, picchiando contro la porta, che si sentì per tutta la casa. Vera ascoltò freddamente la sciocca scusa che Amadeo era andato a farsi prestare un libro. La zia Manie era deliziosamente deshabillée in una camicia da notte di chiffon nero. Mi parve di sentire qualcosa di simile a un singhiozzo uscire dall'onorevole Basi!, ma non ne potei essere certo.
Il giorno dopo la zia Mame riuscì a farsi sorprendere dalla bonaccia in barca a vela con Amadeo, e spuntò la luna prima che facessero ritorno. Il giorno seguente andarono tutti e due in macchina a Biarritz per prendere Vera dal parrucchiere. Vera tornò a casa in tassì, tre ore dopo, fiammeggiante di collera. Invece di andare a prendere la sua innamorata, Amadeo si era lasciato attrarre dal Miramare, dove lui e la zia Mame ballarono sino alle due del mattino. Quando la zia Mame tornò a casa, Vera si era confinata a letto e l'onorevole Basil non parlava più con nessuno.
Spronata dal suo trionfo, la zia Mame decise di insistere nella parte di Donna Fatale per un'altra settimana. Volteggiava per la casa vestita di chiffon e di raso, scintillante di pagliette, irta di piume, abbagliante di diamanti. Però, se lei e Amadeo si divertivano al giuoco, erano i soli a divertirsi in tutta la casa. Vera pareva vicina al suicidio e l'onorevole Basil aveva gli occhi arrossati e l'aria lugubre. I due rimanevano seduti insieme in biblioteca per lunghe ore o uscivano per lunghe e melanconiche passeggiate.
Sinceramente, mi parve che la farsa si spingesse troppo avanti quando la zia Mame regalò ad Amadeo un finimento di gemelli e bottoni da sparata di diamanti grossi come fanali da nebbia. Per conto mio, ne avevo abbastanza. Bollente di rabbia, andai di filato in camera della zia Mame e le dissi: "Ascolta, zia Mame, una cosa è comportarsi come una sciacquetta con quel pidocchio latino per amore di Vera..."
"Vera? Mah! Che sciocchezze! Ti sarò grata se vorrai sorvegliare il tuo modo di esprimerti. Ricordati, sono ancora..."
"Ma arrivare a fargli un regalo come quello, una cosa che deve essere costata migliaia... quando c'è una crisi economica e la gente..."
"Oh adesso, l'economista fanciullo mi dice come devo spendere il mio denaro. Ebbene, ascoltami: a me preme molto fare felice Amadeo..."
"E Basil e la vostra cosiddetta intesa dove li hai messi? La sola cosa che bisognerebbe capire è come tu sia ancora fuori da una casa di rieducazione per le donne perdute."
"Ah povero bambino," ella disse con tono misterioso, "che puoi saperne tu dell'amore?" Uscì saltellando nel corridoio e gorgheggiò "Amadeo, chéri! Vieni, aiutami a preparare la dichiarazione per le tasse."
Non si poteva dire che Amadeo fosse un intellettuale, ma quando era questione di cifre non c'era bisogno della I.B.M. con lui. La zia Mame mise le carte in tavola e gli diede una chiara idea di quanto denaro le aveva lasciato Beau. Amadeo si accese come un biliardino e passarono il pomeriggio in biblioteca a computare il gruzzolo della zia Mame. Amadeo è l'unico uomo che io abbia mai conosciuto capace di calcolare petrolio e milioni sopra una scrivania, brancolando nello stesso tempo sotto la scrivania stessa in cerca del ginocchio di una donna. Ne fui così disgustato che uscii dalla stanza.
Quella sera prima di pranzo mi trovai solo con Amadeo ed egli fu insolitamente cordiale con me, cordiale in un modo raccapricciante. Mi mise un braccio intorno alle spalle e per due volte mi chiamò "bambino."
Il pranzo fu orribile. Nessuno parlava all'infuori della zia Mame e di Amadeo; ogni tanto lei gorgheggiava: "Oh! lasciami starei... No cattivo!" Vera fu la prima a cedere. All'insalata, buttò il tovagliolo sul tavolo e uscì sbatacchiando la porta. L'onorevole Basil la seguì e poco dopo anche lady Spavin prese la fuga. La zia Mame guardò gravemente il tavolo e mi disse: "Ti prego, mio piccolo amore, aspettami in camera mia. Ho qualcosa di importante da dirti."
Perplesso, andai in camera sua e l'attesi. Mi fece aspettare parecchio. Alla fine giunse e, fermandosi sulla soglia, disse drammaticamente: "Amadeo mi vuole sposare!"
"Zia Mame," sussurrai, "scherzi?"
"Scherzo?" disse inoltrandosi nella stanza. "Perché dovrei scherzare? A lui piaccio, questo lo hai visto anche tu. Mi ha pregato di entrare con lui in biblioteca, oggi nel pomeriggio..."
"Ma Vera..." cominciai.
"Vera dovrà contentarsi di..."
"Vera dovrà contentarsi di che cosa?" domandò una voce. Alzammo lo sguardo: Vera stava nel vano della porta. Era pallida, tesa, pareva uno spettro. L'elegante tono del palcoscenico era del tutto scomparso dalla sua voce. "Amadeo è mio. L'ho trovato io, l'ho portato qui io. E lui..."
"Vera," disse la zia Manie, "ma non capisci che ormai non gli importa più un corno di te? Lui..."
"Tu l'hai raggirato coi tuoi vili trucchi. L'hai abbagliato coi tuoi diamanti e col tuo danaro. L'hai comprato, ma non ti ama, ama me."
"Vera! com'è possibile comprare un uomo con..."
"Chiudi la bocca!" ringhiò Vera. "Hai spezzato il cuore del povero Basil e hai cercato di spezzare il mio. Ma non ci sei riuscita. Amadeo è mio. Domattina lo sposo, sarà la prima cosa che faccio. E voglio vendicarmi di te, fosse l'ultima cosa che dovessi mai fare." Ci volse le spalle, usci nel corridoio, entrò in camera sua, sbatté la porta dietro a sé e la chiuse a chiave, "Vera!" gridò la zia Mame correndole dietro. Poi tornò in camera sua e chiuse la porta. "Non sposerà Amadeo, nemmeno se dovesse ammazzarmi." Si volse a me. "Aspetta qui e stai attento che Vera non esca di camera. Usa la violenza, se occorre. Bisogna che io arrivi da Amadeo prima di lei."
"Ehi!" gridai. Ma non era più a portata della mia voce. Pochi minuti dopo sentii sbattere la porta dell'ingresso, un piccolo scoppio e il ruggito del motore che si perdeva nel viale. Poi, silenzio, Sorvegliai la porta di Vera sino a mezzanotte. Nella casa nulla si muoveva, e io andai a letto.
La mattina dopo fui svegliato da quel che io credetti fosse la fine del mondo. Urla e strilli risonavano a pianterreno; poi udii i tacchi di Vera battere precipitosi sulle mattonelle del corridoio e Vera irruppe in camera mia e cominciò a inveire contro di me con tutta la forza dei suoi polmoni. Era così fuori di sé, che non riuscivo a raccapezzare molto di quel che diceva all'infuori della parola "andati" che ripeté venti o trenta volte. E intanto mi agitava davanti un foglio di carta e gridava invettive, finché entrò in camera lady Spavin e la richiamò all'ordine. Tolse il foglio di mano a Vera e lo lesse. "Bene," disse impetuosamente, "hanno fatto quel che temevo. Sono scappati insieme."
"C-chi?" domandai; poi mi resi conto di quanto fosse balorda la domanda.
"Chi?" urlò Vera. "Ma quella sozza, falsa..."
"Uscite di qui, Vera," disse lady Spavin spingendola fuori della porta. "Temo, caro bambino, che quella pazzarella di tua zia e Amadeo Armandillo siano andati a Gretna Green."
"Greta chi?" dissi strofinandomi gli occhi insonnoliti.
"È semplicemente un modo di dire, bambino. Ora alzati e vestiti."
Al piano di sotto pareva di trovarsi al muro del pianto. Vera, più o meno calmata, piangeva senza soste in un fazzoletto di trina. L'onorevole Basil andava su e giù stringendo le mascelle e facendo scricchiolare le nocche delle dita. Lady Spavin faceva un solitario. Era vero: la zia Mame e Amadeo erano fuggiti durante la notte, lasciando soltanto un biglietto incoerente scritto da Amadeo (avevo sempre sospettato che fosse analfabeta) e nessun indirizzo al quale poter scrivere.
Ero cosi avvilito e depresso all'idea che la zia Mame fosse caduta nella trappola che aveva tesa, che salii in camera e feci le valige. Ero talmente in bolletta che non mi restava altro da fare se non rifugiarmi nella grande casa vuota della zia Mame a Londra. Impegnando l'orologio ricavai tanto da pagarmi il biglietto di terza classe per l'Inghilterra. Lo scompartimento del treno era affollato e io mi trovai schiacciato fra due profughe spagnole, ciascuna con un bambino. Non avevo denaro per comprarmi da mangiare e mi reggevo poco bene sulle gambe quando cambiai treno a Parigi. Uno sguardo a un giornale di lingua inglese peggiorò il mio stato; il Continental Daily portava questo titolo:

CACCIATORE DI DOTE FUGGE CON RICCA VEDOVA

Un po' meno cortese l'Herald de Paris scriveva:

MILIARDARIA MATTARELLA MANCA SI TEME COMPLOTTO PER RATTO

Dopo di che andai al gabinetto a vomitare, e continuai a vomitare per tutta la traversata della Manica.
Giunsi a Grosvenor Square che era mattina presto. La casa era buia e vuota, davanti al portone sostava un mucchio di giornalisti. Entrai dalla parte delle scuderie e tagliai attraverso il giardino. La casa era stata ufficialmente chiusa e la servitù se ne era tutta andata. I lampadari pendevano avvolti in grossi sacchi di panno verde e i mobili erano spettralmente coperti di lenzuola contro la polvere. Non avevo mangiato da due giorni e speravo, senza molta convinzione, di trovare qualcosa in cucina che mi impedisse di morire di fame.
Mi diressi a tentoni verso il seminterrato, dove si trovava la cucina e cercai a tasto l'interruttore della luce. Una voce tremante balbettò: "M-mani in alto o sparo..."
"Zia Mame!" dissi, "Sono Patrick!"
"Oh! ringrazio Dio che tu sia arrivato, mio piccolo amore," disse. La luce si accese e la vidi tutta rannicchiata presso la grande tavola della cucina. Indossava un vestito di lana e, non so per quale ragione, aveva anche un mantello di cincillà. "Prendi una tazza di caffè," mi disse con tristezza. "È terribilmente cattivo, non sa di nulla. L'ho fatto io. Devo far tutto da me. Le persone di servizio se ne sono andate via tutte e davanti alla porta quei dannati giornalisti continuano a suonare, e il telefono... Oh..." Una lacrima le scivolò lungo la guancia.
"Ma tuo marito non può mandare al diavolo tutti quei reporter?" domandai.
"Mio... cosa?"
"Tuo marito!" gridai alzando la voce pii del necessario, come se parlassi a una mezza demente.
"Beauregard è morto da molti anni," mi disse freddamente. "Ti sta dando di volta il cervello, bambino?"
"Ma non ti sei sposata con Amadeo Armandillo?" "No davvero!" disse seccamente.
"Ma... allora.., vivi in peccato?"
"Questa poi...! Ti sarò grata se vorrai tenere la tua educata lingua a posto. Se pensi..."
"Dov'è allora questo Amadeo?" chiesi disperatamente.
"Sinceramente, non saprei dirtelo," mi rispose con arroganza, "ma se i miei calcoli non sono troppo lontani dalla realtà, a quest'ora dovrebbe essere al suo secondo giorno di addestramento nelle file dell'esercito della Spagna repubblicana."
"Dove diavolo l'hai lasciato, zia Mame?"
"L'ultima volta in cui Amadeo fu veduto era chiuso a chiave nel gabinetto di un aereoplano che avevo noleggiato." Poi si guardò l'orologio al polso. "Ormai, credo che starà facendo dietro-front e roba cosi. I piedi gli devono fare un male terribile, se porta ancora gli scarpini di coppale."
"Ma chi ha chiuso Amadeo a chiave in un gabinetto? Che cosa..."
"Io," ella disse con semplice eloquenza.
"Ma perché Amadeo avrebbe voluto arruolarsi nell'esercito spagnuolo?"
"Amadeo! Amadeo! Amadeo! Non sai dire altro? Non ti importa affatto quel che è accaduto a me? I patimenti che ho passati?"
"Si, certo, ma..."
"Ma che cosa?"
"Credevo che tu e Amadeo foste scappati insieme."
"Infatti. Non hai letto il suo biglietto?"
"Ma credevo che voi due vi foste sposati."
"lo sposare una chiazza di brillantina come Amadeo, quando ho un uomo della statura di Basil che in questo momento è in viaggio per raggiungermi? Non essere ridicolo."
"Zia Manie, semplicemente, non capisco."
"Se tu smettessi di interrompere, ti spiegherei tutto. Come conosci poco i patimenti e le tribolazioni delle donne pioniere, tu che hai attraversato il continente in una lussuosa vettura ferroviaria."
"Allora, comincia" dissi.
"Sapevo," disse zia Mame, "che sarebbe stato inutile smascherare Amadeo, rivelarlo per quel pidocchioso che era, se fosse rimasto in condizione di attirare nuovamente la povera Vera nella sua rete. Così decisi che non c'era altro da fare che scappare con lui e portarlo lontano da Biarritz. Non avrei voluto farlo, ma quando Vera minacciò di gettarsi ai suoi piedi, mi resi conto che non avevo altra scelta. E mi è costato anche una bella sommetta, per giunta."
"Compresi i gemelli e i bottoni da sparato di diamanti," dissi con impeto.
"Oh, quelli! Erano semplicemente strass gialli che avevo strappato da un mio vecchio vestito da tennis e gettati in un astuccio di Cartier. Lo scoprirà quando li vorrà portare al Monte, cosa che dovrebbe accadere press'a poco a quest'ora."
"Va' avanti," dissi, "É quel che cerco di fare. Dunque quando Vera disse che avrebbe sposato Amadeo, per prima cosa, la mattina dopo, mi precipitai giù per le scale da Pizzica-sedere. Oh, tesoro, quell'Amadeo come pizzica! È una vera minaccia! Gli ho detto <Scappa con me!' E gli ho dato un assegno di centomila dollari." "Cento mi..."
"Da firmarsi dopo che avremmo detto 'Sì.' Poi mi feci condurre con lui all'aeroporto da Ito e intanto lo riempivo di cognac. Oh, Patrick! Quell'uomo non soltanto pizzica, ma sa anche bere e come! Gli ho versato dentro tanto cognac da empire una piscina e sempre mi trovavo da per tutto le sue odiose mani. L'unico aeroplano che si vedeva in giro era un apparecchio privato, di un aviatore danese; così l'ho noleggiato. Ho detto al pilota: 'Qual è il luogo più abbandonato da Dio che conoscete?' lui ha risposto: 'Brelnderslev, in Danimarca, signora. Il mio paese.' Allora, gli ho detto: ''Non vi piacerebbe tornare a casa per una visitina ?'' Mi ha risposto: 'Per nessuna cosa al mondo, signora.' Ma gli ho dato un altro mucchio di denaro e allora si è dimostrato molto gentile,"
"Ci scommetto..." dissi.
"Naturalmente, Amadeo credeva che lo portassi a Parigi, e comunque, era ormai discretamente ubriaco. È stato un volo tremendo. Il tempo era semplicemente indescrivibile e io ero quasi fuori di me nel trovarmi così sballottata fra le nuvole con quell'odioso Amadeo che continuava a tasteggiarmi. Avevo in mente di scendere a Parigi e di lasciare proseguire Amadeo verso il Nord. Ma quel terribile uomo non voleva, non voleva perdere i sentimenti. Puoi immaginarti come mi sentii quando seppi che eravamo sopra la Germania e Amadeo era ancora in sé. A peggiorare le cose, il cognac era finito e lui ne voleva ancora."
"Allora, come hai fatto, zia Mame?"
"Beh, per fortuna avevo una bottiglia di Nuit de Nal nella mia borsa - trenta dollari per cinquanta grammi, pensa! - L'ho vuotata tutta in una tazza di cartone e l'ho data ad Amadeo."
"E l'ha bevuta?"
"Come un pesce. Il profumo sembra gli abbia fatto effetto. Divenne terribilmente pallido e si precipitò verso la toilette."
"E dopo?"
"Dopo l'ho chiuso dentro a chiave."
"Ma come hai fatto..."
"Smetti di interrompere. Sono salita a quel posticino che occupa il pilota e gli ho detto che Amadeo si sentiva male, se lui poteva fare qualche trucchetto per provocargli la nausea. Sai, eccitargli in qualche modo i succhi gastrici. E quell'adorabile danese ha fatto con quell'aeroplano cose che non sapevo possibili. Prima ha scritto il mio nome, poi ha scritto il suo. Il suo nome del resto era Jorgen Arup Hansen. È persino volato indietro per mettere quella diagonale sulla O e quel cerchietto sull'A, cose di cui i danesi vanno matti. Poi mi ha dato una pagnottella di salsiccia di fegato."
"E che era accaduto di Amadeo?"
"Ormai aveva dimenticato il mondo e il volo. Ma poi è accaduta una cosa terribile."
"Che cosa?"
"Abbiamo sentito dalla radio che il tempo era tanto cattivo verso il nord e che avremmo dovuto tornare indietro. Eravamo quasi sopra Monaco, in quel momento, e la nebbia era così densa che non era possibile atterrare. Allora, Jorgen ha detto: 'E se tornassimo a Parigi?' perché, diceva, aveva sempre desiderato di vedere Parigi con una bella donna. Aveva parecchi anni meno di me, ma era molto carino. Ero tentata davvero, molto, ma sapevo che se Amadeo si fosse trovato in una città grande e comoda come Parigi, con treni, aeroplani, telefoni a volontà, sarebbe potuto tornare in un attimo dalla povera Vera. Quindi ho detto di no. Allora Jorgen ha detto che dovevo sbrigarmi a decidere, lui era venuto a Biarritz soltanto per arruolarsi nell'esercito repubblicano spagnuolo, aeroplano e tutto, anche se non sapeva dire una parola di spagnuolo."
"Zia Manie," dissi, "non hai,.."
"Sì, l'ho fatto," rispose. "Ho detto a Jorgen: 'Che bella combinazione mio caro; proprio per puro caso ho un signore chiuso nel gabinetto che parla correntemente spagnuolo e non vedo ragione perché non possiate essere compagni sino alla fine della guerra civile. Voi volerete e Amadeo parlerà.'"
"Vuoi dire che hai fatto ubriacare Amadeo e l'hai arruolato con l'inganno nell'esercito repubblicano spagnuolo ?"
"In una parola, sì! Jorgen disse che gli era rimasto combustibile solo per arrivare a Barcellona. Io gli ho domandato se mi garantiva che laggiù Amadeo si sarebbe trovato proprio nel mezzo della mischia. Jorgen ha detto che me lo poteva garantire. Allora ho detto che tutto si metteva divinamente bene e che gli avrei mandato un pacco di viveri ogni settimana. E ho domandato: 'E di me che sarà?' Jorgen ha risposto che potevo andare con loro a Barcellona o potevo gettarmi."
"E tu cosa hai fatto?"
"Mi sono gettata."
"Col paracadute, zia Mame?"
"Difficilmente avrei potuto gettarmi senza," ella rispose freddamente. "Jorgen mi ha messo le cinghie di quel toso, poi mi ha detto di contare sino a dieci e poi tirare la corda. così ho fatto."
"E dove sei atterrata?"
"Sul mio sedere, mi duole dirlo."
"No, voglio dire, in quale paese ?"
"Oh, in Germania, appena a sud di Monaco, sebbene avessi giurato di non andarci mai finché questo Hitler è..."
"Accidenti! Dopo, scommetto che tutto è stato facile," dissi con ammirazione.
"Facile? Sono stata trascinata quasi in Austria prima che potessi togliermi quel maledetto paracadute dalla schiena. Da quel momento in poi, ho viaggiato su carri tirati da buoi, carri di fieno, motociclette, automobili, furgoni, carretti del latte, treni, aerei, autobus. E tutto il viaggio, centimetro per centimetro, in abito da sera di georgette, che non è il più adatto per viaggiare. Però devi ammettere che mi sono liberata di Amadeo Armandillo. Chi sa se l'esercito riuscirà a fare di lui un uomo? Non ci credo. E tu?"
"Dov'è Ito?"
"Riconduce la macchina indietro. Gli ho detto di seguire l'Atlantico sino a Calais. Sarà qui da un momento all'altro, ormai, purché non abbia sbagliato direzione e sia andato a finire in Spagna anche lui."
"Così ora, zia Mame, tutti i tuoi problemi sono risolti."
"Tutti fuorché uno," disse. "Basil. Dimmi, tesoro, come stava il povero Basil ?"
"Mi sembrava un poco depresso," dissi non volendo che la zia Mame sapesse quanto egli fosse terribilmente offeso.
"Oh, mio piccolo amore, ma ora egli viene a raggiungermi. Lo so. Ho telefonato alla Villa Dolorosa una dozzina di volte cercando di parlargli, ma non c'è. Sono partiti tutti. Però mi troverà. Ho lasciato una traccia."
"Credo anch'io," dissi.
"Sì, ho mandato telegrammi a tutti i suoi circoli, a Birdcage Walk, e al palazzo. Non temere. Mi troverà,"
"Ma tu sei convinta che egli vorrà ancora... voglio dire che lui crede che tu sei scappata con Amadeo Armandillo, e.,."
"Tra Basil e me c'è un'intesa," disse la zia Manie. "In quanto alla povera Vera, scommetto che già in questo momento mi ringrazia di quel che ho fatto per lei."
Ci trasferimmo in salotto e cominciai a tirare via le lenzuola dalla mobilia.
Occhieggiando attraverso le tende, ella disse: "Grazie al Cielo, quei giornalisti cominciano a diradare." Infatti così era. Dalla strada, la casa aveva un aspetto talmente abbandonato, che essi dovevano aver rinunciato a ogni speranza di catturare la zia Mame.
Squillò il telefono e la zia Mame corse a rispondere. "Pronto!" disse con voce più allegra. "No, questa non è la signora che lava... Oh, andate all'inferno!" Riattaccò e tornò brontolando e imprecando contro la gente che ha il gusto degli scherzi di cattivo genere. "Speravo tanto che fosse Basil," sospirò. Sedette e accese una sigaretta, ma vidi che le tremavano le mani. Il telefono suonò di nuovo. "Sempre così, da quando sono tornata," disse. "E non è mai il caro Basil." Si alzò per rispondere. "No," ruggì. "NON desidero fare nessuna dichiarazione per il Daily Worker!" Ritornò inorridita e si gettò sul divano. " Comunisti !" borbottò.
Poi suonarono alla porta di fuori.
"Non aprire," ammonì la zia Manie. "Guarda prima e vedi se è un giornalista. Caso mai..."
"Dio mio!" dissi lasciando ricadere la tenda. "È Basil?"
"Si, zia Mame," dissi. "É Basil con Vera."
"Oh che tesoro!" Si precipitò alla porta e la spalancò. "Tesoro, tesoro! Basil!" gridò la zia Mame. "Sapevo che saresti venuto."
"Mame!" gridò Vera, "Tesoro!" Gettò le braccia al collo della zia Mame e la baciò.
Ebbi la sensazione che la zia Mame si sarebbe trovata più volentieri fra le braccia dell'onorevole Basil, però si sentiva colpevole anche verso la sua amica Vera.
"Oh, Vera, te l'ha detto il cuore di perdonarmi?"
"Sì, Mame, sì. Oh, Amadeo sarebbe stato un grosso errore per me. Ci sei voluta tu per farmi capire la ragione. Ora capisco e ti sarò riconoscente in eterno."
"Bene, Vera," disse la zia Manie, cordialmente, "speravo tanto che tu avresti capito."
"Oh, ho capito bene," disse Vera guardando Basil e sorridendo. "E, Mame, tesoro, desidero tanto che voi due possiate essere felici."
"Sono sicura che saremo felici," disse la zia Ma- me e sorrise anche lei a Basil.
Basil si fece rosso come un mattone.
"Ah, Manie," disse Vera, con ampio gesto, "ti prego, bacia' Basil, per fare piacere a me." La zia Mame obbedì con molto fervore e l'onorevole Basil divenne anche più rosso. "Mia cara," proseguì Vera con entusiasmo, "quando Basil e io abbiamo trovato quel biglietto, ho creduto che mi si sarebbe spezzato il cuore. E anche quello di lui. Però Basil ha capito."
"Naturalmente," disse la zia Mame.
"Tu conosci il vecchio proverbio, tesoro. Due cuori solitari che battono come un cuore sola,. Così Basi! e io siamo semplicemente andati a Parigi e ci siamo uniti con una bellissima breve cerimonia all'Albergo George Cinq. La zia Griselda è stata la mia unica dama."
La zia Mame rimase senza fiato.
"Però," proseguì Vera, "quando cominciarono ad arrivare tutti quei telegrammi, ci è parso di capire che tu avresti voluto che si venisse a ballare alle tue nozze. Ed eccoci qua, una vecchia coppia di sposi, il capitano e la signora Basil Fitz-Hugh."
"Non cominciare ancora a ballare," disse con lentezza la zia Mame.
"Volevamo andare a Bad Gastein per la luna di miele," disse Vera, "ma prima abbiamo pensato a te, alla pii vecchia e cara amica. Inoltre volevo offrirti l'occasione di essere fra i primi a investire denaro in quella celestiale commedia che reciterò per Freddie Lonsdale in autunno. Così ho detto a Basil... Mame, mi sembri pallida, che hai? Dov'è Amadeo?"
"Amadeo è in Spagna," dissi.
"In Spagna?" gridò Vera. "Mame, tesoro, e le nozze?"
"Le nozze ci saranno," disse la zia Mame, "appena Amadeo troverà un'altra cretina di donna ricca, con troppi dollari e non sufficiente intelligenza, e senza la sua migliore amica che la salvi."
LA ZIA MAME E UNA QUESTIONE DI FAMIGLIA
"Così, dopo avere nuotato e preso il sole sulla costa basca, che cosa avete fatto?" domandò Pegeen, guardandomi sospettosa.
"Niente di speciale. Siamo andati in Italia." "Dove, in Italia?"
"Per lo più siamo stati a Venezia."
"L'avrei scommesso che siete andati a Venezia. Mi sembra di vederla quella vecchia fasulla, idolo di contesse e duchi da strapazzo, in quella sede del bel mondo internazionale."
"Pegeen, come puoi parlare in questo modo? Non ci accadde niente di simile. La zia Mame prese in affitto una casa a Venezia e vi abbiamo condotto una vita molto tranquilla, una vita di famiglia, occupandoci di cose di cultura."
"Vita di famiglia?"
"Ma si, di famiglia. Con un simpaticissimo vecchio cugino venuto dal Sud per una visitina. Tanto noioso, mia cara, che non te ne parlo nemmeno per non annoiarti."
Dopo la delusione amorosa, si manifestò nella zia Mame una certa dolce e tenera religiosità. Parlava molto di Dio, dell'altro mondo e andò persino a Berkeley Square per un giro di valzer col Movimento di Oxford. Il Gruppo di Oxford adorò la zia Mame, ma alla zia Mame il Gruppo non piacque. I loro sistemi le sembravano "troppo moderni e intellettualistici" e "totalmente privi del mistero e del pittoresco propri delle antiche sette." Decise quindi di abbandonare l'Inghilterra e di andare direttamente alla fonte: l'Italia. Partì olezzante d'Ame Perdue e munita del suo Libro delle Preghiere Comuni. Passando per Roma, deplorò che non ne esistesse una versione cattolica.
Venezia ha un certo liturgico splendore che agì potentemente sulla zia Mame. Non le ci volle molto per acquistare il nome di Perla dell'Adriatico. Prese in affitto un roseo palazzo palladiano in pieno Canalazzo, piacevolissimo per le persone cui non dà noia la terribile umidità e l'odore di rifiuti esalante dalle acque che ne lambiscono le mura. Nella casa si trovavano alcuni falsi affreschi del Veronese, un autentico ritratto del Bronzino, alcuni Canaletto di incerta qualità e un mucchio di mobili rococò.
La zia Mame noleggiò anche una gondola governata da quattro tarchiati veneziani, ma fu disgustata e delusa quando seppe che a Venezia tutte le gondole devono essere nere. Si consolò disegnando personalmente i costumi per i gondolieri; adopero a ragion veduta la parola costumi. Erano neri e color rosa, con lunghe piume pure color rosa svolazzanti sui cappelli e provocavano al passaggio degli uomini della zia Mame fischi volgari e di significato osceno — in angoscioso numero — degli altri gondolieri. In diverse occasioni gli uomini della zia Manie dovettero, per dimostrare la loro virilità, prendersi a pugni coi colleghi meno spettacolosamente abbigliati, per cui il più delle volte la gondola della zia Mame somigliava piuttosto al Pronto Soccorso di un ospedale che alla regale imbarcazione che doveva essere. La zia Mame applicava allegramente tintura di iodio alle mascelle ferite, acido borico agli occhi pesti; raddoppiò le paghe e, per far navigare la sua imbarcazione, aggiunse anche una specie di polizza d'assicurazione - fatta in casa - contro gli infortuni.
Creata così l'aura necessaria, la zia Mame si mise in cerca di una compagnia adeguata che la divertisse durante il suo soggiorno a Venezia. E la trovò in un umido pomeriggio, mentre i suoi gondolieri color rosa, tempestati di cerotti, vogavano verso casa sulla superficie di uno stretto rio. Badavo soltanto alle vecchie cassette e alle bucce d'arancio che galleggiavano sull'acqua lurida, quando fui distolto dalle mie fantasticherie da grida di "Stae!" e "Premi'!"
"Guarda un po' quella grossa gondola pretenziosa in mezzo a..." gridò la zia Mame balzando in piedi.
Feci appena in tempo a vedere una gigantesca imbarcazione da regata con sei gondolieri vestiti d'azzurro acceso, dirigersi su di noi. Segui un urto fortissimo che mandò la zia Mame a cadere sulle mie ginocchia. Quando ci rimettemmo in piedi, i pugni volavano e una grossa bionda vestita dello stesso azzurro dei suoi gondolieri, strillava in italiano qualcosa che sonava come "Dàlli, dàlli!"
La zia Mame balzò di nuovo in piedi e gridò: "Ragazzi! ragazzi, smettete subito!" Nessuno le badò. Essa scosse il pugno verso la donna vestita di azzurro e strillò: "Basterebbe che voi diceste ai vostri gondolieri di tenere la destra del... Ma... Bella!"
"Mame!" gridò la donna. In uno svolazzio di gonne azzurre volò nella nostra imbarcazione fra le braccia della zia Mame. Si abbracciarono; poi la bionda gridò qualcosa in un italiano così elettrificante che tutti smisero di battersi e si fecero il segno della croce, "Patrick, mio piccolo amore," disse la zia Mame, "questa è una delle mie pii vecchie amiche, una delle mie compagne di giuochi a Buffalo, Bella Shuttleworth!"
Quindici minuti dopo si bevevano cocktail nel palazzo di Bella, un poco a monte di quello della zia Mame, mentre gondolieri color rosa e gondolieri azzurri, parcheggiati, per modo di dire, davanti al palazzo, chiacchieravano sulle stranezze delle loro padrone americane.
Bella Shuttleworth era una di quelle vecchie ragazze di Buffalo (l'avevo spesso sentita nominare dalla zia Mame quando rievocava la sua fanciullezza sulla Delaware Avenue) che si sentiva nata per dare a Buffalo più di quanto Buffalo potesse ricevere. Perciò, come la zia Mame, anche lei aveva tagliato la corda al più presto possibile per condurre una vita pii piacevole in luoghi come New York, Parigi, Cannes e Venezia. Bella aveva sposato un marchese italiano che aveva attirato lei col suo stemma quasi quanto ella lo aveva attirato con la sua borsa. Ahimé, egli non seppe tenere il passo con Bella e morì prima che un solo portasigarette di platino avesse mutato proprietario, lasciando Bella marchesa e castellana del suo umido palazzo, e anche pii ricca di quando era partita da Buffalo. Ormai Bella Shuttleworth era pii veneziana dei dogi. Parlava italiano e veneziano con allegri spropositi che avrebbero fatto inorridire la Preside della scuola della signorina Rushaway. Piuttosto bruttina e paffuta all'inizio, ora, donna di mezza età, era una vera patata. Aveva i capelli del colore e della consistenza dello zucchero filato e tutto quel che indossava era di un azzurro che stava fra l'uovo di pettirosso e la cuffietta da neonato. Mentre a prima vista, e anche a una seconda occhiata, Bella poteva avere l'aspetto di una cuoca vestita per una gita fra irlandesi, era, in verità, spiritosa, allegra e portava movimento nella società veneziana. Difficilmente la zia Mame avrebbe potuto trovare una protettrice migliore per guidarla lungo le acquoree strade di Venezia.
In tal modo la zia Mame si inserì felicemente nel vortice inondano un po' melenso governato da Bella. Ogni mattina i gondolieri color rosa e i gondolieri azzurri di Bella uscivano, in allegra squadra, in cerca di nuovi vestiti da Capellini o per una colazione alla Taverna della Fenice o si spingevano sino al Lido, dove Bella ostentava le sue forme rotonde, svergognatamente strette in un costume da bagno azzurro con molte gale e un mucchio di perle e di brillanti. Tempo una settimana, la zia Mame sì trovò a essere il cuore di una specie di società internazionale, composta di titolati, artisti, scrittori e ricchi dilettanti, che non desideravano nulla di meglio dell'essere ricevuti nell'umida sala da pranzo della zia Mame o di accoglierla a pranzo nelle loro case e nei loro appartamenti egualmente umidi.
Quel che più conta, la zia Manie trovò non uno, ma due cavalieri, entrambi ottimi partiti. Entrambi erano alti, belli, scapoli e ricchi. Naturalmente la zia Mame era innervosita dal timore di vedere un altro cacciatore di dote venire fuori di sotto alle boiseries. Ma Bella che conosceva le rendite di tutti a Venezia sino all'ultima lira, poteva benissimo rassicurarla sui due spasimanti. Uno dei due era un principotto italiano, bruno, elegante: si chiamava Marcantonio della Cetera; l'altro pretendente era un biondo vichingo svedese di nome Alex Falk. Fra i due, raramente la zia Mame aveva un istante libero, e non desiderava nemmeno avere molti istanti liberi. Avevo ragione di credere che il cuore spezzato della zia Mame era sulla buona via di rimarginarsi. Infatti, la zia Mame era costì lontana dalle sue malinconie che risolse di dare una grande festa, calcolando di farla coincidere col colmo della stagione.
Lei e Bella decisero di dare la festa insieme e si misero a studiare alcuni difficili problemi come:
1) che specie di festa doveva essere; 2) quali sarebbero le cinquecento fortunate persone invitate; 3) nella casa di chi si sarebbe data la festa, I piani definitivi vennero tracciati sul balcone di Bella in un pomeriggio torrido, mentre la gente sensata dormicchiava dietro le imposte chiuse. Mi adagiai sudato sopra una sedia a sdraio e cercai di leggere la Morte a Venezia, mentre la zia Mame e la sua vecchia compagna di scuola discutevano gli ultimi particolari e tracannavano più gin di quanto sarebbe stato prudente. Fra il calore intenso che mi bruciava il cranio e le geniali dispute delle signore che mi belavano nelle orecchie, non raccapezzai gran che nel libro. Raccapezzai invece, oltre un leggero colpo di sole, la notizia che il ballo sarebbe stato consacrato a un determinato periodo storico. Dopo molte discussioni fu scelto il Rinascimento. I costumi non sarebbero stati né del color rosa della zia Mame, né dell'azzurro di Bella, ma bianchi e neri. Bella osservò che questo avrebbe facilitato il lavoro dei fotografi di Life; perché, senza dubbio, Life sarebbe intervenuta al!a festa. Vi sarebbero stati anche i fuochi d'artificio, sia in azzurro sia in color rosa. Poi le signore giocarono a testa e croce con una moneta per decidere in quale casa si sarebbe svolta la festa. Vinse la zia Mame.
La nota degli invitati rappresentò un grave problema. La zia Mame disse: "Niente fascisti, tesoro, assolutamente nessuno." Bella rispose: "Per amore del cielo, Cocca, siamo in un paese fascista!" Allora la zia Mame disse che se Bella voleva invitare un mucchio di fascisti, lei avrebbe invitato degli abissini, Bella disse: "Ma sono cose dell'anno passato, cocca mia, però fai come vuoi, invita tutti gli abissini che conosci." La zia Mame non ne conosceva nemmeno uno. Dopo di che la nota fu compilata con spirito di amichevole comprensione. La zia Mame disse che non poteva, per ragioni politiche, invitare i conti Ciano. Decise però che sarebbe stato giusto invitare la vecchia testarossa che era stata amante del deposto imperatore Guglielmo perché l'imperatore era virtualmente morto, come anche l'amante, e così non esisteva nessuna immediata minaccia internazionale. Potete capire che non riuscii a leggere molto.
Il sole era tramontato come una grossa palla rossa, e il gin si era ridotto a qualche pietosa gocciolina sul fondo della bottiglia prima che le ragazze avessero risolto i loro problemi. Quando ebbi aiutato Bella ad arrivare in camera sua e la zia Mame a entrare in gondola, era quasi calato il crepuscolo.
Però, in quel giorno dovevano accadere ancora parecchie cose. La nostra gondola traballante aveva appena urtato contro i gradini muschiosi di casa, quando un domestico si precipitò fuori agitato gridando: "Signora Burnside, presto, venite, c'è qui il signor Burnside,"
La mano della zia Mame le volò al cuore: "Il si...signor Burnside?" domandò, Poi si riprese: "Impossibile!" disse. Però era pallida e costernata e dovetti sorreggerla mentre scendeva dalla gondola.
Il marito della zia Mame Beauregard Jackson Pic-kett Burnside era morto da tre anni, e da quando io avevo reso omaggio alla salma, se questa è la frase d'uso, e avevo visto la bara eccezionalmente grande che conteneva lo zio Beau calare nella rossa terra di Peckerwood — la sua piantagione nella Georgia — pochi dubbi erano rimasti nella mia mente che non fosse estinto come una vecchia lampadina elettrica. Una volta entrato in casa, però, non ne fui più tanto certo. La loggia era oscura e vuota. "Ebbene, dov'è?" disse la zia Mame. Allora una voce, esattamente la voce dello zio Beau, disse: "Ma- me, tesoro, sono qui."
Alzai gli occhi verso i falsi affreschi del Veronese, che rappresentavano in trompe l'oeil un mucchio di gente affacciata ad autentiche balaustre e a balaustre dipinte, e vidi un vero zio Beau che si muoveva. La zia Maine alzò lo sguardo anche lei. "B... Beau," disse. Le ginocchia le si piegarono ed ella si fece colore dell'alabastro.
"Si capisce che non sono Beau, Mame, tesoro," disse l'uomo che avevamo preso per lo zio Beau. "Beau è morto. Sono il cugino Elmore."
"Oh!" disse la zia Mame riprendendo un poco le forze. "P... prego, scendi,"
Andammo in una delle sale che davano sulla loggia; la zia Mame si versò un enorme drink. Ne aveva già tracannato la metà quando Elmore Burnside fece il suo ingresso. La somiglianza fra Elmore Jefferson Davis Burnside e Beauregard Jackson Pickett Burnside era sbalorditiva, ma solo da lontano. Infatti le differenze erano egualmente sbalorditive, e dovetti constatare spesse volte che, per quanto la somiglianza fosse sorprendente, il cugino Elmore era soltanto una grossolana imitazione a sottoprezzo dello zio Beau, fatta per soddisfare i gusti meno raffinati.
Lo zio Beau era stato il migliore dei Burnside. Dire questo non è dire molto, se si pensa che cosa è il resto della sua terribile famiglia, che fu molto cattiva con la zia Mame quando lo zio Beau la sposò. Ma ora, con lo zio morto e sepolto, dovevano essere tutti grati alla zia Mame per ogni centesimo che ne ricevevano. Una persona meno generosa, meno pronta al perdono (la parola "santa" mi si presenta alla mente, ma la respingo) avrebbe potuto facilmente lasciarli finire tutti nell'asilo di mendicità dei vecchi della contea, e questo sarebbe stato anche troppo per la maggior parte dei Burnside. Ma non fece così: la zia Mame. Quale unica erede dello zio Beau, ella distribuiva generosi sussidi ai superstiti della famiglia e manteneva nel lusso a Peckerwood, con lassativi in abbondanza, quella flatulenta vecchia megera di sua suocera... Per un tacito accordo, la zia Mame e i suoi parenti per cognazione se ne stavano ciascuno dalla propria parte della linea che divi de il Nord dal Sud, si scrivevano soltanto a Natale, quando ciascuno di loro le mandava una cartolina da un soldo ed ella mandava a ciascuno di loro un grosso assegno. Ma lo zio Elmore era un Burnside che non avevamo mai veduto prima e occupava anche una posizione unica in quell'antica e distinta famiglia, in quanto era l'unico fra i cento e rotti parenti stretti che lavorasse per guadagnarsi la vita e non ricevesse la busta del sussidio, come il resto della famiglia.
Sapevo che la zia Mame non aveva mai veramente dimenticato lo zio Beau, nonostante tutti i suoi flirt da vedova; però sapevo anche che se le somiglianze superficiali tra Elmore Burnside e Beauregard Burnside avevano sbalordito me, dovevano avere fatto molto più colpo sulla zia Mame, la quale, anche quando non aveva bevuto affatto, era leggermente miope e troppo vanitosa per portare gli occhiali, che metteva solo quando c'era qualcosa che doveva vedere per necessità.
Passata la prima sorpresa, le dissomiglianze diventavano sempre più manifeste, almeno per me. Il cugino Elmore era alto quasi quanto lo zio Beau, ma Beau era stato quel che, credo, si dice un uomo grande; Elmore invece era grosso; il grasso sostituiva il muscolo. Beauregard aveva l'accento meridionale, naturalmente, ma più o meno dominato. Il cugino Elmore, solo a sentirlo parlare, pareva una recluta arrivata di fresco al reggimento. Lo zio Beau era stato un genio per guadagnare denaro, ma di denaro non parlava mai, come non parlava mai di affari. Il cugino Elmore non parlava d'altro, quando non parlava di cose erotiche. La prima cosa che disse, dopo avere sbaciucchiato ben bene la zia Mame, fu: "Viaggio in biancheria femminile." Affermazione conturbante che mi spinse immediatamente a fissare la sua camicia sportiva sbottonata per vedere se mi riusciva scoprire una camicia di merletti spuntare fra gli ananassi, le ragazze buia e il pelo.
Si arriva così alla questione del vestiario. Lo zio Beau aveva sempre un aspetto magnifico, non perché avesse milioni in banca, ma perché aveva gusto a bizzeffe. Era un uomo che avrebbe potuto mostrarsi coperto di una foglia di fico e sarebbe parso vestito impeccabilmente. Non così il cugino Elmore. Fa144 talmente i suoi vestiti erano sgualciti e sformati, Egli poi era matto per i colori sino alla frenesia. Si beava della gabardine verde, del tweed azzurro smagliante, del color cioccolato, del color susina, del grigio perla. Le sue camicie erano tutte contrassegnate da nomi virili, come Cowboy, Casual, Rogue, Bucaneer, Heman, Haberdashery e Sir Sportman ma i colori erano più effeminati e i disegni pazzi. Le portava sempre fuori dei calzoni, come se fosse stato un tantinello gravido.
In alcune notti, quando non riesco a dormire, mi sorprendo a rievocare l'eccezionale guardaroba del cugino Elmore e cerco di capire quale fra le sue cose mi ha più impressionato o depresso: forse le scarpe. Ne aveva dozzine di paia, perché il cugino El- more confessava, anche senza che nessuno glielo domandasse, di aver male ai piedi. Anche le sue scarpe portavano maschie denominazioni, come Lothario Loafer, Bronco Brogue, Robin Hood, Kadet Kasual e Miste?. Metatarsal, ma a guardarle da vicino stridevano come castrati da melodramma. Elmore prediligeva le scarpe con due e anche con tre sfumature di vitello grigio; calzature di paglia tessuta o di tessuto, con punte quadrate o acuminate e più occhielli e fori per centimetro quadrato di quanto potrebbe sembrare possibile. Però portava sempre calze bianche.
O forse furono i suoi gioielli che più mi impressionarono. A Elmore piacevano gemelli e bottoni da sparato di rubini e zaffiri ricostituiti, che egli spiritosamente chiamava ricostituenti; grossi pezzi d'oro basso coperto di intricate incisioni a stampo; argento battuto e vetro prodigiosamente lavorato. Le sue dita e i risvolti delle sue giacche scintillavano sempre per una impressionante serie di anelli e di emblemi massonici, che alternava, perché a Elmore piaceva iscriversi dove gli capitava e non aveva abbastanza dita per mettere in mostra nemmeno in piccola parte le prede di queste iscrizioni. Nessuna delle cravatte di Elmore era completa senza una mazza di golf, una coppia di dadi che segnava otto punti, un teschio con le ossa incrociate o un terrier scozzese; e tutte venivano brutalmente strozzate da una catena d'argento per tenerle a posto. Naturalmente non gli mancava nessuna delle ultime novità per quanto riguardava portachiavi, accendisigari, portasigarette-ricordo, penne stilografiche e matite automatiche.
Altre volte penso che più di tutto mi colpirono i cappelli di Elmore. Egli era il tipo d'uomo che è incapace di invadere un territorio senza adottare immediatamente il copricapo indigeno. Per questa ragione aveva — e portava — uno Stetson da quaranta litri, un berretto azzurro, un topeesola,8 un berretto da cricket, un cappello da gondoliere, un cappello tirolese con spazzolino, un immenso panama, che lui diceva era stato tessuto sott'acqua (dove avrebbe dovuto rimanere) e una vera raccolta di cappelli meno notevoli di velluto, intonati o in contrasto coi suoi vivaci vestiti.
Non so davvero che cosa bisognerebbe dire precisamente dei vestiti del cugino Elmore per rendere loro piena giustizia. Per riassumere tutto in poche parole dirà che era possibile vendergli qualsiasi indumento assicurandolo semplicemente che nessun altro uomo in città aveva nulla di simile.
Ma il cugino Elmore, pur riconoscendo di essere splendidamente vestito, non si ammirava soltanto come un Beau Brummel, ma anche come un Samuel Johnson, Il sense of humor era la sua qualità più spiccata. Non voglio con questo dire che egli avesse davvero un sense of humor. Ne era anzi totalmente sprovvisto, sebbene credesse di essere micidiale, e avrebbe lottato sino alla morte contro chiunque avesse osato di esprimere un'opinione contraria. Quel che il cugino Elmore possedeva davvero era la capacità di ricordare qualsiasi barzelletta avesse mai sentito in un programma radio, durante una festa tra uomini, in uno scompartimento per fumatori o durante la prima guerra mondiale. Non calcolava però che anche tutti gli altri se ne ricordavano, quando venivano rimesse in ballo, e che poche erano state divertenti già da principio.
La freddura era lo strumento di tortura meno penoso del cugino Elmore, e non si lasciava mai sfuggire nessuna occasione di iniettarne una anche nella conversazione più disparata. Durante il suo soggiorno a Venezia, che ci parve interminabile, fu presentato a tre riprese a tre ragazze diverse che si chiamavano tutte Virginia, e per tre volte disse: "Virgin for short, but noi for long! Ahahahahah!" Quando alla fine, grazie al cielo, usciva di casa, invariabilmente diceva: "Abyssinia! Ahahahahahah!" A una festa diceva sempre: "Let's all make merry (strizzando l'occhio verso una donna che si chiamasse Mary) and feel rosy (per una donna che si chiamava Rose). Ahahahahahah!" Era semplicemente terribile, se capite quel che voglio dire.9
Disgraziatamente, tra il sole, il gin e la scossa sentimentale, la zia Mame quella sera non ci vedeva quasi affatto.
"S... semplicemente non riesco a rimettermi," ella disse tracannando imprudentemente il resto del drink e sgranando gli occhi come un gufo dalla parte del cugino Elmore, nella stanza oscura. ".È quasi come se Beauregard in persona fosse entrato qui."
"Sei fuori di cervello?" borbottai.
"Ho sempre voluto molto bene al cugino Boragod, Mamie," disse Elmore.
"Ah, ma devo sembrarvi scortese," disse la zia Mame. "Permettete che vi offra da bere. Forse ne prendo un altro anch'io. Patrick, sii bravo, fai tu gli onori di casa."
E si lasciò cadere sopra un divanetto: se per effetto dell'alcool o della commozione non l'ho ancora saputo.
"Cosa desiderate, signore," domandai, "whisky o gin?"
"Avete del Bourbon agro?"
"Tema che in Italia non si possa avere del Bourbon," dissi. "Però abbiamo dello Scotch."
"Oh," disse il cugino Elmore fissando la bottiglia dello Scotch. "Vat. 69. Avevo sempre creduto che fosse il numero di telefono del Papa. Ahahahahah!"
Avevo sentito per la prima volta quella freddura nel 1933, il giorno in cui era stata abrogata la Proibizione, però feci uno sforzo virile e risi. La zia Mame ridacchiò in modo idiota. "Scotch allora?" domandai.
"Va bene, figlio. Scotch e acqua della fontana. Pere, non troppa acqua. Arrugginisce i tubi. Ahahah!"
Mescolai una robusta bibita per il cugino Elmore, sperando così di farlo stare zitto, una debolissima per la zia Mame e un bicchiere abbastanza colmo per me: ne avevo bisogno. Lo posai però dopo il primo sorso quando udii la zia Mame che diceva: "Ma naturalmente. Beau... voglio dire, cugino Elmore, naturalmente tu ti trattieni a pranzo con noi..."
Non fu senza orrore che vidi la zia Mame traversare barcollando la stanza col bicchiere vuoto in mano. "Forse ne prenderò un altro. E questo me lo verso da me," disse minacciosamente. Poi si volse a Elmore Burnside: "E permettimi di rinforzare il tuo, teso... cugino Elmore."
"Benone, Mame. Un'anitra non vola con un'ala sola. Ahahahahah!"
Erano vicini, presso il tavolino dei liquori e se ne versavano come se fosse sciroppo per la tosse, quando la zia Mame vide per la prima volta da vicino la camicia sportiva con le ragazze hula di Elmore. "Che divina camicia! Hawaii?"
"Sto benone, Mame. E tu come stai?10 Ahahah!" E accompagnò la risata con una grossa pacca sulla schiena della zia Mame, tanto forte da mandarla quasi in terra.
"Oh come siete divertente! Oh, Elmore, mi fate morire!"
"Come disse l'attrice al vescovo! Ahahahahah!"
La zia Mame soffocava dal ridere. Uscii; stava per venirmi male. Quando tornai, erano di nuovo accanto al carrello dei liquori e il cugino Elmore diceva: "Un millepiedi non può camminare con due gambe! Ahahahah !" La zia Mame dava l'impressione che non sarebbe potuta arrivare in sala da pranzo nemmeno camminando a quattro gambe, però era arrossata in viso e raggiante. Disse: "Oh! Elmore! non avevo riso così tanto da anni!"
Finalmente venne annunciato il pranzo.
La zia Mame e il cugino Elmore, a braccetto, entrarono per primi, barcollando, nella sala. Durante il percorso passarono davanti al ritratto, opera autentica del Bronzino. Un riflettore storto illuminava la faccia pallida del giovane.
"Chi è quella graziosa ragazza italiana?" disse il cugino Elmore.
"Per combinazione, è un grazioso ragazzo italiano," dissi cattivo.
"Mah, sta seduto sull'unico punto dove si potrebbe stabilire la differenza. Ahahahah!"
"Oh Elmore, sei terribile!"
"Terribile?" borbottai.
"È un ritratto del Bronzino. È antico," ridacchiò la zia Mame.
"Tienti gli antichi, basta che a me tu ne dia una giovane. Ahahahah!"
I due riuscirono appena a tenersi in piedi: l'osservazione era talmente buffa!
Il pranzo fu un incubo. La zia Mame con gli occhi ormai imbambolati era seduta fra noi due ed El- more raccontò una delle sue barzellette predilette, un barzelletta che eravamo destinati a sentire molte volte in avvenire, e che terminava: "Ah! Viola. Fortunato P.A.U., sempre nel mezzo." Disse qualche freddura che la zia Mame non poté capire ma che nei collegi aveva offerto già occasione di scambiarsi pacche sul sedere sin dal 1888. Per semplice cortesia, avevo cercato di accogliere le prime uscite del cugino Elmore con una falsa risata. Già prima di arrivare a tavola non ne avevo pii la forza. Del resto, mi accorsi che non c'era nemmeno bisogno di sorridere. Il cugino Elmore era il migliore ascoltatore di se stesso; alle proprie battute si sbellicava talmente dalle risa che non si accorgeva nemmeno se gli altri si divertivano o no.
La zia Mame era ormai tanto avanti che non smetteva di ridacchiare, e fra una risatina e l'altra, ordinò due nuove qualità di vino per rinfocolare se stessa e il cugino Elmore.
Quell'Elmore, che tipo! Quando servirono il pesce, disse: "Ottimo, questo, gioia! Che roba è?"
"È, oh è— accidenti, tesoro, è Baccalà Mario." Mario era il cuoco preso con la casa. Dava il proprio nome a tutte le pietanze.
"Sparami sui piedi se capisco che roba sia." "Palle di pesce," sibilai.
"La parte migliore del pesce. Ahahahah!" In collegio avevo sentito questo scherzo ogni venerdì per sette anni, e probabilmente la zia Mame l'aveva sentita anche lei diciassette anni prima. Nondimeno moriva dal ridere, e il vino le andò di traverso.
"Oh Elmore, tesoro, sei micidiale! Somigli tanto al caro Beau, Dimmi," e i suoi occhi scintillarono anche se non erano perfettamente a fuoco, "dove sei alloggiato ?"
"In un albergo wop,11 tesoro. Ecco, l'ho scritto qui."
"Ebbene, non devi rimanere lì. Tu te ne verrai proprio a stare con noi... Ahi!" Le avevo dato sotto il tavolo un calcio che la fece zoppicare per tre giorni.
Avrei dovuto darle un colpo sulla testa e anche più forte perché seguitò a dire che il cugino Elmore doveva trasferirsi in casa nostra per tutta l'estate. Poi, con grande abbondanza di parole, che mai le sarebbe stato possibile se non avesse bevuto, diede ordine che andassero con la gondola a ritirare i bagagli del signor Burnside e li trasportassero al palazzo precipitevolissimevolmente.
A questo punto, fu servita l'insalata e il cugino Elmore acceso dai suoi trionfi disse: "L'insalata che mi piace di più è quella della Luna di Miele. Lo sai che cos'è, Faccia di bambola?"
La zia Mame si contorceva abbandonata sulla poltrona, singhiozzando per il gran ridere. "Oh Beati!" gemette, "tesoro!"
Pensai disperato: "Ancora una portata e poi posso lasciare questo collezionista di freddure stantie." Come sbagliavo!
"Volete il caffè?" disse la zia Mame con dolce sorriso; si alzò e quando fu in piedi disse con scoraggiante balbettio: "Patrick, guarda che Beauregard... Elmore, prenda un altro sorso di cognac. Vado a mettermi una vestaglia comoda." E se ne uscì barcollando, lasciandomi solo col grande umorista, viaggiatore di biancheria femminile, Elmore Burnside.
"Che cosa vorreste signore?" domandai con tutta la cortesia di fui fui capace.
"Che cosa suggerisci, bamboccio?"
"Curaçao schietto?" domandai con un sorriso ospita le.
"No, niente roba wop, complicata. Basta un po' d'acquavite. Poi siediti. Ho da raccontarti qualche barzelletta. Roba da uomini. Non starebbero bene in compagnia mista."
Versai due cognac, uno per Elmore e uno per legittima difesa.
Le barzellette per uomini del cugino Elmore erano, se fosse stato possibile, più antiche di quelle che aveva imparato un tempo alla scuola mista e anche più noiose. "Interrompimi, se la sai," disse. "Dunque: un tale che aveva un tic agli occhi entrò in un tassì e disse:.,."
"Stop," feci io.
Il cugino Elmore proseguì imperterrito la barzelletta sino alla fine.
"Interrompimi, se questa la sai, bamboccio. Dunque, uno scozzese stitico va in farmacia e dice..."
"Stop," dissi. Imperterrito, Elmore proseguì finché la sua orgiastica allegria mandò in briciole quasi tutti i bicchieri che erano sul tavolo.
Non mi sarebbe dispiaciuto riascoltare quelle vecchie storielle, se Elmore le avesse raccontate bene. Invece no. Sempre ometteva qualcosa, sempre doveva tornare indietro, sempre si interrompeva per osservare: "Avrei dovuto dirti che era una puttana mulatta. Comunque.."
Mi girava già la testa, quando la zia Mame gridò: "Venite, ragazzi, mi sento soletta!" e cosi mi liberò dalle personali premure del vecchio seccatore.
La zia Mame era sdraiata sopra un sofà e beveva champagne, sebbene fosse cosi sbronza che appena poteva reggere il calice. Sembrava si sentisse molto comoda in una nuvola di chiffon bianco orlato di penne di gallo che le entravano di continuo nel bicchiere, negli occhi, nel naso e nella bocca.
"Vieni, siediti accanto a me," disse con gesto languido accarezzando il sofà.
Mi ruppi quasi una gamba per arrivare prima del cugino Elmore.
"Come stai, Faccia di Bambola!" ruggì il cugino Elmore. Era brillo come un gufo, ma certamente si dominava meglio della zia Mame. Bisogna però riconoscere che lei aveva cominciato prima.
"Patrick, tesoro," disse la zia Manie, porgendo un calice di champagne al cugino Elmore, "devi essere spossato. Perché non vai a dormire ?”
"Chi? Io?" dissi sgranando gli occhi. "Sciocchezze. Sono appena le due e mezzo. Mi diverto un mondo. È una serata stupenda." Non avrei lasciata la zia Mame in quelle condizioni con quel vecchio capro per un milione di dollari in contanti.
"Non ti preoccupare per Zucchero e per me, ragazzo," disse Elmore, "Fra noi due tutto è rigorosamente platonico!"
E cominciò una tiritera di antichissimi scherzi che durò due ore. Li definiva "leggermente arrischiati" e la zia Mame non avrebbe mai ammesso di averli già sentiti raccontare nemmeno se l'avessero sottoposta alla tortura. Invece sorrideva dolcemente, faceva tante moine graziose e alla fine si addormentò sospirando: "Beauregard! Beauregard! Tesoro!"
Verso le cinque, le diedi una gomitata, si svegliò stronfiando: "Cielo come è tardi! Ho fatto mettere la tua roba nella camera di fronte alla mia, cugino Elmore. Suona, quando vorrai la colazione. Che cosa prendi di solito ?"
"Io? Ma, Ciambella Dolce, io sono per la colazione alla francese."
Non ne potevo più. "Adesso ti porto su, zia Ma- me," dissi. Poi soggiunsi sottolineando le parole: "Ricordati, che domani mattina dobbiamo alzarci presto."
"Ah sì!" sospirò la zia Mame, levandosi esausta in piedi. "Alzarsi con gli uccelli."
"Quel che dico sempre io, Mamie: alzarsi con gli uccelli e andare a letto con qualunque cosa. Ahahahahah l"
Trascinai via la zia Mame da quella stanza e virtualmente le feci salire le scale a calci. La spinsi nella sua camera e chiusi la porta a chiave dall'esterno. Poi, entrato in camera mia, inghiottii una mezza dozzina di aspirine. Mentre stavo per addormentarmi, sentivo il cugino Elmore nella camera attigua, canticchiare Roll me over the Clover.
Sapevo esattamente come si sarebbe sentita la zia Manie la mattina e avevo quindi sadicamente preparato un'incursione a sorpresa nella sua camera per le dieci precise, caricando la sveglia per quell'ora. Prima però che la sveglia sonasse, fui svegliato dalla zia Mame che tempestava di pugni la porta e chiamava con deboli grida: "Patrick ! Patrick!"
"Che cosa c'è?" dissi aprendo la porta. "Delirium Tremens?"
"Oh Patrick, sia ringraziato il cielo che sei venuto ! Una cosa terribile. Certo sono sciocca a lasciarmi sconvolgere così, so che è soltanto un incubo, ma quell'uomo spaventevole, camuffato come non so che cosa, con roba pazzesca addosso, era lì fuori, sul mio balcone e mi chiamava Faccia di Bambola. Era troppo orribile. Voglio dire era lì, chiaro come il giorno e parlava con quel terribile aceento della Georgia. Quasi come uno dei Burnside."
"Era infatti uno dei Burnside," dissi imperturbabile.
Le passò sulla faccia l'ombra terribile di un vago ricordo. "P... Patrick," cominciò, proseguendo nel bluff, "lo sai che quando siamo tornati dalla casa di Bella mi sentivo stranissima..."
"Non ne dubito," dissi.
"Davvero, non so che cosa avevo..."
"Lo so io. Gin e Vat. 69, il numero telefonico del Papa. Ahahahahl"
"Patrick, è stato il calore del sole..."
"Accidenti al calore del sole! È stato il ghiaccio nello whisky. Whisky ghiacciato e cugino Elmore. Non ti ricordi del cugino dello zio Beauregard, Elmore Burnside?"
"Oh Patrick! Spero che non sia venuto qui un parente di Beau, e si sia fatta un'idea sbagliata..." "Credo sia facilissimo,"
"Voglio sperare che non se ne sia andato pensando che..."
"Hai ragione. Non è andato via. Si è trasferito qui, nella camera di fronte alla tua, per fermarsi. L'hai invitato per tutta Pestate."
La porta della camera si spalancò e apparve il cugino Elmore, vestito come nessun altro essere umano, con una camicia sportiva di un tessuto trasparente color lavanda attraverso il quale si leggeva Mamma tatuata sul braccio destro, e KKK sul sinistro. "Ehi! miss Pupa, ecco il tuo vecchio cugino Machiavelli. Machiavelli buon chop suey!12 Ahahahah! O Che ne diresti di una corsa in gondola, Mame?"
"È questo il cugino Elmore?" sussurrò la zia Mame.
"È lui," dissi.
"Patrick," disse la zia Mame, "Chiama Bella."
Bella, l'amica della zia Mame, viveva fra le crisi. Ero appena riuscito a spingere il cugino Elmore, sempre trasudante freddure, nella gondola della zia Mame con istruzioni in balbettante italiano di portarlo a fare una lunga, lunghissima passeggiata, e già i barcaioli azzurri di Bella scendevano il canale che sotto i loro remi si copriva di una bianca spuma, mentre la marchesa in persona pareva risplendere come Lohengrin in una posa spavalda e coraggiosa.
La zia Mame l'aspettava sdraiata sul letto sfatto, con un asciugamano bagnato sulla fronte.
"Ora, cocca mia," disse Bella in tono pratico, "comincia da principio, e raccontami tutto. Dillo senza storie. Niente arte scenica."
"Ma Bella, cara," frignò la zia Mame. "Non posso! Questo è il guaio. Un piccolo colpo di sole..." "Posso io," dissi.
"Va bene ragazzo," disse Bella. "Racconta tu. E racconta tutto."
"Con piacere," dissi. Poi cominciai. "Sembra che questo cugino Elmore somigli parecchio allo zio Beau. Almeno pareva che alla zia Mame facesse questa impressione..."
"Dovresti lavarti la bocca col sapone, piccolo bugiardo!" disse la zia Mame alzandosi a sedere sul letto. "Non somiglia minimamente..."
"Taci, cocca," disse Bella. "Patrick sa che cosa è accaduto. Tu lo ignori. Va' avanti, ragazzo."
Ottenuta la parola, raccontai tutto, aggiungendo qua e là alcune imitazioni piuttosto micidiali della zia Mame e del cugino Elmore. Devo avere parlato molto bene, perché il mio monologo veniva interrotto solo dai tetri lamenti della zia Mame e dalle maligne risate di Bella, "E così," conclusi di malavoglia, "per grazioso invito della zia Mame, il cugino Elmore è qui con noi — bauli e tre valige — per tutta l'estate. Ahahahah!"
"Ooooh!" gemette la zia Mame, "È stato il sole. Un piccolo colpo di sole."
"Nient'affatto," dissi energicamente. "Eri sbronza prima di uscire dalla casa di Bella."
"Ecco," disse la zia Mame alzandosi di nuovo a sedere sul letto, "è quel gin che dai tu, Bella Shuttleworth. Quel veleno da quattro soldi!"
"Sei una maledetta bugiarda, Mame Denis," urlò Bella. Nei momenti di commozione le ragazze tornavano sempre ai loro nomi di fanciulle, "Quello era del migliore gin inglese, venuto direttamente da Londra. Se è buono per Neville Chamberlain, può essere buono per te, cocca. Ma non c'entra. Il problema da affrontare è come liberarci di questo lavativo."
"Esattamente, tesoro, tocca a te salvarmi," disse la zia Mame gettandosi di nuovo sul letto.
Il resto della mattina passò nel cambiare impacchi freddi sulla fronte della zia Mame, in progetti sporadici per il prossimo ballo Rinascimento e nel pensare a come sbarazzarsi del cugino Elmore.
A mezzogiorno la zia Mame ebbe appena la forza di vestirsi per la colazione, ed era una colazione piuttosto importante, essendo stati invitati entrambi i pretendenti alla sua mano. Tutti e due arrivarono puntualmente all'una e la zia Mame, pallida e interessante, esortò loro e Bella a prendere dei cocktail, mentre lei si limitava a un Fernet-Branca e mormorava di sentirsi leggermente indisposta. Per completare la compagnia, la zia Mame aveva invitato un distinto rabbino tedesco, un cardinale francese e una poetessa greca, la più grande, si diceva, dopo Saffo. La colazione fu servita nel cortile e quasi tutto era color rosa: la tovaglia, il prosciutto, il vino. La zia Mame era bianca; si trastullava col cibo, ma divenne colore della cenere, quando, in mezzo a una brillante discussione su Jean Cocteau, alzò lo sguardo e vide il cugino Elmore avanzare rumorosamente nel cortile, con la sua camicia color lavanda e un paio di sandali colar sangue di bue che scricchiolavano a ogni passo.
"Roba buona da mangiare," disse, tirandosi una sedia accanto alla zia Mame. "Ahahah!" La discussione su Jean Cocteau si interruppe di colpo.
Ma Elmore Burnside si sentiva a suo agio in qualsiasi compagnia e non era mai sprovvisto di motti spiritosi. Tempo cinque minuti, era riuscito a offendere indirettamente tutti gli invitati. Sistemò i due seri pretendenti della zia Mame, con una lunga storiella dialettale su un italiano e uno svedese sorpresi per disgrazia in un bagno turco nella sera destinata alle donne. Delle cinquantamila e più barzellette di cui disponeva Elmore, almeno quarantanovemila si reggevano sulle circostanze più inverosimili. Raccontò poi la storiella di 'sacco e di Patrizio, lunghissima, in cui erano compresi uno sgombro, un prosciutto, la circoncisione e un rosario: servi per il rabbino e per il cardinale. Fui un poco sollevato nello scoprire che tanto Elmore quanto loro non conoscevano bene l'inglese, e non potevano quindi capirla. Grosso errore! Elmore si prese il disturbo di spiegare il suo lurido scherzo con un mucchio di "oi weh" e "bejazes". La zia Mame da bianca che era, prese una delicata sfumatura verde.
Un altro elemento del grande sense of humor del cugino Elmore era il suo amore per le cianfrusaglie per fare scherzi. Nemmeno morto avrebbe voluto essere sorpreso senza roba di questo genere, un naso finto, per esempio, o la polvere che dà prurito, il distintivo con la scritta Ispettore dei Polli, il bastone elettrico. Adorava i fiori da mettersi all'occhiello della giacca e che spruzzavano acqua, i finti scarafaggi da lasciar cadere nel caffè e le cacche di cane di caucciù. Il suo scherzo prediletto era una bolla lat158
159 tea che si infilava in una narice mentre fingeva di soffiarsi il naso. Quando si toglieva il fazzoletto presentava uno spettacolo da fare svenire gli uomini forti.
"Sono un poco infreddato," disse il cugino Elmo- re, tirando fuori ostentamente un fazzoletto. Poi si soffiò il naso e si lasciò la bolla di vetro orribilmente affacciata alla narice destra.
Già sentivo lo stomaco che mi si rovesciava, ma la zia Mame salvò la giornata. Si alzò da tavola e svenne di colpo. Non si poté dire che la colazione fosse enormemente riuscita.
Una settimana dopo, la zia Mame non sapeva più a che santo votarsi. Era diminuita di cinque chili, aveva perduto venti amici e il cugino Elmore seguitava a starle attaccato come la colla. Ogni trucco inventato da lei e da Bella fallì: anche il falso cablogramma della società per la fabbricazione dei reggipetti, la "Bella Poitrine Brassière Company" di Buffalo, di cui Bella era la maggiore azionista .e che offriva al cugino Elmore la direzione delle vendite con uno stipendio di cinquantamila dollari l'anno, lo lasciò stranamente imperturbabile e inamovibile.
La zia Mame non aveva nessuna simpatia per il cugino Elmore, ma commise l'errore di giudicarlo un grosso e bonario villano il quale fosse, per combinazione, anche il più grande seccatore della creazione. Seccatore e villano era, ma chiunque avesse veramente conosciuto Elmore non lo avrebbe detto bonario. Dietro a una facciata spaventosamente cordiale, dietro alle sue interminabili proteste di essere soltanto un ragazzo di campagna, Elmore era falso, avaro, fanatico, ignorante come pochi e molto, molto crudele. Durante le troppe volte in cui mi trovai solo con lui ed egli si sentiva libero di lasciar cadere la dubbia delicatezza che ostentava in presenza delle donne, mi divertì con allegri racconti sulla spedizione che egli, una volta, aveva organizzata nella Carolina del Sud per linciare i negri; o sul come una volta aveva rifilato una partita di cinture difettose a un negoziante ebreo, che denunciò poi alla Camera di Commercio perché vendeva merce scadente. Quando non risi mi accusò di essere tristemente sprovvisto di humor.
"Ebbene, rinuncio," disse la zia Mame a Bella e a me, in una delle rare occasioni in cui il cugino El- more non le era vicino. "Quel somaro ragliante mi segue come un'ombra. Non posso prendere un bagno senza che quel maledetto seccatore entri nell'acqua con me. Ho provato tutto per liberarmi di lui, salvo il suicidio."
"C'è sempre l'omicidio," disse Bella.
"Non credere che non vi abbia pensato. Sono qui che posso scegliere fra due degli uomini più attraenti di Europa e che cosa accade? Ogni volta che Alex o Marcantonio mi invitano, il cugino Elmore mi si appiccica e si mette a raccontare le sue luride barzellette, e..."
"Mi fa piacere che tu te ne renda conto, cocca," ringhiò Bella, "così non sarà poi una grande sorpresa se ti dico che farai un grosso fiasco a Venezia, nella vita elegante, se non ti liberi di quel cugino."
Quasi a confermare la verità della funesta profezia di Bella, squillò il telefono. Era Alex, pregava d'essere dispensato dall'impegno di andare al Lido con la zia Mame in quel pomeriggio, come era d'accordo. Capii allora che bisognava Fare Qualche Cosa, senza sapere precisamente che cosa.
La zia Mame decise di passare il pomeriggio da Capellini, a provare il costume per il ballo sotto il vigile occhio di Antonietta. Siccome il cugino El- more aveva una volta provocato un quasi finimondo da Capellini (si era messo un cappello della zia Mame e girando per il salottino imitava, in modo che credeva irresistibile, una donna) lo portai con me e lo trascinai in Piazza per un paio d'ore. Egli era come al solito micidiale, chiamava il cameriere Giuseppe Juicy-Soupy e declamava apprezzamenti letali sull'obbligo di condurre una vita da cani (dog's lite) nel palazzo dei dogi. Io assistevo con un sorriso fisso e rigido, rimpiangendo di non essere morto, quando improvvisamente, davanti alla sua terza birra, Elmore divenne serio. Se c'era qualcosa di peggiore di un Amore scherzoso, era un Elmore serio. Non tanto per come diceva le cose, ma per quel che diceva.
"Chi sa se Bamboletta ha finito di ordinarsi il vestito per quella festa che intende dare?"
"Oh no, cugino Elmore," dissi. "Le ci vorrà almeno tutto il pomeriggio. La festa ha molta importanza per lei."
"Ne ha anche per me, bamboccio. L'ho fissata, in certo modo, come un termine."
"Per lasciare l'Italia?" domandai pieno di speranza. "Ottima idea. Sai, la stagione dei monsoni comincia a Venezia verso quel tempo: grossi maremoti e..."
"No, bamboccio, un termine con Faccia di Bambola, con tua zia Mame. Sto già preparando il mio costume."
"Ma come, intendi venire alla festa?"
"Sì, ci vengo per fare un bel gesto."
"Un bel gesto?"
"Esattamente, figlio mio. Un gesto da signore. Come sono nella vita vera. Capisci quel che intendo; sempre pronto a rallegrare le persone, a farle ridere, per aiutarle a dimenticare i propri guai."
"Non... non credo che ti divertiresti molto," dissi in fretta. "Sai, è molto faticoso indossare un costume... inoltre non sono sicuro che nelle corti del Rinascimento avessero i buffoni."
"Non importa. Inoltre, in quella notte io ho da fare una cosa molto importante per tua zia. Voglio salvarla."
"Salvare chi? La zia Mame?" Il cugino Elmore nella parte di salvatore mi pareva per lo meno strano.
"Proprio cosi, bamboccio. Ora, dimmi la verità, ti piacerebbe avere un nuovo zio ?"
"Un nuovo zio ? Ma veramente, per me non significa nulla, né in bene né in male. Sono virtualmente adulto, quest'anno vado all'università. Immagino che la zia Mame vorrà riprendere marito e non mi importa chi sposerà se Alex o Marcantonio. Tutti e due sono..."
"Tutti e due sono sozzi stranieri, ecco quel che sono!" disse Elmore con profonda convinzione.
"Uno è un astuto svedese e l'altro un sudicio dago.13
È da loro che voglio salvarla. Io ti dico che ho in mente di rapire tua zia."
"Tu, che cosa?"
"Te l'ho detto. Noi siamo americani e, quel che più conta, siamo Burnside. Voglio sposare Mame per salvarla da quel furbo svedese e da quel puzzolente wop!"
Ero troppo sbalordito per parlare, ma non troppo per non accorgermi che un uomo d'aspetto piuttosto maligno sbirciava Elmore dal tavolo vicino. Scrisse qualcosa in un taccuino. In un baleno vidi il modo di allontanare il cugino Elmore da Venezia e liberare da lui la zia Mame. Non so dove, sonava una banda; finsi di non avere capito.
"Mi dispiace cugino Elmore, ma con tutto questo baccano non ho sentito quel che hai detto di Marcantonio. Ti dispiacerebbe di ripeterlo più forte?"
"Ho detto che è un puzzolente wop, come tutti gli altri puzzolenti wop, e per Cristo, li odio tutti."
"Grazie, cugino Elmore," dissi girando la testa da un'altra parte nel momento preciso in cui l'uomo del tavolo vicino scattava innocentemente una istantanea. Nel medesimo istante la piazza si empì di suoni e di colori. Avanzò per prima una banda che sonava Giovinezza, la spigliata marcia fascista, la seguivano marciando al passo i carabinieri. Nella loro divisa da operetta leggermente ridicola, coi cappelli napoleonici piumati, avevano l'aspetto di una forza di polizia pittoresca e anche piuttosto inefficiente.
"Dio mi danni, se quella divisa non somiglia a una delle mie da massone," disse il cugino Elmore.
Fui pronto ad ammettere che i carabinieri somigliavano davvero un poco ai Cavalieri del Tempio, impazziti. "La divisa di che loggia, cugino Elmore?"
"I Robusti Rampolli Ribelli, Loggia Numero Uno Quattro Cinque. Anche la marcia somiglia a uno dei nostri inni. Senti come fa: I Robusti Rampolli Ribelli Avanzano avanzan marciando A combatter la cruda aggressione Dello Yankee, a salvare i diritti Degli Stati che noi adoriam.
L'aria non è precisamente eguale, però somiglia. Ogni anno, noi Ribelli ci raduniamo in un grosso congresso. L'anno scorso a Chattanooga ho fatto più baccano io di tutti gli altri appartenenti alla Loggia. Mi chiamano il Matto Grosso."
"Che cosa hai fatto, cugino Elmore?"
"Ebbene, ahahah! Avevo il mio bastone elettrico, questo qui' che porto anche oggi, andavo dietro alla gente e..."
"Sono pronto a scommettere, cugino Elmore," dissi, "che questi qui sono il ramo italiano dei Robusti Rampolli Ribelli. Vedi quello laggiù con la spada e coi baffi? Perché non prendi il tuo bastone elettrico e..."
Non avevo ancora finito di pronunciare queste parole e già il cugino Elmore e il suo bastone elettrico avevano attraversato metà di Piazza San Marco. Mi volsi verso l'uomo vestito di nero che sedeva al tavolino accanto e gli dissi con tono melodrammatico: "Anarchia& Anarchia& Anti-Mussolini!" e accennai in direzione del cugino Elmore. Allora, l'inferno si scatenò, feci appena in tempo a nascondermi sotto il tavolo.
Se la zia Mame, mondanamente parlando, doveva fare fiasco, quella sera però trionfava. Mentre il cugino Elmore veniva trasportato Dio solo sapeva dove, lei era perfettamente libera di improvvisare un party, senza timore che Elmore glielo rovinasse.
Non le raccontai quel che era accaduto, ma l'assicurai che Elmore non sarebbe stato in giro durante le prossime ventiquattro ore. Non mi piaceva pensare che Elmore fosse nel frattempo sottoposto a dosi eroiche di olio di ricino, o a clisteri di senape o a qualsiasi altra delle torture purgative predilette dai fascisti. Ma come Elmore aveva tanto spesso proclamato, egli era un cittadino americano e se la sarebbe cavata con poco più di una multa e di un brusco richiamo all'ordine.
"Avanti, zia Mame," dissi. "Invita chi vuoi, stasera. La via è libera. Ho predisposto tutto."
"Oh Patrick, sei davvero un genio," mi disse baciandomi, e si affrettò verso il telefono.
Quella sera la compagnia era composta di pochi Pensatori Seri che facevano parte della cerchia veneziana di Bella e della zia Mame. V'erano poi, oltre Bella e Marcantonio della Cetera, l'ex-ambasciatore cinese e la moglie, un celebre luterano antinazista, un aviatore repubblicano spagnuolo convalescente di una ferita, un'avvocatessa jugoslava di sinistra e un alto esponente liberale della Liberia.
Finito il pranzo, i Pensatori Seri si abbandonarono a una Bella Chiacchierata sulle guerre che infuriavano in Spagna e in Cina e sulle tristi condizioni del mondo. La zia Mame rivelava una mente ben fornita quando voleva farne sfoggio, e quella sera dimostrava di essere una grande esponente liberale.
"Mi corregga se sbaglio, dottor Ciung," disse, "avevo sempre creduto che nelle ultime elezioni cinesi..."
Il cugino Elmore arrivava sporco e scarmigliato.
"M...ma, cugino Elmore," disse la zia Mame dandomi uno sguardo che avrebbe dovuto impedirmi di crescere per sempre. "Io, cioè, Patrick.,. voglio dire, io non credevo che sareste tornato a casa stasera."
"Meglio tardi che mai, Gioia. Ahahah!"
"Chi lo dice!" ringhiò Bella prendendo la sua borsetta.
La zia Mame fece in fretta le presentazioni cominciando dalla jugoslava e soggiunse: "Naturalmente, conosci Marcantonio."
"Senza dubbio. Yugo your way dago theirs. Ah ahah!"14
Chiamò il Liberiano una volta Pala di Neve e due volte zio.,Salutò l'aviatore repubblicano con una barzelletta pepata su una mosca spagnuola e disse all'ambasciatore cinese: "Ascolta, Hung-low, è vero quel che dicono delle donne cinesi ?" Tempo quindici minuti, il salotto era deserto.
La zia Mame era così furente che mi sbatté in faccia la porta della sua camera e non volle permettermi di spiegarmi. Ma dopo avere spento le luci in camera mia e avere aperto la finestra, mi accorsi che l'uomo vestito di nero si nascondeva nell'ombra della nostra casa. Questo spettacolo piuttosto preoccupante mi fece invece sperare bene per il giorno seguente.
La mattina successiva la zia Mame era in piedi ed era già uscita prima che io scendessi per la colazione. Forse era fuori di sé per la rabbia o era andata dalla sarta per le ultime prove del suo vestito in maschera. Molto probabilmente queste due supposizioni erano tutte e due valide. Presto fui raggiunto dal cugino Elmore che portava un berretto da Ribelle e un vestito scarlatto, e appesi al collo due apparecchi fotografici e un fotometro. "Ruty tuty, tutti frutti!" disse Elmore prendendo arance e uva.
"Vuoi un uovo?" domandai.
"Ti sembro tipo da uova io? E ora senti il mio programma per oggi. Prima di tutto, devo andare a comprarmi della roba che mi occorre per il costume da mettermi domani alla festa. Poi ho pensato di fare qualche fotografia. Quindi andrò a noleggiare un battello."
"Che te ne fai di un battello?"
"Ma per portare via la mia Gioia subito dopo la grande festa,"
"Senti un po' cugino Elmore," dissi, "hai... parlato di questa faccenda con la zia Mame? Voglio dire che io non sono affatto sicuro di come accoglierà simili..."
"Stammi a sentire, bamboccio. Sono un uomo di mondo e so benissimo quando una bella signora ha voglia di me. Non hai veduto come si è comportata la prima volta che ci siamo visti?"
"Ma la zia Mame quella sera non era in sé," dissi. - "Inoltre, a viaggiare sempre in biancheria mi sento solo, molto solo. E anche Faccia di Bambola si sente sola. Mi piacerebbe di mettermi a riposo, farla finita col commercio e occuparmi soltanto degli affari della bella signora." Gli diedi un'occhiata canzonatoria. Il cugino Elmore arrossì. Una volta di più vidi tutta l'astuzia e la meschinità della sua animuccia trasparire sotto la vernice di falsa cordialità. "Senti un po' bamboccio," disse, un po' in collera e un po' cercando di convincere anche se stesso. "Sono più vecchio di te e conosco molto bene le donne. Lo so che lei vuole me.. Per questo cerca di farmi ingelosire coi gigolò stranieri. Per questo..." E seguitò all'infinito su questo tono. Come la maggior parte degli uomini supremamente ripugnanti alle donne, il cugino Elmore era capace di scoprire un invito in ogni insulto, una carezza in ogni colpo, un richiamo in ogni ripulsa e un sì in ogni no. "Inoltre," disse, "io con le donne ci so fare. Ho letto quel famoso libro: Come si rende felice una donna. di Ryder Haggar. Ahahah I"
Elmore si vantava ancora delle sue conquiste amorose, quando parcheggiò il grosso sedere in una gondola presa a nolo. Nel salirvi con lui, notai che due uomini vestiti di nero ci seguivano a breve distanza in una piccola lancia a vapore col motore avviato.
"Ti aspetto qui, all'imbarcadero," dissi al cugino Elmore quando egli scese per avviarsi a una triste botteguccia che vendeva ricordi e novità.
"O.K. bamboccio. Preferisco che tu non venga con me. Voglio che il mio costume sia una sorpresa. Specialmente per Faccia di Bambola."
"Lo sarà senza dubbio," dissi. Poi vidi che uno degli uomini vestiti di nero pedinava il cugino El- more. Mentre cercavo una sigaretta in tasca, l'altro, l'uomo che già avevo veduto il giorno avanti, mi si avvicinò furtivamente.
"Chi è costui?" mi domandò con forte accento italiano.
"Buon giorno," dissi, "Chi è chi?"
"Lui," egli disse accennando col capo verso El- more. "L'uomo dalla camicia rossa."
Guardai la camicia rossa di Elmore, poi quella nera dell'uomo e mi venne una ispirazione. "Non ditelo a nessuno," dissi, "ma è il Capo delle Camicie Rosse. Sinistro." Ripetei la parola sperando che fosse tradotta in un italiano comprensibile: "Sinistro."
"Sinistro?" disse l'uomo dandomi un'occhiata penetrante.
"Si, molto sinistro."
"Americano?" disse l'uomo scrivendo rabbiosamente nel suo taccuino.
"Americano del Sud," dissi. "È il capo dei Robusti Rampolli Ribelli. Gente instancabile nel tenere accesa la guerra civile. Lo chiamano 'Grande Cutup!'"15
"Cutup?"
"Sì, sì," dissi in italiano, diguazzando nel mio gergo approssimativo. "Capire, Cutup, Mannaia Grosso Coltello." Bastò questo per farlo correre al più vicino telefono.
Mi adagiai nella gondola aspettando il cugino Elmore. Non tardò molto a tornare; era carico di pacchi dall'aspetto minaccioso e seguito da tre uomini vestiti di nero.
"Accidenti, devi avere comprato parecchia roba," dissi, mentre egli entrava nella gondola. Con la coda dell'occhio vidi che ormai eravamo in testa a un piccolo convoglio di tre imbarcazioni.
"Parecchia, sì," disse il cugino Rimare compiaciuto. "Sono tutti trucchi che ho preparati per la festa di domani. Guarda, te ne faccio vedere uno solo." Mise la mano nel fagotto e ne tirò fuori una automatica 45 dall'aspetto più micidiale che mai mi fosse capitata sotto gli occhi.
"Stai attento," dissi.
"Non avere paura, bamboccio. È soltanto una pistola ad acqua. Ma ora, voglio fare qualche fotografia e poi andremo a colazione. Sai che cosa mi piacerebbe? Una montagna di gnocchi e un poco di café-au-lait. Ahahah ! Ora dove andiamo per fare belle fotografie, bamboccio? Tu conosci la città."
Forte dei miei trionfi precedenti, vedendo che le imbarcazioni ci seguivano, misi la mia fortuna alla prova. "Ti piacerebbe, dissi," fare qualche foto delle Casermette ?"
"Delle che?"
"Delle Casermette. La parola italiana per dire quelle case... sai... Roba che scotta! Ci vanno tutti pezzi grossi! Ahahah!" Oh, posso garantire che mi superavo.
"Davvero?" disse Elmore, e i suoi occhietti di porco luccicarono.
"Certo. Lo potrai raccontare alla tua Loggia. Potrai fare delle foto stupende. Andiamo alle Casermette," dissi al gondoliere.
Facemmo un mezzo giro dell'isola, Elmore brandiva sempre il suo nuovo revolver e sempre le tre lance ci seguivano. Ci fermammo davanti alle grandi tetre caserme vicino alle Fondamenta Nuove. "Non hanno una grande apparenza," disse Elmore, tirando fuori la Kodak e il fotometro e alzandosi in piedi nella gondola.
"Oh, aspetta di vedere dentro," dissi.
"Sembra che non mi riesca mettere a fuoco la macchina," disse Elmore. Le tre lance intanto cominciavano a drizzare la prora su noi. "Che diavolo accade ?" domandò Elmore facendo dondolare pericolosamente la gondola.
"Sono comunisti italiani. Una vera mafia. Meglio buttarsi in acqua, e salvarci a nuoto, Elmore." Gli diedi una spinta. Seguì un tonfo, "A casa," dissi al gondoliere.
Tornato a casa, trovai i servitori prossimi a un attacco isterico. Tutti i cassetti di casa erano stati frugati. Da quel che potei capire, i gerarchi, i balilla, gli avanguardisti, i figli della Lupa, tutti i fascisti, eccettuato Mussolini, erano venuti in casa durante l'ultima mezz'ora e se ne erano tornati via a mani vuote. La camera di Elmore aveva sofferto più di tutte, era stata sottoposta alle più minuziose indagini. Comunque, tutto fu messo di nuovo a posto, prima che tornasse la zia Mame, ancora furente.
"Ebbene," disse, "che ragione hai di darti un'aria così compiaciuta, Giuda Iscariota, Immagino che mi racconterai di avere buttato il cugino Elmore nel canale e che non lo vedremo mai più. È così, Pasticcio di Sego?" disse causticamente.
"Hai perfettamente ragione, Torta di Allume. Non vedremo più Elmore sino al giorno del Giudizio. Ti dirà pure che comincio a seccarmi del tuo atteggiamento. Ahahah! Non sono stato io che l'ho invitato qui, lo hai invitato tu e..."
"Oh stai zitto! Lo so che non è colpa tua, però, se non riesco a sbarazzarmi di credo che..."
"Però, questa volta ci siamo riusciti, zia Mame." E le raccontai l'accaduto.
La zia Mame rise sino alle lacrime. Mi abbracciò, mi baciò e corse al telefono per parlare con Bella, "Domani, sarà una serata di cui tutta Venezia dovrà ricordarsi. Finalmente Elmore se ne è andato e il mio Patrick, il mio tesoro ha fatto tutto lui. Tira fuori il tuo più bel vestito, Bella, stasera do una festa in onore di Patrick. Mi ha salvata, mi ha salvata, mi ha salvata!"
La zia Mame diede una festa per me al Casinò, ebbe Axel e Marcantonio ai suoi piedi. Io fui baciato da una ragazza molto graziosa che si chiamava Marina, la quale mi disse che io ero più caro di Mickey Rooney. Quando tornammo a casa, alle tre del mattino, non v'era ancora nessun segno del cugino Elmore. "Se ne è andato, mio piccolo amore," sospirò felice la zia Mame, "e domani sera, alla festa, ti voglio dare un nuovo zio, divino. Alex e Marcantonio hanno tutti e due chiesto la mia mano. Così ho da scegliere."
Stavo per dirle che ne aveva tre da scegliere, se voleva prendere in considerazione il cugino Elmore. Però lei alzò gli occhi all'orologio e disse: "Cielo! Guarda che ore sono! Sarò uno spettacolo domani, se mi manca il mio beauty sleep.16 Buona notte, mio piccolo amore. La zia non dimenticherà mai quello che hai fatto per lei."
La mattina successiva mi svegliai tardi. Tutta la casa era in subbuglio. C'erano uomini sul tetto che collocavano a posto i fuochi d'artificio, uomini nel cortile che montavano una pista da ballo, uomini che mettevano su un chiosco per l'orchestra, riflettori e ghirlande stile Rinascimento. Nella cucina i fornitori litigavano coi servi e già si parlava di un ammutinamento perché i camerieri avevano visto i costumi rinascimentali preparati per loro dalla zia Mame e da Bella: calzoni a maglia neri, con braghetta bianca, giubbe all'arlecchino bianche e nere. La zia Mame era andata dal parrucchiere per farsi battere, massaggiare, arricciare, smaltare per la grande serata. Ancora non si vedeva traccia del cugino Elmore, nemmeno una domanda di libertà provvisoria, e io, felice, lo registrai: disperso in combattimento. Poi mi acciambellai di nuovo e ripresi sonno.
Quando alla fine mi fui alzato, ebbi fatto il bagno, mi fui rasato, l'orchestra, rinascimentale, essa pure aveva già cominciato a esercitarsi in arie italiane così dette popolari, come l'isola di Capri e il Piccolino. Al crepuscolo tutte le luci si accesero fra grandi evviva, poi si spensero con accompagnamento di molte imprecazioni. Finalmente si riaccesero e rimasero accese. Mi affacciai alla finestra e vidi la gondola di Bella che si avvicinava scendendo il rio a grande velocità. Allora indossai il mio costume, un lavoro di pochi secondi. Siccome non mi piacciono molto i travestimenti, preferii la comodità allo stile. Mi ero vestito da frate, con un lungo accappatoio da spiaggia di grosso tessuto bianco col cappuccio. Legato alla vita da un cordone nero e accompagnato da un paio di sandali, somigliava abbastanza a una tonaca, e portato senza nulla sotto, mi teneva più fresco dei costumi composti da giubboni di velluto e calzabrache in auge quella sera.
Scesi in tempo per salutare Bella che entrava avviluppata in damasco bianco e code di ermellino. Somigliava a una botte di ricotta andata a male. "Dio mio," disse vedendomi, "fra Lippo Lipschitz!" Avevo troppo tatto per rispondere. Poi scese maestosa le scale la zia Mame, in velluto nero ricamato di perle. L'orchestra attaccò una vivace rumba rinascimentale. La festa era ufficialmente cominciata.
Tre ore dopo, v'erano più di cinquecento invitati, senza contare i fotografi di Life e quelli che non erano stati invitati. Chiunque a Venezia fosse qualcuno, aveva trovato qualche vestito rinascimentale bianco e nero per venire alla festa. La zia Mame era in una continua vertigine tra Marcantonio stupendo e molto italiano in calzabrache a righe e lino bianco, che ballava con lei ogniqualvolta ella non ballava con Alex, simile a un Amleto biondo, vestito di nero, con maniche e corpetto a lunghi tagli.
Arrivò quasi la mezzanotte prima che io potessi ballare con la zia Mame.
"Ti diverti ?" le domandai.
"Tesoro, più di quel che mi sono mai divertita a una festa da quando sono nata. E devo ringraziare soltanto te."
"Hai già deciso per il nuovo zio?"
"Oh Patrick, questa è la cosa terribile. Non posso.
Sono tutti e due così divini. Così divini, davvero, che ho deciso di piantarli tutti e due. Sono ancora troppo giovane per legarmi per sempre. Cielo ! È quasi l'ora dei fuochi. Bisogna che domandi a Bella se lei..."
"Mame!" gridò la voce roca di Bella. "Mame!" Vidi una montagna bianca coperta di code di ermellino dondolanti spingersi fra la folla dei ballerini. "Cocca mia!" gridò Bella quando ci fu vicina. "Vedi tu quel che vedo io?"
Il nostro sguardo seguì il suo dito tremante. 11 cugino Elmore, camuffato come nessun essere umano può camuffarsi, scendeva la scala. Il suo costume non lo dimenticherò mai. Era composto da un vecchio paio di mutande a maglia, con una braca tinta malamente di verde e l'altra di giallo. Alle reni si era avvolto un plaid sotto il quale si arrotondava la pancia; sul plaid svolazzava una camicia color rosso cremisi, da cow boy, con campanellini attaccati alla peggio alle sue copiose frange. Una gala di carta igienica gli circondava il collo e in testa portava un passamontagna a maglia dal quale usciva una profusione di nastri sgualciti.
"Patrick Dennis," mi disse la zia Mame con le labbra sbiancate, "mi avevi detto che..."
"Era vero, zia Mame," dissi, non ancora ben convinto di quel che vedevo. "Ti giuro davanti a Dio che era vero. Aspetta. Mi libererò di lui." In dieci passi raggiunsi il cugino Elmore e lo sospinsi in guardaroba.
"Cugino Elmore," dissi, "che diavolo fai qui?"
"Vengo sulle ali dell'amore. Sono scappato dal carcere. Sapevo che se fossi venuto qui mentre Ma- me dà questa mascherata nessuno mi avrebbe notato."
"Nessuno ti avrebbe notato?" dissi fissando il suo abbigliamento. "Bisogna che tu vada via. Non sei sicuro qui. La polizia ti ricerca."
"Lo so, Me ne vado e porto con me Faccia di Bambola. Sai che cosa credevano in caserma, quando mi hanno arrestato?"
"Non ne ho nessuna idea," dissi abbassando gli occhi.
"Beh, te lo dico io. Credevano che fossi un rosso. E sai perché? Per via di tutto quel marciume straniero che circonda sempre la zia Mame. Quel Marcantonio è un wop, non è vero?"
"È un italiano," dissi gelido, "Ebbene, non è nemmeno favorevole a Mussolini. Che specie di italiano è allora?"
"Un italiano intelligente, scemo che sei. Soltanto un pazzo potrebbe essere favorevole a Mussolini."
"E quell'Alex? È un socialista. Probabilmente ha una bomba addosso anche in questo momento. Pensa un po': un socialista!"
"Tutto il ministero svedese è socialista, cretino maledetto. È un paese socialdemocratico."
"Precisamente quel che dico io. Rossi e bolscevichi, tutti quanti. Quando in carcere ho raccontato di tutti questi radicali e rivoluzionari e spie che stanno intorno a Mame, è accaduto il finimondo. Certo non capivo il loro gergo. Così ho una imbarcazione qui fuori, per salvare tua zia."
"A Venezia c'è un mucchio di gente che stanotte ha una imbarcazione davanti a questa casa, pezzo di cretino."
"Patrick," disse la zia Mame veleggiando verso di noi. "L'uomo alla porta dice che giù c'è un funzionario..."
"Faccia di Bambola," si lamentò Elmore, "vengo sulle ali dell'amore per salvarti. So che mi vuoi bene e..."
"Questo chiacchierone ha pettegolato coi fascisti e Dio solo sa quali stupide menzogne ha raccontato a quella masnada di camicie nere. Però, puoi essere sicuro che lui..."
"Zucchero, ho detto soltanto che..."
Non saprò mai esattamente che cosa il cugino Elmore aveva detto. In quel momento, Camicie Nere armate irruppero da tutte le porte. Si udì un fischio formidabile e tutte le luci si spensero.
"Mame," gridò Elmore, "vieni con me!" Tese la mano e mi afferrò per un braccio e cominciò a tirare. Col braccio libero diedi un pugno in qualcosa che doveva essere la pancia di Elmore. Finalmente libero, presi la zia Mame per la mano. "Vieni," dissi, "possiamo uscire da questa parte. C'è una finestra che dà sul rio."
"Oh Patrick, la mia festa..."
"La festa è finita. Vieni."
Saltammo nella prima imbarcazione che trovammo, una grossa lancia a motore.
"Ci basta," dissi. "Domattina potremo rimandarla."
"Sei capace di farla andare, Patrick?" frignò la zia Mame.
"Più o meno," dissi. Misi in marcia il motore che si destò con un ruggito fragoroso. La lancia fece marcia indietro e andò a cozzare contro le fondamenta della casa. Si udivano nel!'interno grida e imprecazioni. Spinsi qualcosa e il battello volò in avanti gettando sul fondo la zia Mame e me. Mentre ci si dibatteva nei nostri larghi costumi, sentii parecchie urla e maledizioni e il suono debole ma chiaro del legno spezzato. Poi tornai al timone. Eravamo usciti dalla ressa delle imbarcazioni intorno alla palazzina rosa e si correva verso l'isola di San Giorgio, quando i fuochi d'artificio color rosa e celesti cominciarono a levarsi sul tetto della zia Mame.
"Dobbiamo provare di giungere sino in Iugoslavia ?" domandai perplesso.
"C.,.credo di no, tesoro. Mal de mer, sai. Perché non proviamo ad arrivare soltanto alla stazione? Là qualcosa penseremo."
"Sarebbe meglio evitare il Canal Grande e arrivarci attraverso i rii secondari. Cioè, se mi riuscirà."
"Spero tanto che ti riesca, mio piccolo amore. Venezia mi è venuta a noia. Così... umida," soggiunse nel momento in cui un'onda balzò spruzzando oltre il fianco del battello. "Questa è una imbarcazione così piena di fuoco, tanto più veloce di una gondola. Di chi sarà?"
"C'è qualcosa dipinto sul fianco," dissi. "Vedi se ti riesce di leggerci, mentre io rallento per capire dove siamo."
Quando la seguente esplosione di razzi color rosa e celesti illuminò il cielo, la zia Mame si sporse pericolosamente dal battello. "Oh Patrick!" disse, "c'è scritto che è proprietà della polizia di Venezia!"
"Dio mio!" ansai, dando all'acceleratore una spinta che quasi mandò la lancia fuori dall'acqua. Avanzammo ruggendo nella notte, sollevando dietro a noi una larga scia di spuma bianca. Vidi le chiome della zia Mame svolazzare nella brezza. La guardai un'altra volta e vidi che sorrideva. Poi si mise a ridere.
"Non credere mica che questo sia un bello scherzo, Faccia di Bambola!" urlai sopra il ruggito del motore.
"È una cannonata in tutti i sensi della parola, Zucchero," strillò lei. "Penso che prenderemo il primo treno per l'Austria; Vienna direi. Dopo tutto: Vienna lot of trouble.17 Ahahah!"
"Hai maledettamente ragione, siamo nei guai... e non dimenticare che questo è uno stato poliziesco, che noi viaggiamo con roba rubata e che tu sei la donna pii ricercata d'Italia. Probabilmente ci daranno un litro d'olio di ricino a testa, se ci prendono."
"Sciocchezze, mio piccolo amore." La zia Mame rise. "Dove si potrebbe essere più al sicuro, in Italia, che in una lancia della polizia con un frate al timone? Non potremmo essere più al sicuro nemmeno in compagnia del Duce in persona. Su, via alla stazione. Precipitevolissimevolmente!"
LA ZIA MAME NEL SUO RITIRO TRA I MONTI
"E, naturalmente, siamo andati in Austria," dissi. "La zia Mame era violentemente antinazista e non ne voleva sapere della Germania. Comunque il nazismo non si incontrava in Austria, almeno nel 1937."
"L'Austria! Sembra buffo che una donna come tua zia visiti l'Austria! Che cosa aveva in mente?"
"Mia zia è una gemma poliedrica," dissi solennemente. "Per dire la verità, ella pensava di investire del denaro in una speculazione immobiliare, e infatti guadagnò un bel patrimonio durante la sua visita in Austria. E questa visita giovò molto anche alla salute di tutti e due, perché passammo quasi tutto il tempo nelle Alpi Tirolesi. Credo di avere alcune istantanee sopra. Te le faccio vedere. Scusa- mi cara."
Salii in camera e cominciai a contare fino a mille. Arrivato a 956 fui salvo: suonò il telefono. Quando Pegeen ebbe finito di chiacchierare aveva più o meno dimenticato tutta la faccenda. Sentendomi più sicuro, bevvi cautamente un sorso del mio drink.
"Ah mio piccolo amore," disse la zia Mame scostando la sedia dal tavolo nella Am Franziskanerplatz, "che buon pranzo: Rindsuppe mit Nudeln, Butterteigpastetchen mit Gefluegelragout, Rahmschnitzel mit Hausgemachten Nudeln, Essiggurken e Nussrollade mit Schokoladeiiberzug. Troppo gemutlich!"
"E anche ingrassante," dissi.
"Sciocchezze, tesoro. Ora, sii un angelo e dammi del fuoco. Non ne vuoi davvero di questi?"
"No, grazie," dissi, "a me bastano le Lucky Strike."
"Ach, non hai spirito d'avventura!" La zia Mame si infilò in bocca un sigaro lungo almeno quindici centimetri e aspirò profondamente il fumo. Le venne un tremendo accesso di tosse.
"Ti piace davvero fumare codesti sigaracci?" domandai, ben sapendo che non le piacevano affatto.
" jawohl, Liebchen!" menti. "È una cosa tanto viennese." Tracciò un grosso anello di fumo sopra la mia testa, e disse al cameriere: "Rechnung, bitte,"18 e col sigaro stretto fra i denti cominciò a infilarsi i lunghi guanti neri.
In meno di una settimana la zia Mame era diventata più viennese del Danubio. Cominciava la mattina, nella sua grande camera capitonnée Sacher, con una prima colazione di caffè e panini ripieni di cacciagione ; continuava, verso le undici, con una Gabelfruhstuk, che di solito comprendeva un paio di rosse salsicce, un enorme gotta di birra, caffè e, a volte, brodo di manzo con fettuccine, e una mezza porzione di gulash. Di solito le bastava per arrivare alla colazione. Costolette alla panna con fettuccine fatte in casa, cetriolini sotto aceto, roulade di noci coperta di cioccolata. Troppo dolce!
Verso le quattro del pomeriggio c'era la sua Kleine Jause. Si pranzava fra le sette e le otto. Lei passava la giornata girellando per il Ring a dire "ja" e "bitte" in ogni occasione, o da Farnhamer sulla Kàerntnerstrasse a ordinarsi un mucchio di vestiti nuovi da Vedova Allegra. Voglio dire che si era acconciata in maniera talmente viennese che perfino i viennesi la guardavano. Come se gli enormi cappelli, le piume, i boa, i manicotti e l'aumento di cinque chili di peso non bastassero, i grossi sigari aggiungevano l'ultimo tocco che doveva trasformare la zia Mame in una vera Alt Wien Gniidige Frau.
"Ora, mio piccolo amore," disse facendo abilmente cadere la cenere, "ce ne andiamo all'Opera Popolare, per eine kleine Nachtmusik."19
"Oh Dio! che cosa ci sarà stasera? Il Principe Studente? La Locanda del Cavallino Bianco? Lo Zingaro Barone?"
"No, Liebchen. C'è la Principessa dei Pillangò. Auf Wiedersehn," disse al cameriere e uscì veloce in una nube di piume e fumo di sigaro, verso il tassì che aspettava.
Per tutto il lungo percorso fino al Volksoper la zia Mame fumò disperatamente il sigaro e disse diverse volte; "Alt-Wien." Ero completamente stordito dal fumo del sigaro e mi pareva che anche la zia Mame si sentisse un poco balogia. Nondimeno, scese di macchina con un grande arabesco del boa, gettò il mozzicone nel rigagnolo, ed entrò in teatro sculettando, tutta raso e piume e graziosi cenni del capo da prima donna.
"No, da quando si è chiuso l'Ippodromo," dissi.
La Principessa dei Pillangò era già cominciata, ma siccome tutte le sere da quando eravamo arrivati a Vienna ero stato trascinato a un'operetta, sapevo press'a poco che cosa avrei dovuto aspettarmi. Era il solito strudel austrungarico intorno a una leggiadra principessa di Graustark, la quale, per non sposare lo sconosciuto principotto che il suo cattivo zio - il reggente - le vuole imporre, scappa travestita da guardiana di oche in un piccolo villaggio alpino e qui si innamora di un giovane tenente della guardia, senza sospettare che egli sia un principe di Graustark, il quale per non sposare la sconosciuta principessa che il suo cattivo zio - il reggente - vuole fargli sposare, era scappato travestito da tenente della guardia.
"Pillangò vuole dire farfalla, in ungherese," disse la zia Mame agitando ostentatamente il suo portasigari a petit point.
Il primo atto stava per finire con molto rumore dopo un dolce duetto che rinsaldava perfettamente l'amore fra i due divi, la cui età sommata insieme superava dì poco i cento anni e il cui peso combinato era di poco inferiore ai duecentocinquanta chili. Sebbene, tenuto conto dell'età, del peso, del volume e del busto che portavano, fosse difficile immaginare come lo avrebbero coronato. I viennesi erano al settimo cielo. La zia Mame si finse entusiasta. lo non finsi nemmeno.
"Ma dimmi un po'," osservai. "Sei sicura di sentirti bene?"
"Be', andiamo nel foyer per una fumatina," disse, senza troppa convinzione la zia Mame. Era terribilmente pallida, ma animata ancora dal vecchio spirito vienne. "Come è melodiosa la Principessa dei Pillangò, tesoro, hai mai veduto nulla di pii' carino di quel Balletto delle Farfalle?"
"Sciocchezze, non mi sono mai sentita meglio," ella rispose, e accese un sigaro, facendo inorridire tutte le grasse massaie che le stavano intorno. Tirò un paio di boccate e divenne anche pii pallida.
"Che cosa hai, zia Mame?" domandai, osservandola, mentre da bianca diveniva gialla, poi verde, poi grigia.
"N...nulla, Patrick, ma qui, semplicemente... si soffoca," balbettò seguitando a fumare fiaccamente il sigaro.
"Credo che quei sigari siano più grossi di te," azzardai, "o almeno, grossi quanto te."
"N...non essere sciocco, tesoro. Tutte le viennesi eleganti li fumano. Del resto, adoro L'aroma di un buon... buon..." stralunò gli occhi, e svenne, fra un grande svolazzio di piume, nel più folto della folla. Seguì una grande agitazione; la gente gridava in tedesco cose che non potei capire. Poi vidi la zia Ma- me portata fuori sulla strada fra le braccia di un giovanotto alto e bello.
Mi feci largo a gomitate tra la folla e arrivai sul marciapiede appena in tempo per vedere depositare la zia Mame in un tassì. "Achtung!" gridai "Halte!"20 esaurendo così la mia provvista di tedesco. "Attendez! Ehi aspettate un minuto!"
Il salvatore della zia Mame si volse e mi sorrise in modo affascinante. "Non preoccupatevi, signore," disse. "Parlo inglese."
"Bene," dissi. "E allora vi ringrazio molto."
"Ai vostri ordini," rispose battendo insieme i tacchi con eleganza. Cercai di fare lo stesso e mi ammaccai dolorosamente le caviglie.
"Grazie, ancora," dissi. Non sembrava il tipo di persona a cui si dà una mancia, vestito com'era di un abito inglese d'impeccabile fattura. "Accompagno io mia zia in albergo."
"Prego," egli disse. "Insisto. Vi accompagno. Quale gentiluomo potrebbe fare di meno?"
"Siete molto gentile, ma posso fare da me," dissi entrando a fatica nella vettura accanto al corpo abbandonato della zia Mame. "Inoltre, l'operetta non è ancora finita."
"Sciocchezze," disse l'uomo energicamente, salendo dietro a me. "Dopotutto sono un Hodenlohern." "Noi siamo americani," dissi.
"Il vostro indirizzo?" egli domandò, tagliando corto ad altre proteste.
Mentre ci si avvicinava a Sacher nella Philarmonikerstrasse, la zia Mame cominciò a gemere dolcemente e le palpebre le presero a palpitare. Cercai di pagare il tassista, ma il cavaliere armato della zia Ma- me, ostentando un portafoglio di coccodrillo e un torrente di tedesco da conversazione, arrivò prima di me. "Grazie tanto," dissi risoluto. "Noi non possiamo davvero rovinarvi tutta la serata. Posso far salire mia zia da solo. Vi ringrazio tanto."
"Taci I" disse la zia Manie a mezza voce. Mi diede una maligna gomitata, poi il braccio le ricadde inerte ed ella sospirò: " Ach, Gatti" Scese a fatica dal tassì e le riuscì un secondo svenimento esattamente fra le braccia del suo bel giovanotto. Così il problema fu risolto. Egli la raccolse e la portò nel nostro appartamento, dove ella si riposò, tutta pallore e languidezze, nel suo salottino che pareva una bomboniera. Il quadro di tenera fragilità fu guastato tre volte quando la zia Mame dovette scappare nella stanza da bagno per vomitare e quando il medico da me chiamato disse che il suo male veniva dall'ingordigia e dai sigari. Però ella riuscì a trattenere il suo cavaliere abbastanza a lungo per poter indossare un vaporoso peignoir e ordinare una bottiglia di champagne. Nessuno di loro due fece molta attenzione quando io mi scusai e me ne andai a dormire.
La mattina successiva, al risveglio, trovai la zia Mame già alzata. Danzava un grazioso walzer benitation, tutta sola nel suo salottino, canticchiando ich war so gern einmal verliebt21 col naso affondato in un immenso mazzo di fiori. Stetti a guardarla e ad ascoltarla per tre battute prima che ella mi notasse. Allora si turbò, mi disse buon giorno e prese a disporre nei vasi l'omaggio floreale.
"Ti senti meglio?" domandai.
"Oh! divinamente, mio piccolo amore," disse e continuò a canticchiare. "E non sono belli questi fiori? Li ha portati ora la Zimmermadchen."22
Un biglietto svolazzò fuori dal mazzo. Lo raccolsi. Vi era scritto semplicemente: Freiherr Werner von Hodenlohern.
"E questo, che cosa è ?" domandai facendo balenare il biglietto.
"Ma caro, è il barone von Hodenlohern, l'affascinante cavaliere che ieri sera mi ha salvato alla Volksoper."
"Dio mio! crede che tu stia per morire?"
"No, di certo! Ma non è simpatico? Così bello, così urbano! Così traboccante di sana gioventù e nello stesso tempo così weltlich."
"Così cosa?"
"Mondano. Davvero non ho ancora conosciuto un uomo che mi abbia tanto interessato da quando... ebbene, da..."
"Dalla settimana scorsa?"
"Oh! questa volta non è nulla di simile. Però l'incontro fortuito di ieri sera con Putzi..."
"Con chi?"
"Putzi, è il nomignolo di Werner... voglio dire del barone."
"Capisco. Va' avanti."
"Oh! veramente non c'è nulla, Patrick. Ma è così interessante fare la conoscenza di persone di altri paesi, voglio dire, conoscerle da vicino, proprio bene. Cioè, voglio dire..." Il telefono la interruppe. "Oh!" disse nel ricevitore. "Oh! si, certo! Salite."
"Chi è? Il dottore?"
"No, Patrick. È Putzi. Voglio dire il barone di Hodenlohern. Mi ha invitato a colazione al Kursaal. Trattienilo, mentre mi metto qualcosa di presentabile." Per essere una donna malata si mosse con una tremenda rapidità, entrò in camera sua e sentivo che cantava là dentro, quando fu bussato alla porta.
Putzi - non posso chiamarlo diversamente - batté i tacchi ed entrò a passo di marcia: era una sinfonia di varie sfumature di marrone, dal cappello Homburg alle scarpe di camoscio. Indosso a un uomo inferiore a lui, avrebbe potuto sembrare un abbigliamento da zerbinotto, ma il barone Hodenlohern era così disinvolto e aveva nel portamento un attenuato piglio militaresco che, nell'insieme, faceva una piacevolissima impressione.
"Mia zia sarà pronta fra pochi minuti," dissi, "vi prego, accomodatevi."
Sedette con eleganza in una delle piccole sedie Maria Teresa, sorrise e mi porse una sigaretta dall'astuccio di coccodrillo.
Un poco imbarazzato nella ricerca di un argomento di conversazione che non fosse i sigari della zia Mame, dissi: "Andate spesso alla Volksoper ?"
"Sì," disse amabilmente Putzi. "Ogni volta che vengo a Vienna, cerco di andarvi. La musica mi piace molto." Dopo di che non occorsero sforzi per mandare avanti la conversazione. Putzi mi parlò delle sue opere favorite alla Staatsoper; delle sue operette favorite alla Volksoper; degli Heuriger, i suoi cantanti favoriti a Grinzing; di come, giovane cadetto al Theresianum, aveva organizzato un circolo per cantare i cori; come lui e i suoi fratelli avevano sempre cantato in casa e come a Natale non perdevano mai la musica della Messa di Mezzanotte nella chiesa di Santa Maria am Gestade. Era un suo lato simpatico quello: con lui non v'era bisogno di affaticarsi per tenere viva la conversazione; bastava dare una leggera spinta e Putzi attaccava a parlare. Probabilmente, da come racconto io, egli può sembrare un chiacchierone: non era nulla di simile. Tutto quel che diceva era interessante e detto sempre con molto calore e cordialità.
"Parlate davvero bene l'inglese," dissi.
"Grazie. Ma è naturale. Quando eravamo piccoli, i miei fratelli e io avevamo in casa una governante inglese e prima della guerra passai alcuni anni in un collegio inglese. Naturalmente ero molto giovane, allora, ma..."
La porta della zia Mame si aprì ed ella entrò tra un grande svolazzare di taffetà viola, con la vita stretta alla cintura. "Gut' Morgen, nein Kavalier!" disse con un cenno civettuolo dell'indice che mi rammentò tutte le operette vedute in quella settimana.
"Gnadige Frau," disse Putzi battendo elegantemente i tacchi e baciandole la mano.
"Auf Wiedersehen, Liebchen," lei mi disse con un saluto del suo fazzoletto profumato che faceva impazzire. E uscirono.
Passai il giorno frugando Vienna alla ricerca di una tazza di caffè che non fosse sepolto sotto la panna montata. Quando tornai, vinto, non c'era ancora traccia della zia Mame. Erano le sei passate, quando ella irruppe nella stanza.
"Deve essere stata una famosa colazione," dissi. "Che cosa avete mangiato oggi, Huhnerleber mit Speck und Reis sotto Schlagober? Il dottore, mi pare, aveva detto..."
"Non ora, mio piccolo amore," canticchiò la zia Mame. "Putzi mi ha invitata a pranzo e all'opera e bisogna che mi vesta in un lampo."
Scomparve e la sentii canticchiare il grande duetto d'amore dclla Principessa dei Pillangò.
Battendo i tacchi di coppale, Putzi si ripresentò più tardi in un impeccabile abito da sera e cosi bello, con aspetto così aristocratico che persino io rimasi un poco stupito. Putzi era alto, bruno e con aria piuttosto romantica, tutto il contrario del tipo sfregiato dai duelli, dal collo grosso, il cranio rasato e i capelli gialli a cui sempre mi facevano pensare popoli teutonici. Era stupendamente educato e rideva con spontaneità. Mentre aspettava la zia Mame mi raccontò della sua fanciullezza, che lui e i suoi fratelli avevano passata nella loro proprietà nel Mahren, che immaginai fosse la Moravia prima di essere trasformata in Czechoslovakia. Ora, pareva, abitavano in una proprietà molto più piccola nel Tirolo. Tutto era molto romantico, romantico come Putzi. Cominciava a raccontarmi del tempo in cui era cadetto al Theresianum, quando entrò la zia Manie, identica a un ritratto di Winterhalter. "Auf Wiedersehen, mio piccolo amore," disse baciandomi in cima alla testa. "Il barone Hodenlohern e io andiamo all'Opera di Stato, ma ti ho lasciato i biglietti per la Volksoper. Ci sarà qualcosa che adorerai, lo so. O di Kalman o di Lehar."
"O di Romberg o di Friml, o di Strauss. Fa lo stesso," dissi.
Prese un dolce mazzolino di violette di Parma, diede, di nascosto, una strappata alla cintura e uscirono. "Quel caro Patrick!" disse a Putzi. "Gli piace tanto l'allegra musica viennese." Io presi i biglietti e li gettai nel cesso.
Erano le cinque e trenta sul mio orologio da viaggio accanto al letto, quando sentii la zia Mame che entrava in camera sua.
"Mio Dio!" gridai, "hai ascoltato il ciclo di tutte le opere di Wagner ?"
"Ancora sveglio, Patrick, tesoro?" disse la zia Mame, e deviò nella mia camera. Sedette trasognata ai piedi del letto e fissò le sue violette quasi fosse una mucca affamata che le volesse divorare. "Oh no! mio piccolo amore! Era solo il Cavaliere della Rosa. E siamo usciti dopo il secondo atto."
"Hai impiegato parecchio tempo a traversare fa strada..."
"Oh mio piccolo amore, Putzi ha noleggiato una vettura e siamo andati nella foresta di Vienna, fino a un piccolo caffè all'aperto, dove gli zingari ci hanno fatto una serenata e abbiamo preso un Gespritzenes.23 Troppo divino!"
All'apparenza sembrava avesse bevuto parecchio di più, però io non dissi nulla. Canticchiò alcune battute di una tetra nenia zingara, poi disse: "Come era l'operetta, tesoro?"
"Stupenda!" dissi acido. "C'era una bellissima imperatrice dei Balcani che si traveste da pastorella e...
"Che bello!" disse la zia Mame trasognata. "Vorrei averla veduta. Prosegui, mio piccolo amore." Riprese a canticchiare, sapevo che non mi ascoltava nemmeno.
Allora improvvisai: "Bene, si chiama la Krankenhauskaiserin.24 Le pecore si ammalano tutte di antrace e muoiono, allora, la piccola Stigmata - così si chiama lei - e il cattivo barone Charlus si scambiano i vestiti e scappano a Vienna, dove lei trova da occuparsi vendendo antifecondativi in una farmacia del Prater; si innamora di un brutto caporale il quale si è travestito da arciduca balcanico, e lei, senza rendersi conto che la coca-cola che la cattiva maga Dicotomia le dà a bere l'ha trasformata in una disperata lesbica_ maledizione!" ruggii spingendola in modo da farla cadere in terra, "non mi ascolti nemmeno!"
"Sì che ti ascoltavo, Patrick, davvero," ella disse, arrossendo graziosamente. "Volevo dirti soltanto... voglio dire, Patrick, prepara le tue valige. Lasceremo Vienna appena arriva Ito con la macchina."
"Partiamo? per dove? per New York ?"
"No, Patrick, per Stinkenbach-im-Tirol."
'Per dove?"
"Andiamo nell'antica proprietà di Putzi. Castel Stinkenbach, per una breve visita."
Due giorni dopo la vettura entrava nel villaggio di Stinkenbach-im-Thol. Stinkenbach distava da Salisburgo, da Insbruck e da Bad Gastein tre ore di automobile, ma la vicinanza di luoghi più piacevoli non lo aveva fatto prosperare. Era a mezza costa di un'alpe e situato in modo che non era né sopra, né sotto le nuvole, ma sempre in mezzo ad esse. Voglio dire che era umido.
La Rolls entrò pesantemente nella Piazza della Chiesa nel momento in cui la gente usciva dalla messa. Spettacolo che mi fece venire in mente il coro d'apertura di tutte le operette vedute da quando eravamo in Austria. Il gagliardo contadiname mille persone in tutto - passeggiava sulla Kirchenplatz; erano dirndl,25Lenderhosen26 e guance di mela- rosa.
Le campane suonavano nella brutta vecchia chiesa gotica, e c'era perfino un vecchio allegro e beone coi baffi ciondoloni che sgocciolava un boccale di birra davanti alla locanda. Quasi quasi mi attendevo di vederli attaccare tutti insieme un coro.
" Ach!" gridò la zia Mame, "com'è gemiitlich! Esattamente come ha detto Putzi, tutto il villaggio è proprio caratteristico!"
Lo era davvero! La vista e l'odorato mi avevano avvertito che a Stinkenbach-im-Tirol non esistevano impianti igienici né fognature.
Poi, tutti i pittoreschi borghesi fecero ala e al volante di un'antica Mercedes, touring-car, apparve Putzi. Dopo un saluto affettuoso ma riserbato, egli ci caricò sulla sua vettura e si iniziò così l'ultima parte del nostro viaggio verso la residenza quattrocentesca degli Hodenlohern.
"Ora cominciamo a salire verso il castello di Stinkenbach," disse Putzi, lanciando la sua macchina in prima, "Cielo!" esclamò la zia Mame, "è tutta vostra questa terra?"
"Della mia famiglia," disse Putzi con orgogliosa modestia.
Era parecchia terra davvero. Aveva l'unico difetto di essere tutta perpendicolare. In alto, sopra noi, incombevano le rovine di un'antica fortezza. I resti del primo Schloss Stinkenbach. Un poco sotto, si levava un immenso castello di Frankestein, talmente truce da avere a prima vista una specie di imponente grandezza. La Mercedes di Putzi salì la montagna, gemendo, seguita da Ito, Finalmente giungemmo a una cadente catapecchia di pietra davanti alla quale si apriva una decrepita cancellata arrugginita. Un vecchio nonno in calzoni di cuoio usci zoppicando e si diede una strappata al ciuffo di capelli che aveva sulla fronte. Quella che mi parve sua moglie lo seguiva affaccendata a scacciare un mucchio di galline. "Eccoci arrivati," disse Putzi cordialmente. Proseguimmo ancora un poco, sino ad alcune tettoie vacillanti e la macchina si fermò davanti a un coacervo di costruzioni: travi, stucco, archi, cornici, rinforzi, parapetti, torrette. Era il castello di Stinkenbach.
Quando l'immensa porta rivestita di ferro si spalancò, ci trovammo in un'alta sala di pietra scarsamente arredata, con brutti mobili di legno scolpito, anneriti dal tempo. Le pareti intonacate a calce erano dipinte con motti e stemmi di famiglia e irte di corna. In un angolo, una torreggiante stufa di maiolica emanava un languido calore. Era pii freddo dentro che fuori. Al lume debole e poco lusinghiero di un lampadario di ferro sedevano due uomini e una donna. Erano i fratelli di Putzi e sua cognata.
"Ah!" gridò Putzi allegramente, "il comitato per le accoglienze! Signora Burnside, signor Dennis, ecco la mia famiglia, al completo, gli ultimi Hodenlohern. Il mio fratello maggiore, Massimiliano, il mio fratello minore, Johannes, la moglie di Massimiliano, Frieda. Max, Hans, Friedl."
Notai che al castello di Stinkenbach, Friedl, la baronessa felicemente regnante, veniva per ultima. Era una bionda slavata, stanca, la cui grazia da porcellana di Sassonia si era da molto tempo dileguata e che ora affrontava, con risolutezza truce e desolata, menopausa e malinconia. Friedl sembrava eternamente infreddata, e non v'era per questo da biasimarla, in quella casa. Portava un cardigan bianco livido, sopra il suo abito migliore, color azzurro pavone che poco le donava, e si stringeva le braccia al petto, tremando, nel salone pieno di correnti. Feci il mio numero austriaco, battei i tacchi un poco meglio del solito e le baciai la mano ghiaccia e rossa.
"Enchantée," disse Friedl battendo i denti.
Max, il capo della famiglia, era bruno come Putzi, ma molto meno simpatico di lui, pesando venticinque chili di più ed essendo pii anziano di lui di almeno dieci anni. Portava vestiti da campagna, all'inglese, troppo stretti per lui, e in testa una retina per i capelli. Hannes, il fanciullo della famiglia, aveva solo qualche anno più di me. Era del tipo dio-teutonico, magro, muscoloso, con occhi azzurri e riccioli d'oro. Sarebbe stato il più bello dei tre se il suo volto cesellato e i suoi occhi gelidi non fossero stati privi di qualsiasi animazione e di qualsiasi calore. Taciturno sino a parere muto, la sua conversazione consisteva per lo più in piccoli inchini staccati e in cenni del capo. Non voglio dire che la sua educazione lasciasse a desiderare; ma con Hannes avevo l'impressione di trovarmi in compagnia di un automa molto bene educato.
"Hai aperto il salone, Friedl, come ti avevo pregato?" disse Putzi. sì, Putzi. Poldi ha acceso il caminetto, ah, il..."
L'inglese di Friedl era meno buono di quello dei fratelli Hodenlohern ed essa cercava la parola giusta.
"Stufa," tradusse Putzi. Poi si volse a me con amabile sorriso. "Come probabilmente saprete, il riscaldamento centrale non è popolare in Austria. Ci scaldiamo da per tutto con le nostre bellissime, antiche stufe di maiolica."
"Tanto simpatiche!" disse la zia Mame sorridendo a tutta la famiglia.
"Ora, per favore, suona a Poldi, Friedl, e accompagna i nostri ospiti nelle loro camere."
Friedl tirò un antico cordone di campanello rosicchiato dai topi e una contadina di età insondabile entrò frettolosa, prese le nostre valige e cominciò a salire le scale.
"Seguitemi, preco," disse Friedl.
Fu un bel viaggio, su per le scale, giù per le scale — pareva che nello Schloss non vi fossero due ca mere al medesimo livello — e lungo corridoi lugubri e rimbombanti. La casa era, per non dire altro, bizzarra, con stanze, bracci ed ali aggiunti a caso lungo i secoli. Dovevano esservi nel castello più di cento stanze, per la maggior parte serrate e chiuse contro tutto, eccetto contro le gelide correnti d'aria. La camera della zia Mame, in quel che sembrava il quindicesimo piano, era una comoda stanza Biedermeier. La mia, situata nel medesimo corridoio, era di pietra, perfettamente rotonda, in quella che forse una volta era stata una torre di difesa, Persino una specie di bastione correva tra le nostre due camere (la zia Mame lo chiamava balcone) e ci dispensava più aria fresca di quanto sembrava assolutamente necessario e il godimento di quel che la zia Mame definiva "la veduta panoramica della valle."
"Non è incredibile questo vecchio castello da fiaba, tesoro?" disse la zia Mame irrompendo pochi minuti dopo nella mia camera.
"Senza dubbio," dissi. "Mi rammentai bei tempi nel vecchio castello del conte Dracula." Contemplai di nuovo la mia camera rotonda, le fredde pareti di pietra, le nicchie, il soffitto a volta. Il letto pareva una tomba di stile gotico fiammeggiante. Un sinistro oggetto scolpito che pareva la Vergine di Ferro, si rivelò armadio per i vestiti. Era una di quelle camere dove Giovanni Huss, prima di essere portato a Praga per salire sul rogo, avrebbe potuto venire terribilmente torturato da un antico ecclesiastico degli Hodenlohern, che avevano avuto in famiglia parecchi uomini di chiesa. Un affresco primitivo che rappresentava un martire non meglio identificato, sottoposto a una specie di atto chirurgico che mi fa paura al solo pensarci, aumentava la prima impressione. Non potei fare a meno di pensare a dove mai potevano avere messo il povero ho. Per la zia Mame invece, tutto pareva andare indicibilmente bene.
"Ah, mio piccolo amore, i secoli di Kultur che ci sono voluti per creare questa graziosa residenza di famiglia! Spero tu ti renda conto, Patrick, che abbiamo l'onore di essere ospiti di una delle più antiche famiglie d'Europa. Gli Hodenlohern discendono in via legittima e diretta dagli Asburgo, lateralmente da Barbarossa e illegittimamente dai Babenburg."
"Poveri bastardi!" dissi.
"Ma tesoro! Hanno un sangue così azzurro che le uniche persone degne di essere avvicinate a loro si trovano nella cripta dei Cappuccini a Vienna. Sai, Patrick, quella tomba dove sono sepolti tutti gli Asburgo."
"Scommetto che quella tomba è molto più comoda del Castello di Stinkenbach. Bello per una visita, ma non vorrei vivere qui."
"Vieni, caro, adesso vedremo se ci riesce di imbroccare la via per tornare in salotto. Mostrati educato. Loro sono così magnificamente educati."
Dopo avere girato per mezz'ora, giungemmo finalmente a un paio di porte imponenti che conducevano al salon. Questo era una follia teresiana del settecento che somigliava alla sala del palazzo di Schonbrunn o della Hofburg, ma non egualmente conservata. Le pareti erano coperte di un logoro braccato che in alcuni punti pendeva a brandelli. A una estremità della sala un ammuffito arazzo rappresentava un Hodenlohern seicentesco (Augusto- Cristo, il Muscoloso) che distruggeva senza aiuto l'Impero Ottomano. Il soffitto, salvo alcune macchie marroni di umidità, era coperto dalla pittura allegorica di uno Hodenlohern ecclesiastico (Franz Leopold, vescovo di Pilse) che saliva al cielo con l'aiuto di sei cherubini, sopra i cadaveri mutilati di alcuni protestanti nudi, dei quali, presumibilmente, egli aveva fatto polpette. Altrove, si vedevano una settantina di ritratti di parenti morti, in casco, corazza, in velluto e zibellino, in mitra e cappamagna, afflitti da rigonfiamenti prodotti ,dall'umidità, nelle loro cornici d'oro opaco. Di là da una confusa laguna di sedie rococó, tavolini infermi, acri lampade a olio e teche di vetro sporcate dalle mosche, i fratelli Hodenlohern e Friedl stavano rincantucciati intorno a una stufa di maiolica che somigliava a una torta di nozze. Aveva il colore e la grana di una teiera e dava press'a poco il medesimo calore.
Gli uomini della famiglia Hodenlohern discorrevano. Stavano seduti e discorrevano. Insisto su queste due azioni perché non facevano mai altro. Quei tre baroni avevano fatto dello stare seduti discorrendo una scienza esatta. Come mai non avevano piaghe da sella e laringite resta per me un mistero. Al contrario, sembrava che vi trovassero giovamento alla salute.
La vita al castello di Stinkenbach seguiva una rigida regola, oziosa, ma non quieta. Dopo un sonno di nove o dieci ore, tutti sedevano a una abbondante colazione per mettersi in forze e affrontare la fatica di stare seduti il giorno intero. Quindi, gli uomini sedevano nelle varie parti della casa, per riposarsi di avere fatto colazione. Alle undici, i tre fratelli si radunavano nella Herrenzimmer27 e discorrevano, mentre Poldi accorreva con salsicce, birra, formaggio e caffè. Cioè, Maxl e Putzi discorrevano. Hannes, per lo più, sedeva silenzioso nel vano della finestra ostentando il suo più bel profilo mentre fissava ottusamente il settentrione e fletteva le sue cosce brune nei vecchi Lederhosen28. Soltanto quando Maxl diceva qualcosa di sufficientemente esplosivo sulla vita anteguerra della famiglia, che Hannes era troppo giovane per ricordare, Hannes tornava in vita e lanciava un appassionato telegramma nel suo inglese preciso, ma piuttosto gutturale.
Tutti gli Hodenlohern parlavano bene l'inglese ed erano così cortesi che insistevano nel non adoperare nessun'altra lingua in mia presenza. Avrei preferito che non lo avessero fatto, perché la loro conversazione si sarebbe potuta definire Alla Ricerca del Tempo Perduto, piuttosto che Fatti del Giorno. Soprattutto per colpa di Maxl. Per quanto fosse aristocratico era un autentico cialtrone, obeso, verboso, ignorante, una specie di Maggiore Hoople europeo. Il suo monologo si svolgeva sempre sui Bei Tempi Andati, prima che Woodrow Wilson ammazzasse l'arciduca Ferdinando a Serajevo, costringendo così il mondo intero a combattere contro l'impero Austro Ungarico, in modo che solo gli Hodenlohern dovettero soffrire, vedere i loro beni della Corona regalati alla Cecoslovacchia, quella miserabile repubblica ebraica venuta su dal nulla. Hannes che non poteva saperne niente, assentiva sempre a tutto quel che diceva Maxl.
Putzi, invece, sembrava dotato di una comprensione un poco migliore delle cose. Accennava cortesemente a imprecisioni e ad anacronismi, correggeva con molto tatto i fatti esposti da Maxl e cercava sempre di strizzarmi amichevolmente l'occhio quando Maxl diceva qualcosa di veramente enorme, per esempio che l'America era un asilo di disertori e truffatori austriaci, inferiore nelle scienze, pazza per il denaro, una pedina dei Rothschild. Capivo ora perché Putzi, per quanto attaccato alla famiglia, preferisse passare quanto più tempo poteva lontano dai disagi del Castello di Stinkenbach, dalla urtante prolissità di Maxl, dall'imbronciato silenzio di Hannes.
Di solito la zia Mame si svegliava in tempo per la colazione. In onore di lei, Maxl si toglieva di testa la retina e la collocava alla sua destra, e davanti ad ascoltatori prigionieri discuteva di nuovi ed eccitanti argomenti, di come, per esempio, tutto fosse bello prima della guerra mondiale, in cui gli Hodenlohern avevano perduto la loro casa di Vienna e le terre della corona in Moravia, riducendosi a vivere nel loro antico padiglione di caccia, cioè nel Castello di Stinkenbach. Friedl sedeva a capo tavola, tremando e tossendo, totalmente ignorata, fino a quando a Maxl veniva in mente di dirle qualche cosa che doveva essere fatto da Poldi, alla quale ella doveva trasmettere l'ordine. Sembra incredibile, ma credo sinceramente che Nldi fosse l'unica persona di servizio in quella vasta casa. Almeno era la sola persona, con Friedl, che abbia mai veduto fare il più piccolo lavoro.
Dopo colazione, Friedl lavorava, Maxl schiacciava un pisolino, Hannes guardava verso il nord. Ma Putzi, sempre vivo, affascinante e allegro, conduceva fuori, di solito, la zia Mame, in gite pittoresche. Molto spesso, invitava anche me. Era una grande giornata per il villaggio di Stinkenbach-im-Tirol, quello in cui si faceva loro vedere die Amerikanerin, come chiamavano la zia Mame. Per quanto ella si sforzasse di acclimatarsi, con camicette ricamate, dirndltrachen delicati, la sua truccatura, i suoi braccialetti, le sue calze sottili, il suo anello con lo smeraldo cabochon e la Rolls che la seguiva guidata da Ito per trasportare nella salita gli eventuali acquisti, non riuscivano a farla apparire una contadinella ingenua. Se si fosse presentata in lettiga portata da una dozzina di nubiani nudi, la zia Mame non avrebbe potuto provocare maggiore subbuglio. Questo fa capire che genere di villaggio fosse.
Eppure, Putzi dimostrava per il luogo un interesse di proprietario, e ci indicava orgoglioso certi monumenti quattrocenteschi. Veramente, a Stinkenbach, tutto era monumento, e dei più brutti che avessi mai veduti: dalla spaventevole chiesa gotica, alle case fasulle stampigliate di graziosi cuori tirolesi di fiori. "Carino!" dichiarò la zia Mame, e fece appena in tempo a scansare con un balzo il secchio di immondizia che rovesciavano dall'alto di una finestra. Non finì sopra a noi, ma sulla Rolls. Sentii Ito squittire.
Il villaggio era un orrore, gli abitanti poveri e fisicamente immiseriti da ripetuti matrimoni tra consanguinei. Mancavano, inoltre, l'elettricità, la radio, il telefono e qualsiasi comodità moderna capace di portare nel luogo un po' d'aria del mondo esterno. Paese e paesani e quella loro inquietante servilità mi parvero deprimenti e imbarazzanti. Però Putzi mi era simpatico, e se a lui pareva che Stinkenbach-im-Tirol fosse perfetto, ero risoluto a giudicarlo piacevole anch'io. La zia Mame, si capisce, era infatuata come sempre di qualsiasi nuova esperienza.
Tornavamo sempre allo Schloss in tempo per una specie di Kaffeeklatsch pomeridiana29 nella biblioteca buia e odorosa di muffa. Qui, Maxl, rianimato dal pisolino, teneva di nuovo corte, seduto davanti a uno smunto focherello; avvertiva Friedl di collocare qualche cuscino sotto il suo adiposo deretano, le diceva quanta panna montata doveva scodellare nel suo caffè, quali difetti avevano i pasticcini. Secondato poi da fervidi cenni e grugniti d'approvazione di Hannes, parlava della gute alte Zeit30 fino all'ora in cui doveva presiedere la conversazione del pranzo. La sera il salon veniva aperto, illuminato e scaldato sino a zero, e la la famiglia si radunava intorno alla stufa per sedersi e discutere le faccende della giornata.
Dopo un paio di giorni allo Sehloss Stinkenbach, ero più che pronto alla partenza e stupito che la zia Mame apparisse contenta in un luogo così umido e tetro. Ma il quarto giorno fui svegliato da un subisso di grida che arrivavano dal viale sottostante e si confondevano alla voce della zia Mame la quale gridava dal bastione davanti alla mia camera.
"Te lo avevo detto che si doveva andare alla fiera dei cavalli, cara Mame," strillava Putzi.
"Lo so, tesoro," rispose la zia Mame, "e io ti ho detto di aspettarmi un istante, che sarei venuta con voialtri. Adoro questi passatempi bucolici."
Aprii i vetri e uscii sul bastione. La zia Mame avvolta in una vestaglia, si sporgeva dal parapetto e strillava: "Mi basterà un minuto per mettermi qualcosa di adatto."
Sotto, i tre fratelli Hodenlohern sedevano nella loro antica Mercedes che la povera Poldi cercava di mettere in moto girando la manovella.
"Mame, le donne non sono ammesse," gridò Putzi.
"Che fiera è, di cavalli o di film vietati ai minorenni? Dopo tutto potrei volere acquistare qualche cavallo, ora che..."
"Spiacente, tesoro. Niente donne. Tornerò in tempo per accompagnarti alla Kirchtag."31
"Ma Putzi, è una cosa perfettamente ridicola. Potrei rimanere in vettura e..."
Quel che la zia Mame avrebbe potuto fare non si seppe mai. Con una serie di violente esplosioni, la vecchia Mercedes si mise in moto. Poldi, vispa per i suoi anni, sgusciò fuori di sotto la macchina e, reverente, consegnò la manovella a Hannes. Si sentirono ancora alcuni scoppi. La zia Mame avrebbe potuto benissimo risparmiarsi la fatica di volersi fare sentire sopra il ruggito del motore. La vettura si mosse traballando per il viale. Maxl e Hannes guardavano fissi davanti a sé, Putzi si voltò per fare un cenno di saluto.
"Non so se mi spiego," disse la zia Mame inviperita. Poi si volse e mi vide fuori sul bastione. "Oh, buon giorno, tesoro. Tutto quel chiasso ti avrà svegliato. Bastava per... Sul serio, qui nel Vecchio Mondo hanno certe idee proprio idiote. I ragazzi vanno a nord a una fiera di cavalli e non hanno voluto portarmi. Niente donne, capisci? E ora, sono qui, con questo bellissimo tailleur di tweed tessuto a mano, e...
"Forse in Europa queste occasioni ippiche sono riservate agli uomini."
"Sciocchezze. Non si può aprire il Tatler o il Country Life senza vedere donne dall'aria più tetra possibile, tutte abbigliate come Vesta Tilly, che guardano un mucchio di..."
"Ma qui siamo in Austria. Che te ne importa di andare a vedere un branco di cavalli?"
"Oh, niente, per dire la verità, Patrick, ma fanno parte di questa vita divina e finché sono... Senti quel che ti dico. Ora che ci siamo alzati a quest'ora raccapricciante, vestiamoci e andiamo a piedi giù al paese a fare colazione in quel pittoresco Gasthaus.32 Devo impostare alcune lettere."
Mezz'ora dopo uscimmo. La zia Mame pareva un figlio carnale di Guglielmo Tell venuto fuori dalle illustrazioni dello Heidi.33 "Ah, mio piccolo amore," diceva, respirando a pieni polmoni l'aria umida. "Guarda un po' laggiù che veduta! Miglia e miglia e miglia ancora. In una giornata limpida si possono vedere la Germania e l'Italia."
"Beh, non vorremo mica aspettare una giornata limpida! Quando facciamo le valige per partire?"
"Non ti piace stare qui, tesoro? Questa pace? Questa quiete? I pittoreschi costumi stranieri?"
"È stata una cosa nuova. Però devo pensare all'Università, e,.."
"Sono tanto contenta che tu abbia accennato all'Università, Patrick, perché volevo parlarti di una Università europea. È molto chic venire a studiare all'estero. Chi sa dove avrei potuto mandarti, senza il tuo signor Babcock."
"Chi sa, davvero!"
"Così ho pensato all'Università di Vienna, del secolo quattordicesimo, esattamente come Stinkenbach. Una scuola brillante. Celebre per Freud, per Krafft-Ebing e..."
"Per i pogrom."
"Sciocchezze, tesoro. Schuschnigg ha sistemato tutta quella faccenda dei Nazi. Altrimenti, ci sarebbero Budapest o la Svizzera. C'è una quantità di buone scuole qui vicino."
"Non ne parliamo nemmeno. Non conosco la lingua. E poi, chi vorrebbe essere vicino a queste parti?"
"Bene, tesoro, ti avevo detto che eravamo venuti per un soggiorno indefinito."
"E sia. Ma difficilmente crederò che saremo bene accolti qui fino a quando avrò finito i quattro anni di studi. Inoltre, io..."
"Ebbene, Patrick, mio piccolo amore," la zia Mame sembrava leggermente imbarazzata. "Forse ti sembrerà strano quello che ho fatto, ma ho trovato una tale serenità, in questo piccolo villaggio austriaco nascosto fra le colline che io ho..."
"Che cosa hai fatto?"
"Ho comprato Schloss Stinkenbach."
"Che cosa?"
"Ho comprato Schloss Stinkenbach. Oh, Putzi ha dovuto lottare per convincere Maxl a staccarsene, ma finalmente..."
"Sono pronto a scommettere che avrà lottato cinque, o forse, dieci secondi. Sei fuori di te? Vuoi dire che hai commesso la pazzia di comprare questa morgue crollante che nessuno vorrebbe nemmeno regalata ? Senza riscaldamento, senza luce. Una sola vasca da bagno di latta, che ti lascia il sedere come quello di un babbuino ogni volta che..."
"Oh, ma si capisce, tesoro, che io penso di rifare lo Schloss da capo a fondo. Conservando il suo colore anticò, si intende, ma sarà aggiornato. Riscaldamento centrale. Dieci o venti belle stanze da bagno in tinte pastello e una cucina elettrica. Chi sa! Potrei anche ricavarne una buona speculazione; se prendo alcuni pochi e scelti ospiti paganti. Voglio dire che a tanta gente è venuto a noia lo sci-sci e le stazioni invernali come St. Moritz, Bad Gastein e Kitzbuhel, e questa gente potrebbe entusiasmarsi per un piccolo paese immacolato come..."
"Immacolato! Come può un paese essere morto da tanto tempo quanto Stinkenbach e non essere marcio? Sei diventata..."
"Ma, naturalmente, non vorrei vivere negli agi e permettere che il paese continuasse a vivere nello squallore. Senza sacrificare in nessun modo il suo pittoresco fascino, rifarò anche il paese. Sai, tesoro, acqua corrente, elettricità, telefoni, assistenza medica, una scuola decente, forse una succursale di Peck & Peck.34 Ah, veglierà sul mio popolo!"
"Il tuo popolo? Chi credi di essere, la signora Padre Eterno? Credo che tu abbia perso il cervello e me ne vado da questo buco pestifero prima di essere pazzo come te. Di tutti gli scemi, anziani e rammolliti..."
"Fai silenzio, piccolo cretino presuntuoso. Se non ti piace stare qui, puoi anche andartene. In quanto a me...
"È precisamente quel che farò. Torno a New York oggi stesso, dovessi andarvi a nuoto." Detto questo, tornai di corsa nella casa ormai chiamata — pensavo — Schloss Burnside e salii precipitosamente le scale verso la fredda cella di pietra che mi faceva da camera.
Però, se avevo calcolato di stare solo, sbagliavo. Aprii la porta della camera con tanta forza che urtai la povera Friedl occupata a rifarmi il letto. colpo bastò a mandarla in terra, dove giacque tossendo terribilmente.
"Accidenti! Mi rincresce, baronessa. Non sapevo che foste..." Per un istante temetti di averla uccisa. Era livida e tossiva come Violetta Valery. Il motto della zia Mame, come quello della famiglia Hennessy che produce il cognac, è stato sempre: "Tenete un poco di whisky a portata di mano."
Aiutai Friedl a sedersi, e afferrata nella valigia la fiaschetta da viaggio gliel'accostai alle labbra. Questo la fece smettere di tossire. Poi le versai una buona dose di cognac in un bicchiere e gliela offrii. " Ecco, provate. Vi sentite... meglio?"
"Oh grazie," ansimò Friedl, mezza strozzata dal cognac. "Non è nulla, solo un po' di freddo." Tirò giù un altro sorso, questa volta più lentamente. " Achl è forte. Però è buono. Mi sento calda di nuovo." Mi porse il bicchiere vuoto e le versai un po' di cognac. "Come fa bene sentirsi calda di nuovo!" Aveva gli occhi vitrei e temevo che svenisse un'altra volta. "Qui fa sempre freddo, inverno, estate, sempre. Quasi non ricordo cosa vuoi dire sentir caldo. Da quando ho lasciato Wien. Conoscete Wien ? Vienna." Bevve un altro sorso, con pii' eleganza.
"Vienna? Si, molto carina Vienna!"
"Ja! Là è sempre caldo. Conoscete la Herrengasse? La Strada dei Signori? Vivevo là, nella casa di pappa mio. Una casa grande e calda. Sempre calda." Cominciarono a splenderle gli occhi, le guance le si tinsero di rosa. Dopo un altro sorso, la povera Friedl sembrava quasi ringiovanita. " Ach quella casa nella Herrengasse! E i jours della marna!!! Capite che cosa è un jour? Très viennois, le jour."
Capii che tutti i viennesi, con una sia pur leggera pretesa di eleganza, adoperano una parola francese tutte le volte che sia possibile, e anche se è impossibile. "Volete dire un grande tea party?" dissi.
"Ja! Exactement! Precisamente! I jours della marna. Ogni mese lo stesso giorno, il secondo sabato, quello era il jour della lamina. Ach I Le Delikatessen. Tre specie di Backerei..." La sua voce si spense. "Ogni mese, tutta Wien, Vienna, veniva alle belle feste della mania. Lì conobbi Maxl, al jour della marna. Era giovane, allora, e bello. Non grasso come ora, ma come Putzi, sapete, schlank. Come dite: élancé."
"Volete dire, snel!o, slanciato," dissi rifornendola di combustibile.
"Ja, proprio così. Schlank. Durante la guerra mondiale Maxl era Kapitan. Uniforme, so stilvoll, qui a du style.„ adel... aristocratique. Comprendete?" Annuii, calcolando che una volta Maxl doveva somigliare di più a uno dei ritratti di famiglia e meno a una botte di lardo puro. Uno sguardo di sfuggita a Friedl mi fece dubitare che a Stinkenbach-im-Timl esistesse anche una succursale della A.A.35 Il cognac l'aveva lavorata presto e a fondo, ma mentre perdeva le sue inibizioni, riusciva a raccapezzare quel poco di inglese che aveva imparato e le graziette francesi della sua gioventù viennese. "Ero così giovane! Carina. La mia famiglia... Noi non si era artistocratiques, ma, come dite voi, haute bourgeoisie. Pappa era proprietario di una banca. Privatbankgeschaft. Privat, sapete? Avevo la più grossa Mitgift di Vienna. Sapete, Mitgift?" Non capivo e mi suonava leggermente osceno, ma dalle sue divagazioni in altre lingue, capii poi che voleva dire la dote pagata da suo padre, come quota di ammissione di Friedl in quella nobile famiglia. Il resto della vicenda, così come la capii, faceva parte della storia. La disfatta dell'Austria, il crollo della sua economia, la fine della Banea di pappa, la dissoluzione del patrimonio degli Hodenlohern. Così Friedl, sperperata la sua dote per pagare i debiti e le retine per capelli di Maxl, era rimasta vecchia e infreddolita, senza figli, senza allegria, padrona e serva di Schloss Stinkenbach, disprezzata dal marito e dai cognati, perché borghese e perché povera. Riflettei fuggevolmente a come avrebbe prosperato la zia Mame, come padrona di quella casa, se Bach & Company avesse dovuto subire una simile trasformazione.
Però ero troppo irritato contro la mia eccentrica parente perché me ne importasse. Volevo soltanto andarmene, e per farlo il più rapidamente possibile, dovevo cominciare intanto col liberarmi di Friedl. "Be'," dissi gettando alcune camicie nella valigia. "credo che sarò già partito quando gli uomini torneranno dalla fiera dei cavalli. Vi prego di salutarli..."
"Ah!" disse Friedl, alzandosi barcollante, e sostenendosi ancora col cognac. "Cavalli! I signori Hodenlohern tengono il piede in due staffe: la staffa austriaca e quella tedesca a Berchtesgaden."
Spalancai la bocca. "Berchtesgaden? Volete dire la casa di Hitler ?"
"Ja. Berchtesgaden. Pochi chilometri da qui. Molto piacevole per gran signori Hodenlohern. I grandi baroni austriaci lavorare ora per un povero... austriaco." Il suo inglese non le bastava, ma il gesto diceva chiaramente: tappezziere.
"E così, mi venite a dire, come se niente fosse, che sono nazi, tutti e tre?"
"No, tutti e tre no."
"Oh," dissi sollevato. "Lo sapevo che almeno Putzi è un ragazzo che tiene i piedi in terra:"
"No, il mio Maxl è grasso, stupido, pigro. Se Hitler viene qui a Maxl non dispiacerà. Se non viene non gli dispiacerà nemmeno. Maxl è vecchio, dum, dunkelhaft. Hannes è bambino ancora, giovane, albern."36 Si picchiò la fronte con gesto significativo. "Sogna sempre e soltanto di essere un alto ufficiale Schutzstaffel per gli sport dei ragazzi. Quei due valgono un grosso zero."
"Bene," dissi, "sono contento che almeno Putzi sia..."
"Putzi!" ella disse, e sputò. "Putzi é il peggiore! È come dite voi un Landsknecht.37 Capite?" Non capivo. "Putzi, da anni, lavora per i nazi. Ogni settimana va alla adunata. A Berchtesgaden, a Insbruk. Non ha denaro, ma viaggia sempre. Va a Parigi, a Londra, a Roma, viaggia sempre, vestito bene, sempre in begli alberghi riscaldati. E sempre per i nazi."
Ero troppo sbalordito per poter parlare. Poi, all'improvviso mi resi conto che Putzi e tutta la masnada degli Hodenlohern se ne sarebbero andati in ogni modo. "Ma," dissi, "credo che non ne importi nulla né a voi né a me. Voglio dire che io oggi vado via. Mia zia ha comprato il castello, questo credo che l'avrete saputo, e così anche voi andrete via. Così non avrete più tanto freddo e quello che fa Putzi non..."
"No," disse chiaro Friedl, "non vado via. Noi restiamo, tutti noi."
"Oh, ma non potrete. Voglio dire, quando la casa sarà proprietà di mia zia non potrete restare. Chi vorrebbe..."
"Noi resteremo qui. Noi resteremo in questa casa fredda finché morremo o saremo uccisi tutti. Il mio denaro se ne è andato tutto. I bei baroni di Hodenlohern hanno bisogno di un'altra Mitgift, un'altra donna ricca per essere un'altra Friedl. Putzi sposerà la signora Burnside. Ve lo garantisco."
"Eh! sentite! Lui ha almeno dieci anni meno di lei. Lui..."
Friedl mi afferrò per un braccio. "Ascoltatemi! Portatela via ! Via di qui. È una brava donna. È gentile. Allegra. Sciocca. Come me. Portatela via prima che sia prigioniera in questo terribile luogo."
"Prigioniera ? La zia Mame?" Naturalmente sapevo che era ubriaca. Però il tono affannoso della sua voce mi indusse ad ascoltarla.
"P... Prigioniera come me. Prigioniera in questa casa. In questa terribile casa. Vi sono in questo luogo terribile, cose che non potete immaginare. Vi sono stanze..."
"Friedl!" chiamò Maxl. "Friedl!!!"
Friedl impallidì, spalancò gli occhi. "Sono tornati. Gli uomini sono di ritorno. Bisogna che io vada." "Sentite, aspettate..." cominciai.
"No, ora bisogna che vada. Non dite nulla di quel che vi ho raccontato. Vi prego." Con queste parole, Friedl se ne andò a tagliare le unghie dei piedi a Maxl, come seppi dopo. Mi misi a disfare le valige.
Stavo per andare di filato dalla zia Mame, per dirle tutto chiaro e tondo, ma fu lei che venne da me, "Oh," disse disinvolta, "sei ancora qui? Credevo tu fossi già a mezza strada da New York, carico di racchette da tennis, stendardi goliardici e scritte di NIENTE PARCHEGGIO, già in cammino verso i tuoi studi universitari. Se hai bisogno di denaro per il viaggio, sarò lieta di..."
"Ascolta, zia Mame," dissi, "Ti devo parlare di una cosa. Bisogna che..."
"Grazie no," disse con grandezza teatrale, "Hai detto già abbastanza, Comunque, finché godi l'ospitalità sotto il mio tetto, potresti fare una cosa per me, Puoi accompagnarmi al Kirchtag? Voglio imparare lo Schuhplattler e..."
"Accompagnarti dove ?"
"Al Kirchtag. È il giorno di mercato sulla piazza del!a chiesa e siccome io sarò più o meno la protettrice di Stinkenbach, è mio dovere stare in mezzo al popolo in queste ricorrenze festive. Credimi, non ti farei sprecare il tuo tempo prezioso se Putzi e suoi fratelli non fossero stati convocati a una specie di adunanza dei proprietari terrieri, e..."
"Ma non sono più proprietari terrieri, e allora..."
"Non parlare. Non parlarmi affatto. Cerca soltanto di avere il più gradevole aspetto che puoi. Oh, non dimenticare di metterti quei graziosi Lederhosen che ti ho comprati."
Sembrando e sentendomi un cretino brevettato scesi a piedi al villaggio, mentre la zia Mame, la nuova castellana di Schloss Stinkenbach, si faceva portare solennemente dalla Rolls. Il paese, un poco meno addormentato del solito, era decorato con qualche bandiera. V'erano alcune bancarelle con un po' di inverosimile robaccia in vendita; figure malamente scolpite, grembiuli a vistosi colori, barometri rustici, tutta roba così. Birra, vini locali, ciambelle grosse e pesanti come palle da cannone che venivano comprate e vendute all'osteria del luogo. V'erano parecchie ragazze del paese che nei loro logori costumi somigliavano a botti di burro, alcune paesane di mezza età e un paio di vecchi. Maschi giovani non se ne vedevano in giro.
"Mi pare che i maschi frequentino poco queste feste," dissi, "Non preoccupartene," rispose freddamente la zia Mame. "Senza dubbio, aspettano che io apra i festeggiamenti. Se vuoi aiutarmi a cominciare con un allegro Schuhplatter, non ti chiederò altro."
"Der Schuhplatter, bitte," gridò al capobanda. "Vieni, Patrick."
Prima che potessi aprire bocca mi trovai in mezzo alla piazza impegnato a seguire come potevo la zia Mame attraverso le inutili complicazioni di un ballo indigeno tirolese. Lei era discretamente brava, e quando non sapeva, bluffava. Io no. "Ascolta, zia Mame. Non importa se tu sei matta o no, ma..."
"Non chiacchierare, bambino. Concentrati. Ora, batti le mani, picchiati sulle ginocchia, e..."
"Devo dirti di Putzi. È un fanatico..." Prima che potessi finire, la zia Mame era scomparsa, La ritrovai dietro di me, che batteva a tempo di musica il suo sedere contro il mio. "Zia Mame, senti..."
"Non ascolto, ballo. Ora tira un calcio." La folla rideva tanto da bagnarsi le mutande. "Batti le mani. Picchiati la coscia. Un altro calcio."
Imbarazzato, confuso, scivolai e caddi sui ciottoli. I villici si sbellicavano dalle risa. Ma io avevo battuto la testa tanto forte che mi vedevo davanti agli occhi soltanto una specie di aurora boreale, e sentivo unicamente le risate delle ragazze.
Poi le risate tacquero. Seguì, per un paio di secondi, un completo silenzio, interrotto infine da quella voce melliflua e artificiosa, così cara al cuore di chiunque ami il teatro. "Gesú!" la voce echeggiava nella cerchia dei monti. "Dobbiamo vederci trascinati sino a Shangri-Là per un maledetto pidocchioso litro di benzina..."
Levai lo sguardo. Scendeva il principale sentiero del paese una coppia di buoi trascinanti dietro a sé una scintillante automobile inglese tipo sport. Seduti sul cielo ripiegato della vettura stavano il capitano onorevole Basil Fitz-Hug e sua moglie, Vera Charles.
"Vera!" gorgheggiò la zia Mame. "Basil! che diavolo..."
"Dio mio! Mame!" L'attimo dopo, le due signore si abbracciavano in mezzo alla piazza della chiesa. Se i cittadini di Stinkenbach-im-Tirol avevano giudicato zia Mame esotica e straniera non avevano visto nulla prima di avere visto Vera Charles, i suoi capelli color mogano, i suoi brillanti, la sua lunga cappa di lince, l'abito che la fasciava, il suo impertinente cappello parigino. "Mame, tesoro!" strillò teatralmente Vera. "Non ti so dire che impressione divina è vedere una faccia nota in questo paese abbandonato da Dio! Basil e io si tornava in macchina da Bad Gastein quando... E parlando di abbandonati da Dio," soggiunse col suo più puro accento americano, "che diavolo fai in questo buco, conciata in questo modo?"
"Io, Vera? Sono la proprietaria," disse la zia Mame. Poi continuò a cinguettare: "È meraviglioso avere te e Basil qui! Bisogna che saliate al mio Schloss. Naturalmente dovete fermarvi per la notte. Non vi lascio partire! Patrick, occupati dei bagagli dei Fitz-Hugh,"
Dopo di che, ogni speranza di poterle dire una parola sarebbe stata follia. La zia Mame e Vera sdipanando un chilometro di chiacchiere al minuto, travolsero Basil con sé nella Rolls e lasciarono une a cercare benzina per la vettura di Basil che dovevo poi ricondurre allo Schloss. Quando arrivai, la zia Mame e i suoi ospiti non si vedevano e non si sentivano in nessuna delle stanze principali. Depresso, salii in camera per sdraiarmi e riflettere. Mi ero appena buttato sul letto, quando le voci squillanti di zia Mame e di Vera si sparsero nell'aria, fuori della mia camera, sul bastione. "Si, Mame, sì," diceva Vera. "È tutto molto antico e pittoresco, ma perché diavolo vuoi comprarlo? È più vecchio di Dio, più grande del Waldorf, freddo come il cuore di Belasco. Basil, tesoro, portami la cappa."
"Subito, cara!"
"Oh, ma Vera! La veduta! La veduta! Guarda quel paesaggio, ogni pezzetto è mio."
"E allora, comprati una lanterna magica. Del resto, tutti questi crauti, mi fanno venire la pelle d'oca. C'è qualcosa in aria, da queste parti che..."
Incoraggiato da quel che diceva Vera, uscii sul bastione per unirmi a loro. Erano lì che si passavano il binocolo dall'una all'altra e guardavano giri nella valle. "No, Mame," proseguì Vera, porgendole il binocolo, "hai comprato un elefante bianco. Sarai infelice in questo..."
"Taci, Vera. Voglio cercare di vedere..."
"Giusto, Vera," dissi. "È precisamente quello che cercavo di dirle. Ma lei..."
Il binocolo cadde rumorosamente dalle mani della zia Mame. "Patrick," disse bruscamente voltandosi verso di me, "quante volte devo dirti di non stare a orecchiare? Ora torna in camera tua e aspetta lì sino all'ora di pranzo."
"Ma zia Mame, volevo soltanto..."
"Fa' immediatamente come ti dico," ella esclamò irata. "E marsc!"
Offeso e arrabbiato mi avviai verso la mia camera. Stavo per chiudere la porta finestra dietro di me, quando sentii la zia Marne dire: "Vera, prendi il binocolo e guarda laggiù."
Se non fosse stato per quel clic mi aveva detto Friedl, avrei fatto le valige e abbandonato lo Schloss. Invece feci tacere il mio orgoglio, mi vestii, e quando Poldi suonò il gong scesi per il pranzo. La zia Mame, evidentemente, aveva voluto far colpo su Basi! e su Vera. Era un pranzo di cerimonia, con gli uomini in cravatta nera e il cibo migliore del solito. Come sempre, Maxl sedeva a capo tavola. Vera stava alla sua destra, mentre la povera Friedl, intirizzita e con gli occhi gonfi gli sedeva, in abito di lamé opaco, di fronte.
Maxl che riconosceva una bella donna, quando ne vedeva una, si dava un gran da fare per affascinare Vera e brillava addirittura con argomenti di conversazione nuovi e interessanti. "Sì, cara signora, prima della grande guerra le cose andavano diversamente per noi. Avevamo la nostra grande casa a Vienna, in vicinanza del Palazzo, si intende, e, naturalmente, le nostre terre della Corona in Moravia. La nostra proprietà era immensa, un latifondo, un maggiorasco, come dite voi inglesi, tramandato di padre in figlio, che non poteva essere venduto. Naturalmente, noi non ce se ne occupava. Noi famiglie nobili si pagava qualche abile giudeo che le amministrava ricavandone enormi utili."
"Dav... vero!" disse Vera. "Meno male che non lo fate qui. Nemmeno Samuel Insull in persona saprebbe trarre una rendita da questa proprietà."
Io ridacchiai sulla mia scodella di brodo, lanciando così un sottile spruzzo dì consommé nel centro del tavolo.
"Vera," disse la zia Mame raschiandosi la gola. "Non capisco bene quel che intendete dicendo che gli austriaci non sono furbi né opportunisti.''
Putzi," dissi incapace di dominarmi più a lungo. "Ma guardate quel vostro sciagurato tappezziere austriaco, Adolf Schicklegruber. Cominciò da zero e ora si è arrampicato sulla testa di tutti, proprio sino in cima. In quanto all'astuzia in affari..."
"Voglio dire," riprese Vera, sempre col suo elegante accento inglese, "il terreno intorno a Stinkenbach è così grandioso che sarebbe un delitto rovinarlo soltanto per cavarne del denaro."
"Patrick," disse la zia Mame inviperita. Si alzò a metà dalla sedia, gli occhi le fiammeggiavano. "Basta," disse più calma. "Ti prego di non interrompere quando gli altri parlano."
"Giustissimo," disse Basil che pareva inquieto.
Notai che Putzi, mentre afferrava con forza il suo calice, aveva le nocche delle dita livide come la faccia di Friedl.
A questo punto, Putzi prese le direttive della conversazione, tutto sorrisi seducenti, cenni garbati, il vero ritratto dell'uomo di mondo e dell'aristocratico. Una volta aveva affascinato anche me, lo ammetto, ma ora non vedevo in lui che un avventuriero urbano, astuto, viscido, pronto a vendere il proprio nome, la propria patria e la madre, per un bel vestito, viaggi in prima classe e la incerta promessa di essere nominato Gauleiter dopo che il suo popolo fosse stato adeguatamente tradito. "Ah sì, avete davvero ragione, Lady Fitz-Hugh." Vera non avrebbe avuto diritto al titolo sino alla morte del padre di Basil, ma a Putzi piaceva esagerare. "Come ho detto a Mame, quando comprò questa proprietà, qui c'è da guadagnare un patrimonio, specialmente nell'inverno, quando c'è la neve."
"Su, vecchio mio," disse Basil con calma. "Hitler ha fatto alcune ottime cose per la Germania."
Friedl rabbrividì e si strinse al petto le braccia magre e livide.
Ero così scandalizzato da non accorgermi quasi che Poldi dopo avere fatto di corsa le tre rampe di scale che univano il salotto alla cucina, arrivava portando un vassoio pieno di Salzburger Vockerin caldi e soffici.
"Con questa immensa casa trasformata in albergo, eseguite alcune migliorie secondarie, si intende, Stinkenbach sarà un magnifico soggiorno invernale. Naturalmente, nessuno della nostra famiglia potrebbe occuparsi di affari, ma per voi americani è diverso. Sapete, noi austriaci non siamo mai stati un popolo abile, ci manca il senso dell'opportunismo, l'astuzia commerciale. Ma pensate come sarà da ridere quando gli sciatori di tutta Europa verranno proprio in questa casa per fare di Stinkenbach un paese prospero e di Mame una donna anche più ricca. Naturalmente, io resterei per..."
"Le ha fatte davvero," disse Vera. La bella testa da automa di Hannes approvò freneticamente.
"Povero ragazzo americano," disse Putzi con un sorriso che mi mandò su tutte le furie. "Tu commetti un errore molto frequente nei paesi dove la società non ha classi. Naturalmente, Hitler è un eroe, ma soltanto un eroe da contadini. L'aristocrazia e anche le classi superiori non lo tengono in nessuna considerazione."
"A me sembra che da queste parti vi siano parechi di questi cosiddetti aristocratici anche troppo pronti a vendere l'anima a Hitler, per denaro si capisce."
"Patrick," gridò la zia Mame. Si era alzata in piedi. "Fuori di qui, immediatamente.. Non permetto che i miei amici vengano insultati da uno scolaretto scortese e saccente. Va' in camera tua."
"Hai maledettamente ragione, ci vado" urlai. Buttai il tovagliolo sul tavolo e uscii dalla sala.
"Preco..." mormorò Friedl, ma non sentii altro.
Per la terza volta, in quel giorno entrai in camera sbattendo la porta, furente. Mi strappai di dosso i vestiti e andai a letto. Ma era troppo presto per dormire. Stavo per prendere finalmente sonno, quando fui risvegliato da un suono di voci sul bastione. Stetti in ascolto e subito riconobbi la voce di Maxl e quella di Vera.
"Che vista!" diceva Vera.
"Sì, bella terra." Maxl faceva le fusa. "Sotto di noi, le luci di Stinkenbac-im-Tirol."
"Sì" disse Vera, "tutte e due." Poi, rise graziosamente e disse: "Oh barone, prego!"
"Oh, bella signora," gemette Maxl, "se invece di quella stupida Friedl avessi vicino a me una bella dea, piena di comprensione, come voi, e che mi amasse! Un mio amico ha un padiglione da caccia a Zell am Ziller; non vorreste venirci con me?"
"Oh! barone di Hodenlohern, non so che cosa rispondervi."
"Dite di sì, bella signora. Pensate, noi due soli, sulla montagna."
"Sono incerta, terribilmente incerta. Il mio cuore dice di sì, sì, si. Ma la ragione mi dice di no. Questo grande amore che ora conosciamo potrebbe trasformarsi in un'abietta relazione segreta."
"No, no, no," gemette Maxl.
"Si, sì, sì. Inoltre, c'è mio marito. Ah! voi forse lo giudicate il più calmo degli uomini, placido e mite. Permettetemi di dirvelo: è una belva! Sì, una belva! Oh, non sapete quanto soffro! La gelosia Io rende pazzo. Mi picchia. Ha ucciso, sì, ha massacrato innocenti giovani subalterni soltanto perché mi avevano guardata. Se sapesse soltanto che voi e io ci siamo allontanati dalla festa, per passare insieme questo rapido istante, non posso nemmeno immaginare che cosa sarebbe capace di fare."
"Maxl! Maxl!" Era la voce di Putzi.
"Adesso, andate subito," disse Vera. "Sento venire gli altri. Domani, vi darò una risposta."
"Benissimo!" urlai, "fuori, via dal cortile, gatti, e lasciate dormire gli esseri umani. E tu, durante la luna di miele, Vera Charles...!"
Così dicendo sbatacchiai la porta finestra con tanta forza da rompere uno dei vetri. "Dio mio!" dissi, "sono tutti impazziti!" Soltanto più tardi mi resi conto che Vera aveva ripetuto parola per parola la grande scena d'amore di uno dei suoi più grossi successi a Broadway, Il Cuore di Lalage de Trop.
Dopo una notte piena di sogni orribili, fui svegliato da qualcosa che frusciava contro il pavimento della mia camera, Volsi gli occhi e vidi che qualcuno infilava da fuori un biglietto sotto la mia porta. Lo presi e lo lessi. Era una specie di invito, nella scrittura teutonicamente precisa di Hannes. Diceva:

"Volete venire con mio fratello Maxl e con me a fare una passeggiata nei monti? Saremo felici di mostrarvi l'antico Schloss Stinkebach. Possiamo essere pronti quando vi farà comodo.
Sinceramente Johannes von Hodenlohern"

Se si toglie la partecipazione al mio funerale, non avrei potuto immaginare nulla di più spiacevole, ma per quanto deprimenti fossero Maxl e Hannes per lo meno non erano attivamente agli stipendi dei nazi. Aprii la porta, uscii nel freddo corridoio e vidi Hannes che cominciava a scendere la scala. "Bene," dissi. "Perfetto. Mi piacerà immensamente venire con voi. Mi vesto subito."
"Fra quindici minuti, allora," disse Hannes con uno dei suoi rari sorrisi.
"Fra quindici minuti."
Quando noi tre ci mettemmo in cammino, il nostro gruppo offriva uno strano spettacolo: Hannes tutto stivali, Lederhosen, muscoli e abbronzatura pareva una illustrazione in un articolo della Jugend sul movimento della Gioventù Hitleriana. Anche Maxl era vestito per la vita dura, col grosso sedere diviso a metà da calzoncini di cuoio troppo stretti. Portava anche una corda lunga, una grossa rivoltella e un attrezzo per il pronto soccorso. "Ci prepariamo a salire sul Monte Everest o andiamo soltanto a fare una passeggiata sui colli?" domandai. Non ero tanto entusiasta di quella gita; essa mi offriva però il vantaggio di tenermi lontano dalla zia Mame e dal suo amico del cuore nazi, così da permettermi di formulare pochi ma semplici piani d'azione.
Mentre ci si incamminava, sentii la zia Mame che chiamava: "Patrick! Patrick! dove vai?"
Mi volsi, era sul bastione, appoggiata al parapetto. "Esco," dissi freddamente.
"No, tesoro. No! Andiamo a fare un picnic, Basil, Vera, Putzi e Friedl. Avrei bisogno di te, durante la gita."
"Forse potrete invitare i Goering a venire con voi, una coppia deliziosa. Dove andate? A Berchtesgaden?" Forse avrei fatto meglio a tacere, pensai. Infatti, Hannes e Maxl avevano ammiccato fra loro.
"Patrick! Aspetta! Ti proibisco di..."
Mi volsi e le feci marameo. "Andiamo," dissi.
L'antico, primitivo, diroccato Schloss Stinkenbach non pareva, a vederlo, situato molto più in alto della sua versione trecentesca, ma arrivarci fu una bella sfacchinata e quasi tutta in perpendicolare. Fu una grossa fatica e più di una volta fui grato a Maxl di avere portato la corda. Dopo un'ora, Maxl soffiava come un tricheco, io ero bruciato dalla sete e senza fiato; persino Hannes, il nostro campione della Forza conquistata nella Gioia, ansimava un pochino.
"Vogliamo riposarci qui, no?" disse Hannes. Mi onorò nuovamente di un gelido sorriso e buttò giù lo zaino. "Avete sete ?" domandò tirando fuori due lunghe e snelle bottiglie di vino.
"Un poco," dissi.
"Ecco!" Hannes versò una tremenda dose di vino in un bicchiere e me lo tese. Mi pareva che quel vino fosse troppo, per berlo così presto, di mattina e specialmente a digiuno, perché loro mi avevano esortato a non trattenermi per la colazione.
"N...non c'è dell'acqua?" dissi.
"Ah, acqua. Ah, sì, ma non prima di arrivare all'antica fortezza. Su bevete questo. Siamo quasi arrivati."
Tracannai il vino e prima che avessi potuto rifiutare, Hannes aveva empito di nuovo il bicchiere. "V...voi due non ne bevete?"
"No," disse Hannes picchiandosi il petto, "troppo vino fa male al corpo. Basta guardare mio fratello Maxl." Maxl era davvero uno spettacolo. Sdraiato all'ombra di alcuni alberi, ansava come un vecchio mastino.
Finii il secondo bicchiere di vino e saggiamente rifiutai il terzo, sebbene avessi ancora molta sete.
"Ora venite a guardare il panorama," disse Hannes. "Laggiù."
Mi era venuto un poco a noia guardare panorami. Pareva fosse l'unica occupazione di Stinkenbach, però seguii obbediente Hannes che camminava atleticamente verso l'orlo di un precipizio. "Vedete," disse cordialmente "tutta l'Austria ai nostri piedi." Mi mise affettuosamente il braccio intorno alle spalle. Avrei preferito non lo avesse fatto. Ogni tanto Hannes mi faceva pensare a quei tipi che non sono mai tanto felici come quando stringono le mascelle e tirano fuori il mento con piglio virile, salvo poi a sollazzarsi dietro una porta chiusa con parrucca bionda in testa e il vecchio mantello da sera della mamma. Inoltre c'era un precipizio di cento metri proprio davanti alla punta delle nostre scarpe.
"Guarda," disse Hannes stringendomi leggermente le spalle; "proprio qui, sotto a noi, c'è lo Schloss e tutta la gente, come piccoli insetti." Guardai in giù; mi sentii venire le vertigini. Era vero, sotto a noi si vedeva lo Schloss Stinkenbach sparpagliato in tutte le direzioni. Vidi Poldi che stendeva la biancheria dietro il castello. La Rolls della zia Mame e la due posti di Basil erano ferme nel viale. Vedevo campi e dipendenze di cui non avevo mai saputo l'esistenza. "Guarda," dissi, accennando due punti di colore acceso: "ecco la zia Mame, ed ecco Vera, la signora Fitz-Hugh voglio dire, ma che cosa fanno in quel campo così lontano dal..." Non dissi altro. Hannes mi strinse con maggior forza, e sentii qualcosa di freddo e di metallico contro la nuca.
Era il vecchio Maxl sonnacchioso con la sua rivoltella.
"Ora, mio bel giovane amico socialista," disse Hannes, "preparati a un incidente che ti capiterà durante un'escursione nei monti sulla proprietà di tua zia. La corda, Maxl. Den Striek."
"Eh," dissi, "che cosa intendete di..."
"Intendo di legarti con questa corda," disse Hannes. "Aspetteremo che loro se ne vadano per il loro picnic. E quello sarà il momento della tua funesta caduta. Il povero americano bevve troppo vino e..."
Rendendomi conto di avere da fare con due pazzi, cercai di essere ragionevole. "Ma Hannes, se mi trovano legato sapranno che non sono caduto per disgrazia."
"Ti slegheremo laggiù. Quando ti troveranno avrai tutto l'aspetto di uno caduto per disgrazia. Maxl..."
Hannes cominciò a dire qualcosa in un tedesco rapido, in gergo, e intanto sentivo la corda che mi stringeva sempre più. Inutile dibattersi. Un passo falso e sarei finito in fondo al precipizio, morto molto naturalisticamente.
"Hannes, Maxl, questo è..." Non potei dire altro. Una larga striscia di cerotto adesivo mi fu appiccicata sulla bocca. Maxl e Hannes lavoravano con calma abilità ridendo e scherzando in tedesco. Per imbecilli e buoni a nulla quali erano, sapevano fare abbastanza bene. Mi trovai imbavagliato e legato prima di rendermi conto che quella era la Triste Fine.
Dopo che fui bene impacchettato, Hannes mi sorrise e disse: "Ah! guarda laggiù. Vedi? Le macchine partono." Poi mi schiaffeggiò tranquillamente due volte. "Questo è per l'addio. Maxl..." In quel momento, rintronò un'esplosione che scosse tutto il monte. Voglio dire che lo spostamento d'aria ci buttò tutti e tre in terra. E lì, con la testa oltre l'orlo del precipizio, vidi una delle dipendenze dello Schloss Stinkenbach vomitare fumo e fiamme. Seguì un altro scoppio che scosse tutto il monte e un'altra dipendenza della proprietà saltò in aria.
"Dio!" urlò Hannes. "Il Deposito!"
E i due fratelli Hodenlohern si misero a correre giù per la collina lasciandomi a metà affacciato sul precipizio. Lottai, ma molto cautamente, tenendo conto della mia delicata situazione. Il secondo scoppio fu seguito da un terzo e da un quarto. Poi, mi sentii afferrare da una mano che mi tirò indietro. Mi rotolai sulla schiena e vidi la faccia rosso marrone del capitano Basil Fitz-Hugh. "Be'," pensai, "che importa chi mi dà il colpo di grazia, un nazi ne vale un altro."
'Patrick," disse Basil strappandomi dalla bocca il nastro adesivo. "Siamo stati tanto in pena!"
"Voi... siete stati in pena! E che direste di me?"
"Non ti poteva accadere nulla di male," disse tagliando le corde. '"Ti ho seguito quanto più da vicino ho potuto, per vegliare su te, e naturalmente ero armato."
"E perché non hai sparato? Non sentivo davvero Che qualcuno vegliava su di me, sull'orlo di quel precipizio."
"Non perdere tempo a farmi un mucchio di domande, vecchio mio. Non abbiamo un momento da perdere. " Si mosse trotterellando come un cane giù per il monte, e io mi misi alle sue calcagna senza capire nulla, ma felice di essere ancora vivo. Naturalmente, affrettammo il passo nella discesa, in modo che appena dieci minuti dopo ci trovammo sulla strada che portava fuori di Stinkenbach-im-Tirol, La Rolls della zia Mame ci attendeva ferma sul lato della strada. Dietro, vidi la piccola auto sportiva di Basil con Ito al volante. Accanto a lui sedeva Friedl rannicchiata nella cappa di lince di Vera. Pareva spaventatissima, ma almeno era al caldo.
"Patrick, tesoro," gridò la zia Mame erompendo dalla macchina. Mi prese fra le braccia, mi strinse. Tremava terribilmente e aveva le guance rigate di lacrime. Poi Vera, per non rimanere in ombra, si gettò anche lei fuori della vettura, tra le braccia di Basil, soffocandolo sotto le sue pellicce di zibellino. "Basil! Oh Basil! Mio eroe! Sono cosi contenta di vederti in salvo. Sono invecchiata di cento anni, mentre stavi lassù su quel monte. Dimmi, tesoro, che cosa hanno..."
"Ora no," disse la zia Mame, tentando di accendere una sigaretta. Ma le mani le tremavano troppo. "Andiamo via da questo orrido luogo. Non si ha nemmeno l'idea di quanti..."
'"Hai ragione," disse Basil. Salì al volante e io, che conoscevo le strade dei dintorni di Stinkenbach, sedetti accanto a lui. Egli ingranò il motore e partimmo. ho ci segui.
Mentre si correva verso Salisburgo, l'onorevole Basil al timone della Rolls somigliava esattamente a Nelson, se si esclude naturalmente che lui aveva due occhi e due braccia. Totalmente all'oscuro di quanto era accaduto in quella giornata, gli domandai con insistenza di spiegarmelo.
"Capisci, Patrick, la tua cara zia Mame, ieri, mentre con Vera guardava nella valle col cannocchiale, scoprì che il barone di Hodenlohern, cioè Putzi, era nazi."
"Avrei potuto benissimo dirglielo io, ma non voleva ascoltarmi."
"Forse è stato meglio che l'abbia scoperto da sé. E l'ha scoperto per caso, vedendo Putzi e il suo giovane fratello Johannes che in un campo impartivano l'istruzione militare a tutti gli uomini e i ragazzi del paese. Fu una scossa forte, a quanto dice Vera. Il passo dell'oca, il saluto nazista, tutte quelle sciocchezze. Inutile dirti che bastò per tua zia. E puoi immaginare quanta paura ha avuto per te, quando, a pranzo, ieri sera, dicevi tutte quelle sciagurate cose, perfettamente vere, del resto."
"Credo di avere chiacchierato troppo."
"Mame aveva tutte le ragioni di esserne preoccupata. Me ne accorsi quando passando per caso davanti alla Herrenzimmer sentii Putzi che dava istruzioni ai fratelli per sbarazzarsi di te, sul monte. Se non avessi preso quelle noiose lezioni di tedesco da quella vecchia odiosa della mia fraulein non avrei avuto davvero la più vaga idea di che cosa parlavano. Davvero, non potevo credere alle mie orecchie."
"Avresti potuto avvertirmi."
"Patrick, Manie ti ha avvertito. Ma non hai voluto ascoltarla. Te ne sei voluto andare con Hannes e Maxl. Comunque, questa non è che la metà della storia. Pare che stanotte Friedl abbia raccontato tutto alla tua zia Manie, le ha persino mostrato della roba chiusa a chiave in una certa stanza dello Schloss Stinkenbach. Fucili. Dinamite. Una quantità incalcolabile di munizioni. E, in una casa dove non c'è nemmeno la corrente elettrica, una delle più perfette stazioni radio che io abbia mai vedute. I tedeschi sono maledettamente abili in cose di questo genere. Bisogna riconoscerlo. Come dicevo, Friedl ha chiarito tutto molto bene a Mame. Le ha persino detto delle munizioni in tutte le dipendenze. Potrai capire che Mame era ormai fuori di sé e angosciata, all'idea di quei depositi d'armi. Era un brutto caso, che esigeva un'azione decisa.
"Sì, davvero," dissi rabbrividendo all'idea di quel che mi era capitato.
"Così, quando oggi tu sei andato ingenuamente con quei mascalzoni, io ti ho seguito. Per fortuna sono un alpinista abbastanza pratico, la Guerra Mondiale sai..."
"Ma tutti quegli scoppi?"
"Ah, sì! Un bellissimo spettacolo no? A questo hanno pensato Mame e Vera. Sono semplicemente andate nei diversi depositi con una latta di benzina per accendisigari e hanno appiccato gli incendi. Dopo tutto è proprietà di Mame."
"Accidenti, Basil, devi essere stato un soldato in gamba per avere escogitato tutto questo."
"Dio mio, no, caro ragazzo. É stata un'idea di Mame. Pare che il bisnonno di suo marito, il generale Lafayette Pulaski Pickett, abbia creato una simile azione diversiva a Second Manassas, facendo saltare un deposito d'armi. Almeno così ha detto Mame. No, davvero, è stata lei a concepire tutto il piano. La più grande stratega dopo Giovanna d'Arco."
"E Putzi era presente...?"
"Oh Dio! Putzi! L'avevo dimenticato." "Dov'è?"
"Nel bagagliaio."
"Dove?"
"Nel baule della macchina, come lo chiamate voi americani." Arrestò la vettura e scendemmo tutti.
"Oh Patrick, mio piccolo amore," disse la zia Mame cingendomi con le braccia, "Se ti fosse accaduto qualcosa, mi sarei uccisa. Avevi tanta ragione quando dicevi che Stinkenbach era un lurido sinistro paesucolo a scartamento ridotto, ed io sono stata tanto sciocca; poco c'è mancato che me ne accorgessi troppo tardi."
"Mame," disse Basil, "bisogna liberarci del tuo barone austriaco."
"Oh cielo! sì!"
"Che cosa fa Putzi lì dentro, zia Mame?" domandai.
"Oh Patrick, mi è ripugnato molto doverlo fare, ma stamattina non voleva lasciare sole me e Vera, come si aveva bisogno, per quel che si doveva fare. Così l'ho messo knock-out."
"L'hai messo knock-out tu?"
"Sì, tesoro, con quel brutto vaso cloisonné del salotto. Lui si era messo in ginocchio per chiedermi di sposarlo e l'occasione era troppo bella per lasciarmela sfuggire. Poi, Vera e Friedl mi hanno aiutato a portarlo e a chiuderlo nel portabagagli. Non mi venne in mente un posto migliore dove metterlo."
Basil apri il bagagliaio e Putzi, sconvolto dalla rabbia, si torse e contorse e venne fuori come poté. "Mame, se questo ti sembra uno scherzo divertente..."
"Uno scherzo, barone Hodenlohern? Non ho mai fatto più sul serio in vita mia, spregevole traditore."
Putzi alzò lo sguardo verso Schloss Stinkenbach, il volto contratto dall'orrore. Grandi nuvole di fumo nero si alzavano dai tetti appena visibili delle dipendenze. Poi risuonò un terribile rombante boato e il tetto del castello saltò. Putzi si gettò contro la zia Mame, rapido come una pantera. Ma io fui più svelto di lui. Tesi il piede ed egli cadde bocconi per terra.
"Ti farò mettere in prigione," egli gridò alla zia Mame. "Hai appiccato fuoco alla nostra casa."
"La vostra casa ?" disse la zia Mame. "Ho il contratto di cessione qui con me. In quanto alla tua proposta di stamane, la mia risposta è: no!
"Ma le nostre munizioni, i nostri fucili, i nostri..."
"Mi hai venduto tutto, a cancelli chiusi, barone von Hodenlohern. Suppongo che anche il deposito e la radio a onde corte vi fossero compresi. Comunque, mi pare che il tuo governo dovrebbe essere poco entusiasta delle tue attività sovversive. E ora, levati dai miei occhi."
"Aspetta e vedrai!" ringhiò Putzi. '"Tu sei la ricca americana che crede di poter comprare un castello e bruciarlo. Denaro da bruciare, eh? Ma quando saremo noi i padroni del paese..."
"Non mi costa un soldo, Putzi! Questo incendio me lo paga l'Allegemeine Bodenkredit Versicherungs und Handelsgeselschaft."
"In nome di Dio, che cosa sarebbe, Mame?" disse Vera.
"La Allegemeine Bodenkredit Versicherungs und Handelsgeselschaft? Ma anche un bambino te lo può dire: è la più grande società di Assicurazione nazista della Germania. Volevo assicurare la casa presso i Lloyds, ma Putzi ha insistito per questa società. Ora, Putzi, non c'è nessun bisogno che tu seguiti a restare qui. Fa' una bella passeggiatina e torna a Stinkenbach."
"Vi dispiacerebbe fare un'ambasciata a vostro fratello Maxl ?" disse Vera. "Avvertitelo che non avrà più il fastidio della moglie. Porto Friedl in Inghilterra con noi. E ditegli che non posso diventare la sua amante. Mio nonno, rabbino a Schenectady, non ne avrebbe piacere."
Rimanemmo per qualche minuto lì nella strada. La zia Mame mi teneva ancora il braccio intorno alle spalle, guardando lo Schloss Stinkenbach che se ne andava in fumo.
LA ZIA MAME E IL BARILE DI POLVERE DEL MEDIO ORIENTE
"Non arrivo a capire," disse Pegeen, "come poteva una donna come tua zia andare in un luogo così vicino alla Germania nazista e non procurarsi noie."
"Semplicissimo," dissi. "Finezza. Diplomazia. Tatto. Chiamalo come vuoi. Avresti dovuto vederla nel Medio Oriente."
"Nel Medio Oriente?"
"Sì."
"Ma scusami, che cosa andava a fare nel Medio Oriente quella gemma poliedrica ?"
"A studiare i rapporti razziali."
"Ne ho già sentito parlare pii di quanto avrei voluto da quella deprimente signora Rawlings qui accanto, che è venuta a chiedermi di firmare una nuova petizione per la zona; preferirei non sentire mai parlare di tua zia e del barile di polvere del Medio Oriente."
"Bene," dissi.
La zia Mame sentiva un'affinità istintiva verso il Medio Oriente. Dopo aver vissuto come un cane nel Tiralo, era felicissima di visitare una parte di mondo dove si poteva vivere da re con una modestissima spesa.
Scese con maestoso sussiego i! Danubio, si trattenne a Budapest per rifornirsi, lasciò in disparte la costa dalmata e quindi fece vela per l'Egitto, toccando le isole greche. La Rolls l'attendeva ad Alessandria, e prima che la vettura corresse lungo la interminabile strada desertica che congiunge Alessandria al Cairo, la zia Mame era tornata a essere quella di prima.
"Ah mio piccolo amore, l'Egitto," disse accarezzandomi una mano. "Così moderno, cosi chic, eppure ancora così bruciante di quell'indefinibile mistero che già gli era proprio al tempo dei Tolomei." Si accese una Fuad Premier Doré. Erano sigarette terribilmente forti e odoravano di sterco di cammello; però, se i polmoni resistevano, non erano prive di un certo fascino. "È così cosmopolita, tesoro! In quale altro luogo si possono incontrare inglesi, francesi, italiani, greci, turchi, egiziani, tutti radunati a una stessa tavola?"
"A Washington, nel distretto di Columbia," suggerii. "Ti dispiace se abbasso un poco il finestrino?"
"Si capisce, la cara Alex, vale a dire, Alessandria, mio piccolo amore, è divertente in un modo rigidamente europeo, ma ora noi andiamo nel grande cuore pulsante dell'Egitto, al Cairo! Le Caire. Non darti pensiero, Patrick, sono pratica di tutto. Tuo zio Beau ed io siamo stati qui per la luna di miele. Ora, io e te diventeremo indigeni. Non avremo niente del turista. Alloggeremo da Stepheard; ho biglietti di ingresso per il Ghezira Sporting Club e per il Turf Club. A Les Ambassadeurs si mangia stupendamente e, grazie al cielo, c'è una succursale di Elizabeth Arden. Semplicemente vedremo come vivono i veri egiziani. Non tanto in fretta, ho," gridò attraverso il portavoce.
La zia Mame divenne così indigena che arrivò a mettersi una quantità di kohl intorno agli occhi. Comprò anche un mucchio di gioielli esotici. Il più esotico di tutti era un largo braccialetto d'oro che si infilò sopra il gomito, dove rimase fino al giorno in cui lo fece segare da Tiffany, alcuni anni dopo. Ma salvo qualche gita da Elizabeth Arden e in ristoranti e circoli che somigliavano esattamente ai ristoranti e circoli di qualsiasi altra grande città, ella se ne stava quasi sempre sulla veranda dello Shepheard a bere Suff Bastards38 e a farsi vento, lamentandosi del caldo e gemendo sulle pazzie che aveva fatte a qualche festa, la sera precedente.
Ma un giorno, dopo una serata estremamente movimentata a una riunione anglo-americana alla Città Giardino, la zia Mame decise che ne aveva abbastanza dei parties e che era venuto il momento di essere indigeni. "Ce ne andiamo alle Piramidi, mio piccolo amore," disse tracannando un terzo Bastardo Sofferente e accennando allo stewart di darle un supplemento. "Se vogliamo imparare a conoscere questa terra, dobbiamo conoscerla dalle radici. Tutti quegli anni, quelle dinastie... Merci" disse al barman levando con destrezza il drink dal vassoio.
"Bellone," dissi, "parlerò col dragomanno, che ci trovi una guida. A che ora ?..."
"Guida ?" disse la zia Mame, come se avessi pronunciato una parola suhaili. 'Non andiamo in classe turistica. Sono già stata qui. Sono perfettamente capace di farti vedere i monumenti dell'Egitto antico senza un misero arabo che ci afferri per il gomito. Soltanto, di' a ho di portare la macchina, mentre vado di sopra a cambiarmi. Addition s'il vous plait."
"O.K. lady," disse il barman.
Mezz'ora dopo, la zia Mame emerse dall'Albergo Shepheard in quel che immagino fosse un elegante insieme per deserto. Era composto da una sahariana, da una gonna-pantaloni di lino bianco, da stivali e da un casco coloniale drappeggiato da una trentina di metri di chiffon color tango. Ne risultava una figura fra Osa Johnson e Agnes Ayres con effetto devastatore. "Andiamo, Patrik," disse battendo lo scudiscio sullo stivale. Sali nella Rolls tra un grande svolazzio di veli e partimmo.
Alle Piramidi c'era pochissimo movimento, e fummo subito assaliti da guide e dragomanni, uno dei quali mi offri non soltanto un giro nei sepolcri, ma anche un tappeto turco, un anello di brillanti, fotografie pornografiche, la sua bella sorella e infine se stesso.
"Yallah!" disse la zia Mame, facendo sfoggio di arabo. Poi scelse due cammelli, uno bianco che si chiamava Fatima, per sé, e per me una vecchia bestia intignata e chiazzata che ansimava spaventosamente. Si chiamava Badia.
"Senti," dissi arrampicandomi faticosamente in cima a Badia, "non sarà mica la prima volta che monti uno di questi cosi ?"
"No, li ho montati dozzine di volte, mio piccolo amore," disse la zia Mame appollaiandosi con eleganza sopra la gobba di Fatima. "Forse da principio ti darà un po' di mal di mare, ma è facilissimo cavalcarli, sono miti come agnelli. ho," gridò, "seguici con la macchina, per il picnic,"
Diede un sonoro colpo di scudiscio a Fatima e partimmo a rock and roll lungo il sabbioso sentiero desertico mentre Ito ridacchiava dietro di noi, nella vettura.
"Non è una cosa divina, tesoro?" gridò la zia Mame di sopra una spalla. "Mi sembra proprio di essere Cleopatra. Non c'è da meravigliarsi se chiamano questi animali le navi del deserto?"
"No, non c'è da meravigliarsene affatto," dissi sentendomi galleggiare lo stomaco, nell'oceanico beccheggio del mio cammello. "Mi dispiace di non avere portato l'elisir contro il mal di mare di Mamma Sills."
"Sciocchezze, mio piccolo amore. Quando sarai a Roma...."
"Come vorrei esservi già, a Roma!" dissi.
"Oh non essere così noioso, Patrick. Non è bellissimo il deserto?"
"Non particolarmente," dissi. Mi pareva di essere sul punto di vomitare.
"Andremo avanti finché troveremo una bella oasi, poi ci fermeremo per la colazione. Ito ci segue?"
Mi volsi e feci a ho un sorriso a bocca acerba. ho rideva tanto che non riusciva quasi a guidare la macchina. Alzò una mano agitandola per salutarmi, poi fu la catastrofe. Il gomito di Ito ricadde sul clakson che mandò un terribile muggito. I due cammelli si fermarono di colpo e si impennarono. Fui gettato supino in terra, Ito frenò appena in tempo per non schiacciarmi. Mi tirai su per vedere la zia Mame e Fatima che saltellavano su una duna. Sentii la zia Mame che gridava: "Ferma Hom'd el Allah!" che vuole dire, credo, Figlio di Allah, ed è l'equivalente islamico della nostra esclamazione "Gesù!" Riuscì soltanto a offendere Fatima che aumentando di velocità scomparve del tutto alla nostra vista.
"Seguiamola!" gridai a Ito, saltando accanto a lui. Spaventato, Ito accelerò. La grande vettura nera balzò fuori della pista e andò a finire nella sabbia, proseguì per nemmeno una ventina di metri e si insabbiò. Animato dallo spirito indipendente di Fatima, il mio cammello fuggì nella direzione opposta.
E così ci trovammo soli nel deserto, con la macchina affondata sino ai predellini nella sabbia. Quando ci arrampicammo sul cielo della vettura per vedere se si scorgeva ancora traccia della zia Mame e di Fatima, gli svolazzanti veli arancione erano ormai appena un vivace e mobile puntino sull'orizzonte.
Nelle successive quarant'otto ore cento dragomanni, la pattuglia dei cammellieri e un piccolo aereo- plano cercarono la zia Mame e Fatima. La zia Mame fu ritrovata due giorni dopo sulla strada di Menfi, non lontana dalla città, mal ridotta per essere stata troppo esposta agli elementi.
Per una settimana, la zia Mame languì all'ospedale tra la vita e la morte, diceva lei. Il suo medico invece diceva che stava benone e che aveva preso una magnifica abbronzatura, che in realtà aveva soltanto bisogno di riposarsi per qualche settimana in un clima M dolce. Giunse sino a offrirle in prestito la sua villa, nelle montagne del Libano.
Se non fosse stato per il naso che seguitava a spellarsi, la zia Mame - nella Rolls che seguendo la costa del Mediterraneo attraversava la Palestina diretta verso la Siria - sarebbe stata il perfetto ritratto di una malata immaginaria. A Tel Aviv essa trovò la forza di mandare giù un paio di blintz39 e una birra ghiacciata. Poi si mise a gemere dolcemente, una volta anche ruttò, e seguitò a gemere per tutto il viaggio sino al Libano. A Tiro sporse la testa dal finestrino e sospirò: "'Ecco, tutto il nostro fasto di ieri si è confuso con Ninive e Tiro)" (Kipling, se non erro), e ricadde sui cuscini. A Tiro non c'era molto da vedere. Sidone era un poco più allettante e la zia Mame consentì ad accendere una sigaretta. A Beyrut chiese il suo astuccio del belletto e qualche semplice gioiello.
Nel frattempo Ito, a Beyrut, aveva perso tre volte la strada; quando finalmente egli si diresse verso le colline, la zia Mame si sentiva di nuovo in gamba. "Ah quest'aria di montagna!" disse, bevendo una lunga sorsata di cognac dalla sua fiaschetta. "I cedri del Libano! Come si chiama questo posto dove il dottore mi manda, tesoro?"
"È una città che si chiama Shufti; è sui monti, vicino a Sofar."
"Ah! la vita semplice! Vivere in una casetta di fango e dividere il pane e il formaggio coi caprai libanesi! Vorresti un burnus, tesoro?"
"Non credo che sia tanto primitiva, zia Mame. Il dottore ha detto che è un luogo di soggiorno, con un circolo e un grande albergo."
Shufti era la prima città che si incontrava sul monte dopo Beyrut. La villa che il dottore aveva prestata alla zia Mame era una semplice piccola copia del Trianon, situata di fronte al circolo. Dietro c'era un piccolo giardino cintato, fra i giardini delle due ville attigue. Quella a destra era una larga massa di costruzioni moresche mentre quella a sinistra, pii piccola e più intonata con l'architettura libanese, aveva un aspetto leggermente scalcinato. Una iscrizione gotica sulla costruzione moresca diceva:
"Villa Mont d'Or" ; una targa d'ottone sull'altra la proclamava proprietà del signore e della signora Humphrey R. Cantwell. Mentre aiutavo la zia Mame a scendere di macchina, notai occhi che ci spiavano dietro le persiane di tutte e due le ville.
Il giorno dopo, adagiata delicatamente la zia Ma- me sopra una chaise-longue e in condizione ormai di prendere un poco di nutrimento sotto forma di acquavite e sugo di cumquat, uscii per esplorare il paesetto di Shufti. La sua unica strada centrale era discretamente squallida, una strada araba, con un paio di caffè, una lavanderia o due, un emporio di generi diversi e un teatro Roxy con Dick Powell e Ruby Keeler in Quarantaduesima Strada insieme con la nona puntata di un film di Tarzan. Ma, ah, la periferia di Shufti! Graziosa cittadina montana a comoda distanza da Beirut e da Damasco, Shufti aveva attirato una bella accozzaglia di gente che spendeva: libanesi, siriani, egiziani, turchi, più alcune famiglie di ufficiali francesi, e, sparsi qua e là, greci, americani e inglesi ricchi, le cui dimore estive somigliavano tutte più o meno al Padiglione di Brighton. Shufti, col suo aspetto di grande opulenza, le sue ville da Mille e Una Notte, la sua inesauribile provvista di servi quasi gratis, era un posto dove, a prima vista, sembrava si potesse desiderare di trattenersi in eterno. Ma dopo averlo conosciuto più da vicino, aver passato qualche pomeriggio all'European Union Club, si cominciava a rendersi conto che una settimana nella sua società meschina, sciocca, provinciale, bastava a condurre sull'orlo del suicidio per noia.
L'European Union Club era un perfetto esempio degli estremi a cui i colonizzatori francesi e inglesi possono giungere per creare un angoletto di patria in terra lontana e senza concludere nulla. Il club era stato un tempo una casa di campagna di un ricco mercante di Damasco, una casa ariosa a traforo, fresca, collocata in mezzo alla più magnifica zona dei monti libanesi. Gli europei non ci avevano messo molto a degradarla sino a darle tutte le peggiori caratteristiche di Liverpool e di Tolosa. Aleune sue parti somigliavano alla pubblicità della Chivas Regal. Il chintz vi dominava, abbellito da capezziere sulle poltrone e da orride lampade francesi stile floreale. La stanza da fumo era uno spettacolo, con boiseries di abete dipinte e polverose teste di animali selvatici distrutti dai membri più atletici. La Francia aveva riportato vittoria nella sala da pranzo. Le tavole erano state adornate di portastecchini, saliere piene di sale sporco, lacci da tovaglioli, luridi fiori di conteria in una terra dove i fiori più rari crescono come erbaccia. Le pareti erano rivestite di cutvelvet color senape, e le più sporche tende mai viste davanti a una finestra - broccato sopra la seta e sopra i merletti sudici - chiudevano fuori la luce e fin la possibilità di pensare che un bellissimo giardino fioriva proprio alle porte. Il cibo era britannico. Britannia dominava nella sala del biliardo col ceppo elettrico che ardeva senza allegria in un caminetto finto, con riproduzioni Tudor delle botteghe della Tottenham Court Road e le sue stampe sportive standardizzate (sebbene i francesi avessero astutamente sabotato quella manovra, appendendole troppo in alto). Nel bar, perfino i bravi, vecchi U.S.A. avevano fatto sentire il loro potere, istallando un laido juke-box che borbottava e trascolorava e una macchina per vendere le sigarette.
L'atrio non era stato quasi alterato; vi si vedeva soltanto in più un quadro di panno verde per gli annunci, irto di cartellini. La maggior parte delle informazioni destinate ai soci erano, in genere, scritte in inglese o in francese, ma vi si leggevano anche parecchi piccoli annunci privati, che dimostravano abbastanza chiaramente come era diviso il circolo. Vi si leggeva, per esempio: "Chi troverà una spilla di granati è vivamente pregato di restituirla a Lady Blecher. Grande valore sentimentale."
"Thé Dansant, le Samedi, 19, 17 heures. Achmed Maloof et son Orchestre Swing du Kit Kat Club Beirut. (50 piastre)."
"Alcuni soci giovani e trascurati si sono serviti della Sala da Giuoco per una riunione, e, senza riguardo per coloro che vorrebbero giocare a Bridge, hanno chiacchierato a voce alta e riso sganghera- mente ecc. Questo abuso deve cessare immediatamente.
"Torneo di Tennis - Junior - Doppio Misto Seymour Mont d'Or, capitano squadra maschile. Lucia Cantwell, capitano squadra femminile. Firmate sotto."
"Alcuni soci e i loro ospiti si sono presentati in piscina con costumi indecenti. Bisogna tenere presente, sempre, che l'European Union Club è un'organizzazione per famiglie."
Il disegno aggiunto alla firma della signora Cantwell questa volta era accuratamente cancellato.
"I soci che desiderano imparare gli ultimi balli sudamericani sono pregati di mettersi in contatto con madame Mont d'Or, la mattina, dopo le dieci."
Anche questo avviso era nella scrittura serpentina, sci-sci di Madame Mont d'Or, con le i sormontate da immensi cerchi invece del puntino e le t tagliate da lunghe diagonali. La carta era verde pallido e ogni foglio era contrassegnato da un immenso stemma.
Il Quadro degli Annunci mi fece capire che chi governava il Circolo erano le signore Cantwell e Mont d'Or.
"Tombola ogni Mercoledì - Ore 20."
"Tombola tous les mercrédis - 20 heures."
Signora Humphrey Cantwell.
"I soci che desiderano formare un gruppo per presentare le commedie di Noél Coward sono pregati di mettersi in rapporto con madame Mont d'Or. La mattina, dopo le dieci."
Signora Humphrey Cantwell.
La scrittura di questo avviso era così elegante che stentai a decifrarla.
Qualche francofilo irriverente aveva scritto sotto a stampatello: "Merde."
Un servo in fez rosso mi introdusse nello spogliatoio degli uomini, dove un altro servo mi aiutò a spogliarmi e a infilarmi le mutandine da bagno. Avrei potuto farlo da me solo, ma pareva che il circolo avesse più servi che soci. Mentre riflettevo sul mio costume, se era abbastanza largo per ottenere l'approvazione della signora Cantwell, un giovanotto uscì dalla stanza delle docce cantando con melodiosa voce baritonale I Get a Kick out of You40.
"Chi desidera accompagnare il signor Cantwell e me alle rovine di Palmira, venerdì, fra quindici giorni, può venire, in cambio del prezzo della benzina.
Due servitori cominciarono ad asciugarlo e a massaggiarlo. Poi egli si accorse di me e mi tese la mano: "Ciao," disse con puro accento americano "mi chiamano Sammy, ma il mio nome è Seymour."
"Buon giorno," dissi. "Mi chiamo...."
"Lo so già. Abitate nella casa accanto alla mia. Qui a Shufti, appena arriva qualcuno, lo sanno tutti."
Era bruno, ben fatto, aveva appena qualche anno pila di me. Doveva essere sulla ventina.
Chiacchierando amichevolmente del più e del meno, si attraversò il giardino ribelle avviandoci verso la grande piscina circolare, a mosaico.
Tolte due o tre dozzine di servi, in camicia da notte bianca, con fez rosso, eravamo gli unici esseri umani presenti. Le tende di cinquanta capanni vuoti sbattevano nella languida brezza montana. La piscina era alimentata da acqua sorgente, fredda e limpida. Sammy, o Seymour, si tuffò per primo e tagliò la superficie dell'acqua con lunghi colpi da maestro. Però ne uscì anche più rapidamente quando arrivò una biondina graziosa in costume da bagno di lastex bianco.
"Questa è Lucia Cantwell," egli disse con tono quasi da proprietario, e mentre così la presentava i suoi occhi l'accarezzavano teneramente. Non gli diedi torto. Era un bel bocconcino. Anche lei era americana e aveva circa diciotto anni.
"Felice di conoscervi," disse Lucia con dolcezza. "Abitiamo accanto a voi. La mamma vi aspettava di ora in ora. Penso che da un momento all'altro si getterà su voi. E naturalmente vi aspetterà tutti e due ai suoi martedì."
Dicevo qualcosa di fatuo e di mondano, come "Felicissimo di..." quando notai che Lucia, distrattamente, aveva messo la mano su! largo petto di Sammy. Era uno strano gesto, innocente, ma che per me almeno era pieno di significato. Egli le diede uno sguardo dove chiaramente si leggeva che avrebbe preferito di trovarsi in acqua con lei, anziché trattenersi a fare inutili chiacchiere con me. Poi Lucia Cantwel! tornò in sé e disse: "L'ultimo che si butta è presidente del circolo!"
Sguazzammo tutti e tre nell'acqua come delfini non so per quanto tempo. Ogni tanto vedevo che la popolazione intorno alla piscina aumentava; solo che nessuno si prendeva il disturbo di bagnarsi; venivano soltanto per sedersi davanti al proprio capanno; ogni tanto battevano le mani e si facevano portare da un servitore una limonata o uno Shandy Punch. Stare seduto era quasi una carriera a Shufti.
Ma proprio nel momento in cui Sammy salito sul trampolino si preparava a farci ammirare i! suo jackknife41 la più lugubre di tutte quelle persone si accostò alla piscina e gridò: "Lucia! Li-u-cia ! La mamma ti vuole, cara!"
"Oh oh!" disse Lucia arrossendo leggermente. "Ci siamo. Vorrei che veniste con me. Ve ne prego."
Dall'alto del trampolino, Sammy gridava: "Ora si vede il celebre..." Le parole gli morirono sulle labbra quando vide Lucia andarsene verso il capanno segnato: Cantwell, 1.
"Mamma," disse Lucia spingendomi avanti fra gli artigli del vecchio drago, "questo è il nostro nuovo vicino, Patrick Dennis."
"Come state?" disse la signora Cantwell con la sua voce da direttrice. Aveva il sorriso di un pescecane. "Ho mandato stamattina i nostri biglietti da visita a vostra zia." Ripeté la mostra meccanica delle zanne. "È una Burnside della Georgia, vero? Vecchissima stirpe!"
La signora Cantwell - il suo nome di battesimo era Lucia, anche se a vederla non veniva mai in mente che ella potesse avere qualcosa di così intimo come un nome di battesimo - era una matrona americana di età incerta, alta, ossuta, col sedere alto, fieramente priva di eleganza nel suo vestito da estate a fiorami che, virtualmente, urlava Lane Bryant (1)42, accompagnato da un panama leggermente ammaccato e da scarpine bianche da infermiera, "Prego, accomodatevi," disse. Di nuovo, il suo sorriso da mangiatrice d'uomini. "Lucia, cara, corri nell'atrio e prendi la sciarpa di mamma." Sapevo già che sarebbe stata una sciarpa di batik. "Questo sì che è un bel costume da bagno," disse la signora Cantwell. "Modesto. Non come certi costumi che vediamo indosso a Certa Gente," soggiunse, guardando ostentatamente i calzoncini più succinti di Sammy. "Spero che darete una specie di Buon Esempio a, ehm, Certa Gente che non ha avuto i Nostri Vantaggi."
Non capivo bene dove voleva arrivare, però decisi di tagliare almeno due pollici a tutti i costumi da bagno che possedevo. Pensavo anche di mettermi un brillante nell'ombelico quando la signora Cantwell mi fissò con sguardo d'acciaio e disse: "Poiché siete qui al Circolo penso sia giusto avvertirvi che vi sono, ehm, Certe Persone che è opportuno evitare. Voglio dire, non ho potuto fare a meno di notare che eravate in compagnia di uno dei nostri soci Meno Desiderabili. Sembrate un giovanotto molto intelligente, educato e per bene; a buon intenditor..."
Non avevo la più vaga idea di che cosa volesse dire la vecchia gallina, perché le sole persone che avevo incontrate erano sua figlia e il ragazzo chiamato Sammy Seymour.
"Naturalmente, la mia Lucia è molto democratica. La nostra posizione qui, voi capite... Ma non bisogna compromettersi con Persone Sbagliate. Quando vi ho visto stringere una così intima amicizia con..." Altro sguardo di sbieco verso Sammy di là dalla piscina.
"Mi dispiace, ma non so nemmeno come si chiama," dissi.
"Immaginavo che non lo sapeste, altrimenti non avreste mai permesso una tale intimità..." Abbassò la voce. "È Seymour Mont d'Or."
"Ah sì?" dissi distratto.
"Parlate francese?"
"Abbastanza."
"Allora, perché non traducete, giovanotto?" "Mont d'Or, Monte d'Oro," dissi, comprendendo sempre meno.
"Oh!" ella disse, e dopo una drammatica pausa: "Goldberg!" E fece una smorfia orribile che finì in sorriso.
Spalancai la bocca.
"Sapevo che sareste inorridito," disse con uno schifoso sorrisetto a bocca stretta. Ero inorridito, ma per un'altra ragione. "E ora, non ne parliamo più, nevvero ? Ecco che arriva Lucia con la mia sciarpa." Era di batik.
La signora Cantwell si mise al lavoro. Nel suo modo indiretto, scoprì dove viveva la zia Mame, come si era chiamata da ragazza, da dove veniva, quale scuola aveva frequentata, a quale Università mi sarei iscritto, i nomi dei ragazzi che conoscevo in America e quelli dei loro parenti. Ripensandoci non capisco se la signora Cantwell sia stata molto astuta o molto sottile nelle sue indagini, però mai prima di allora avevo conosciuto qualcuno che seguisse quel sistema. A metà dell'interrogatorio, mi resi conto di quel che faceva quella donna e sentii il selvaggio impulso di risponderle esattamente come avrebbe risposto la zia Mame, con un mucchio di frottole stravaganti che avrebbero annichilito la signora Cantwell per sempre.
"La zia Mame da ragazza si chiamava Bourbon e io sono il figlio morganatico di Francesco Giuseppe, viviamo nel Taj Mahal, mi si permette soltanto di giocare con principi del sangue e con l'eunuco di mia zia." Oppure, metterla in fuga dicendole che la zia Mame dirigeva un bordello a Paducah, che mio padre era stato il braccio destro di Al Capone, che, prima di lui, mio nonno aveva fatto il ricettatore di roba rubata, mentre fingeva di tenere una salumeria a Jersey City. Ahimè, fui troppo onesto e capii con troppo ritardo. Fui giudicato, disgraziatamente, signorile e ariano.
Sicura ormai che la zia Mame e io eravamo Gente Per Bene, la signora Cantwell iniziò un interminabile monologo che mi diede una esauriente visione del suo curriculum vitae, della sua genealogia, delle sue parentele in America e delle sue amicizie nel mondo intero. "lo ero una Lathrop di Lowell; mio padre, il vescovo... quando il signor Cantwell era ad Harvard... è una difficoltà, essere qui in Oriente e non potere presentare Lucia in società, come si deve... I miei cugini, i Morris Redields... mio fratello, Sturgis, noto per il suo grande amore per gli animali.., le Colonial Dames... i Discendenti del May flower... il profondo interesse del signor Cantwell per l'archeologia... bisogna stare molto attenti a chi si conosce qui... il mio vestito di Worth... per la mia presentazione in società... davvero, il signor Cantwell preferisce dirigere una scuola per ragazzi... non per il denaro, si capisce, è soltanto un passatempo... i bellissimi, bellissimi opali di mia nonna."
Lucia pareva imbarazzata e ogni tanto gettava uno sguardo verso Sammy Mont d'Or che diguazzava in compagnia di un paio di ragazze francesi chiaramente bruttine. Io ero imbarazzato per Lucia e furente con me stesso per essermi lasciato intrappolare da quel vecchio drago. Mi venne anche l'idea che la signora Cantwell doveva avere un diabolico istinto possessivo. Parlava dei Miei Martedì, della Mia Montagna, del Mio Popolo, della Mia Piccola Sarta Indigena - dunque il vestito non era affatto Lane Bryant - della Mia Beneficenza, della Mia Farmacia, del Mio Abilissimo Piccolo Medico Francese. Sembrava che le cose comuni venissero rese straordinarie se divenivano proprietà della signora Cantwell o erano protette da lei o vicine a lei. Mentre seguitava a chiacchierare interminabilmente, punteggiando ogni sua opprimente battuta con una serie di sorrisi macchinali, smorfie e moine compiaciute, sorpresi Lucia guardare il giovane Sammy Mont d'Or con crescente bramosia. Mi domandavo distrattamente se andavano a letto insieme, poi pensai che la signora Cantwell non avrebbe mai perso d'occhio la povera ragazza per tempo di quanto ne bastava per una rapida stretta di mano.
"Naturalmente, il signor Cantwell accetta soltanto pochissimi ragazzi, e ragazzi delle migliori famiglie di queste parti." La signora Cantwel! si era lanciata nella descrizione della triste scuola già diretta da suo marito a Beyrut, la quale, a dare retta a lei, metteva Eton e Harrow sullo stesso piano della Città dei Ragazzi del Padre Flanagan. "Accetta alcuni figli di ufficiali francesi, ma niente cattolici, e certamente, niente..."
Fu interrotta da una specie di silenzioso squillo d'attenti: tutte le teste si volsero e si presentò, più grande del vero, una donna che presi per la regina di Saba. Era magra, imponente, alta quasi due metri con sandali dalle grosse suola di sughero e un torreggiante turbante di seta scarlatta in testa. Indossava un costume da bagno di damasco lamé d'argento e addosso le pendevano da tutte le parti rubini che, cosa abbastanza raccapricciante, erano tutti veri. "Yoo hoo!" gridò agitando vagamente la mano verso la piscina. "Qa va, chérie! Bon jour mon capitaine. Buona sera, lady Belcher I Seymour, chéri, porta un cuscino a maman, tesoro. Ecco il mio cocco!"
"Chi..." cominciai.
"Quella roba," disse la signora Cantwell con uno sguardo di intesa, "è la signora Mont d'Or."
Osservai la signora Mont d'Or che sedeva sopra un cuscino, batteva le mani, ordinava "un petit café noir," e grandiosamente apriva un numero arretrato di Vogare, edizione parigina, mentre tutti i suoi diamanti e i suoi rubini scintillavano minacciosamente a! sole.
"L'invasione levantina," disse la signora Cantwell stringendo le labbra.
"Mamma, ti prego..." cominciò Lucia.
"Andiamo, Lucia," disse alteramente la signora Cantwell, "credo che porteremo questo giovanotto a casa, per prendere il tè con noi."
"Io... non posso," dissi cercando disperatamente di liberarmi da quella terribile vecchia scocciatrice.
"Mia zia non sta bene. Le ho promesso di tornare presto. Sono già in ritardo, davvero. Scusatemi."
Quando giunsi a casa, la zia Mame si alzava allora dopo un pisolino. Nel vassoio dell'ingresso vidi un mucchio di biglietti di visita e due grandi buste verde pallido, stemmate. I biglietti dicevano: "Signora Humphrey Cantwell," "signorina Lucia Cantwell," "signor Humphrey Cantwell" e, per il povero piccolo Patrick, immaginai, un altro "signor Humphrey Cantwell."
"Ecco, zia Mame," dissi, porgendoglieli. "Ti arrivano un po' di biglietti."
"Biglietti? Dio mio! È una scala reale. Come a Buffalo cinquant'anni fa. Sono sorpresa che non ne abbiano piegato l'angolo43. Chi è questa Cantwell, del resto?"
Cominciai a dirglielo; intanto ella apriva la grande busta verde che veniva, come sapevo, dalla signora Mont d'Or. "Oh Dio!" disse leggendo ad alta voce: "Monsieur et Madame H. Jules Mont d'Or vous prient d'assister à diner ce soir à Inuit heures. Le smoking."
"Oh Dio! ma non dovremo mica ciarlare per tutta la sera in francese, Non so proprio se ne avrei ancora la forza," osservò la zia Mame.
"Non direi che ve ne sarà bisogno. Sono americani. Ho conosciuto i! figlio. È simpaticissimo."
"Bene, perché non andiamo? Non penso che un paio di cocktails e un buon pranzo mi stancherebbero troppo. Ito," gridò, "per favore, vai subito nella casa accanto, con un biglietto. Vediamo... Madame Burnside - come si dice? - accetta con piacere..."
Ero pronto e vestito in attesa delle otto precise, quando la zia Mame si presentò in abito di cotone e senza gioie, salvo la fede e il braccialetto incastrato sopra il gomito. "Su, andiamo, mio piccolo amore."
"Ti pare di essere abbastanza... abbastanza agghindata, zia Mame ? Voglio dire, non vuoi mettere un po' di gioielli?"
"Sciocchezze, Patrick," rispose bruscamente la zia Mame. "Non capisci nulla della belate contare. In una piccola semplice stazione di montagna come questa non voglio fare una figura pacchiana. Sono sicura che questi Mont d'Oro, o come li chiami, sono una famiglia modesta e simpatica che vogliono semplicemente dividere con noi una piccola cena..."
"Bene, bene, bene!" dissi. "Andiamo."
Non so precisamente a quale effetto avesse mirato la signora Mont d'Or, ma l'interno della sua abitazione moresca somigliava esattamente al Teatro Alhambra di Loew. Fummo introdotti da due enormi servitori berberi. Io quasi mi attendevo che si mettessero nudi sino alla cintola e prendessero a martellare un gong per annunciare il nostro arrivo. La zia Mame spalancò gli occhi quando vide la spaventevole vastità della sala di ricevimento, ma gli occhi le uscirono quasi dalla testa, quando si presentò la signora Mont d'Or coperta di lamé d'oro e diamanti. Automaticamente la zia Mame volle far scintillare il grosso smeraldo cabochon del suo anello, ma dovette ricordarsi troppo tardi che era a casa nell'astuccio dei gioielli.
Con un subisso di "énchantée, e la-la, e après voila," fummo introdotti nel vasto salon che sembrava il serraglio di un sultano, con in pii' una enorme Capehart O in un armadietto Chippendale. Qui, tra orchidee e servitori trovammo Sammy, H. Jules Mont d'Or, e una certa M.lle de Chimay, graziosa ma scialba ragazza francese, la quale, come la signora Mont d'Or confidò alla zia Mame, sarebbe stata ottima, come nuora. "Bien élevée" e con una "dot."
Devo dire che H. Jules mi parve un consorte male assortito con madame Mont d'Or. Era un omettino dolce, triste, tondo, con grossi occhi umidi e la testa calva e rosea. Parlava di rado e quando parlava sembrava non fosse mai sicuro se quel che diceva spiacesse o no alla moglie. Portava una giacca da ufficiale di lamé d'oro eguale al vestito della moglie, suppongo. Seymour indossava uno smoking celeste chiaro che formava un bel contrasto con la sua tinta abbronzata, ma che pareva metterlo molto a disagio. Si sentiva che la signora Mont d'Or comandava sugli abbigliamenti dei suoi uomini.
C'erano champagne francese e caviale russo; poi si fece una lunga passeggiata fino alla sala da pranzo, che era grande circa quanto l'Arena di Madison Square Garden e brulicava di colonne a mosaico ritorte e di arabeschi. Dietro ogni sedia, stava un servitore indigeno. A pranzo la conversazione si svolse in inglese. La signorina de Chimay lo parlava correntemente e fu una fortuna per tutti, specialmente per la signora Mont d'Or che parlò sempre lei, raccontando di come faceva venire i suoi vestiti direttamente in volo da Parigi, dei suoi gioielli, de! cuoco che aveva rubato a La Rue, di come si era fatta fare il ritratto da Marie Laurencin, della Citroén bianca (poter le sport) che aveva ordinato espressamente alla fabbrica, del nuovo arredamento per la sua casa d'inverno a Damasco, insomma, di se stessa. Mi parve noiosa quasi quanto la signora Cantwell, anche se con maggior magniloquenza di lei, ma alla fine condusse via le signore verso quello che ella chiamava "le salon de l'Imperatrice" e io rimasi, esausto, con Seymour e con H. Jules.
Un'impressionante corteo di servi portò i liquori e una bottiglia di tonico di sedano del dottor Brown per H. Jules. Per la prima volta in quella sera H. Jules Mont d'Or pronunciò una frase intera seguita da un'altra: "Mi scuserete, ragazzi, se non bevo liquori. Questo mi è stato spedito da New York."
"Va benissimo papà," disse Seymour. "Bevilo con gusto."
"Cin cin," dissi levando il mio sferico bicchiere di cognac verso H. Jules.
"A New York," disse H. Jules, fissandomi con uno sguardo scuro, liquido. "Ditemi, com'è New York ?"
"New York, signore? È una domanda impegnativa. La popolazione..."
"No, no, giovanotto. Questo lo so. Sono nato a New York. Sono nato si può dire a Ellis Island. Ma sono già dieci anni che ne sono lontano." Con un sorriso dolce e triste, H. Jules guardò in fondo al bicchiere di tonico. "Quelli erano tempi felici, un appartamentino sul Mosholu Parkway. Naturalmente quando gli affari prosperarono, Sadie volle Central Park West. Anche quello era bello, stupenda veduta, vicino alla Metropolitana, una strada poco lontana dalla Columbia Grammar School per il ragazro... Si, un meraviglioso paese," proseguì assorto il signor Mont d'Or. "Conoscete il ristorante di Pollack in Delancey Street? Ogni volta che prendo un bicchiere di tonico di sedano, penso al pastrami44 caldo di Pollack. A volte mi sogno un grosso piatto di pastrami caldo. E i Bagni Luxor ! Ogni venerdì sera facevo un bagno russo. Cinque secchi, potevo sopportare! Sì, New York è un luogo meraviglioso. In quale altro luogo si potrebbe cominciare dal niente (naturalmente Sadie viene da gente istruita, ha due fratelli, uno medico e l'altro avvocato) e finire ricchi?"
"Accidenti, signor Mont d'Or," dissi, "ma perché mai siete venuto a finire, uhm... nella Lega Araba?"
"La seta," disse H. Jules. "In patria commerciavo in mercerie fantasia; poi il fratello di Sadie, l'avvocato, trovò questa filanda di seta a Damasco, seta della migliore qualità, mano d'opera a poco prezzo, niente sindacati. Così eccoci qua. A Sadie piace. Ogni anno, andiamo a Parigi, a Milano, in Italia, tutti posti che piacciono a Sadie. Non abbiamo una casa. Ora mi occupo un po' di lana, di essenze, fili d'oro, gale, fantasie, un po' di petrolio. Non posso lamentarmi, ma quando penso a New York e a un grosso piatto di pastrami caldo..."
"Zuuuuuuul!" gridò la stridula voce della signora Mont d'Or. "J'attends!"
"Chi l'avrebbe mai detto!" osservò la zia Mame quando fummo tornati in casa nostra. "Non avrei mai sognato l'esistenza di una persona come Sari Mont d'Or."
"È la dimostrazione di quel che si può fare con qualche corso di lezioni Berlitz."
"Oh Patrick, sento tanta compassione per quel povero dolce piccolo marito. Mi ricorda il mio ortopedico. E il figlio è un tesoro. Ma di tutte le femmine superficiali, pretenziose, motorizzate che io abbia mai viste..."
"Aspetta domani," dissi.
"Che cosa è domani, tesoro?"
"Il Martedì della signora Cantwell."
Le coté de Chez Cantwell era, se mai, peggiore dell'Ombra di Villa Mont d'Or. Mentre la signora Mont d'Or diguazzava nell'ostentazione orientale, la signora Cantwell aveva ignorato imperterrita l'architettura orientale della casa, che aveva cercato di trasformare in una dimora di Lowell, Massachusetts. Come l'Oriente e l'Occidente anche le due cose non volevano accordarsi.
Vis-à-vis rivestiti in tessuto di crine di cavallo e sedie Chippendale americano occhieggiavano fra maioliche e archi; tende Priscilla increspate pendevano davanti a finestrine a forma di serratura, e le pareti erano generosamente coperte di alfabeti a punt'in croce, clipper e ritratti di truci antenati che pareva patissero di complicazioni intestinali.
Posato, a caso, voleva parere, sopra un tavolino pie crust,45 dove in realtà nessuno avrebbe potuto fare a meno di vederlo, stava un esemplare di molti anni addietro del Libro d'Oro della società di Boston, il quale si apriva da solo, quasi per un semplice meccanismo, alla pagina dove erano elencati i Cantwell. Fu un bel divertimento vedere la zia Mame mettere il libro rovesciato, solo perché la signora Cantwel! lo rimettesse immediatamente diritto.
Avvilita per essersi, la sera prima, vestita troppo semplicemente per il pranzo dalla signora Mont d'Or, la zia Marne volle questa volta vestirsi come si deve, andando dalla signora Cantwell. Si presentò in un attillato abito di lino nero, con un immenso cappello nero, guanti lunghi e tutte le sue perle. Anche questa volta, aveva sbagliato. Quando arrivò nella scalcinata cerchia della signora Cantwell, parve Mata Hari giunta a prendere il tè con le Socie della Stella d'Oriente46. Vidi bene che la signora Cantwell, nel suo vestito di pongé a due pezzi, "coi belli, bellissimi opali della nonna," la disapprovò totalmente, e certamente gli opali soffrirono nel confronto.
La cerchia della signora Cantwell, e non era da mettere in dubbio che ella non ne fosse il Fiihrer assoluto, consisteva in americani e in inglesi attempati e insignificanti, di media età, media rendita e media classe. C'era un vecchio pastore inglese rammollito, un antico archeologo, un paio di ingegneri americani con mogli gravide, una vedova dell'isola di Wight, un giovane finlandese che insegnava inglese all'Università Americana di Beyrut, una zitella con grossi denti che faceva del suo meglio per convertire al calvinismo la rimanente popolazione musulmana e un giovane newyorkese deprimente che parlava come se avesse la bocca piena di patate bollenti e si chiamava Chauncey Lawrence Whitney Brooks, o Lawrence Chauncey Brooks Witney, insomma uno di quei nomi che sono una raccolta di cognomi che nessuno può rammentare nell'ordine giusto, e, del resto, pochi ne avrebbero voglia. Era qualcosa, come terzo assistente del vice-segretario all'Ambasciata americana a Damasco, e forniva alla signora Cantwell l'unica giustificazione per dire spesso che ella si muoveva "nelle cerchie diplomatiche." Comunque, virtualmente, lo imponeva alla povera Lucia.
Per tutto i! pomeriggio continuarono ad arrivare persone indistinte e indistinguibili. L'unico legame comune tra loro sembrava fosse la lingua inglese e la scarsa fiducia in se stessi che li induceva a sopportare, per il gusto di trovarsi in compagnia e per amore di una tazza di tè Lipton, le prepotenze della signora Cantwell. Che padrona di casa dispotica! Per quanto l'adunanza fosse mediocre, la signora Cantwell dotava ogni ospite di una qualità artificiosa, che imbarazzava tutti. "So che vorrete conoscere la signora Mayberry," urlava con voce stentorea che metteva tutti a disagio, spingendo un'inerme sconosciuta in un gruppo di estranei. "Fa composizioni di fiori secchi bellissimi. Un vero pollice verde."
"La signorina Trout viene da Shakers Heights e ha una bellissima voce di soprano. Forse potrete persuaderla a cantare per noi."
"La madre del signor Hewlett era una Hoare."47
Dopo ogni imbarazzante presentazione, la breve biografia, l'abbozzo di descrizione divenivano pii grandiose, perché tutto ciò che apparteneva alla signora Cantwell - e i suoi invitati erano semplicemente oggetti suoi - doveva essere eccezionale, anche soltanto per via della sua vicinanza.
Avevo già notato che, una volta lontani dalla patria, trasferiti in un luogo dove una grande casa, un seguito di servi e tre abbondanti pasti al giorno si potevano avere per meno di cento dollari al mese, molti miei compatriotti si davano arie che non avrebbero osato ostentare in patria, a Glendale o a Forest Hills o a Oak Park. Dimenticando troppo presto i piccolissimi appartamenti e i bungalow di periferia onde scaturivano, gli impiegati governativi in esilio e i rappresentanti all'estero propendevano a divenire languidi, prepotenti, loquaci, a trattare dall'alto in basso la popolazione indigena, a rimproverare, bruschi e bisbetici, le distrazioni delle cuoche, delle bambinaie e dei giardinieri, loro che in passato non avevano mai avuto per servirli nemmeno una donna a ore. La signora Cantwell parlava spesso della sua "cerchia d'amici" terribilmente cosmopoliti. Non lo erano affatto. Erano disperatamente parrocchiali, atterriti dall'idea che qualcuno potesse svelare la loro vera classe, viventi prove che si può essere egualmente provinciali nel Middle East come nel Middle West. Nessuno dei Mont d'Or era stato invitato.
Informata sul conto della zia Mame quanto bastava per interessarsene vivamente e non abbastanza per temerlo, la signora Cantwell, era chiaro, sentiva di avere ospite una leonessa. Non si rendeva conto che era anche una tigre.
"Signora Burnside," disse con grande sentimento, facendo balenare il suo sorriso da pescecane. "Permettete che vi presenti a qualcuno dei miei. Sapete che i miei Martedì sono celebri, nel Libano come in Siria ?"
"Celebri, mia cara?" disse la zia Mame con un sorriso che era puro barracuda. "Sono noti persino nella lontana Transgiordania."
"Sì, lo credo anch'io," disse la signora Cantwell. "Humphrey, caro, vieni che ti presento alla cara signora Burnside. Lucia Lucia, cara, la mamma ti vuole."
Il signor Humphrey Cantwell, il Mister Chips del Medio Oriente, venne avanti con la tonante falsa cordialità di un preside di scuola o direttore di campeggio. Il piglio del signor Cantwell voleva sottintendere il motto fasullo: "datemi-un-ragazzo-e-vi-renderò-un-uomo," e mi rammentava i professori dell'Accademia di San Bonifacio. Era uno di quegli uomini che dirigono un'oscura scuola privata non per amore della gioventù o della erudizione, ma perché non sanno fare altro che diluire la propria insufficiente istruzione. Espressioni quali buona razza, vero signore, vero aristocratico erano le pietre angolari della sua conversazione. Potevo benissimo immaginarlo, nelle riunioni scolastiche, sostituire le sue polverose relazioni mondane, il suo meschino snobismo, la sua insignificante genealogia - flagranti falsi - alla intelligenza, alla capacità di dirigere, mentre arringava uno studentato troppo lontano dalle migliori sedi della cultura per potere fare altro che soffrire in silenzio. Humphrey Cantwell era una vecchia e boriosa montatura. Però, in confronto a sua moglie, era un Principe Azzurro. Non riuscivo a capire come e perché una ragazza così leggiadra come Lucia fosse nata da loro.
"Ma ora, voi ve ne andrete coi Miei giovani," disse la signora Cantwel! come se dirigesse i! traffico all'imbocco della Galleria Holland. "Però non fate ingelosire Chauncey. È uno dei più fedeli ammiratori di Lucia. (Sua madre era una Lawrence.) Questi giovani diplomatici, sapete..."
La zia Mame roteò teatralmente gli occhi e posò la tazza del tè. Aveva l'aria di una persona capace di appiccare un incendio per avere un bicchierino di qualcosa.
Lucia parve quasi sollevata nel vedermi intervenire nel suo colloquio a quattr'occhi con Brooks Whitney Lawrence Chauncey, o come-si-chiamava. "Davvero," egli diceva, con voce newyorkese che mi faceva pensare avesse la digestione difficile, "sono l'unico uomo bianco dell'ambasciata. Tutti gli altri sono semplicemente una masnada di seguaci del New Deal. Oh hello!" disse guardandomi come se in quel momento fossi uscito strisciando dalle cloache. "Sento che mi avete prevenuto per accompagnare Lucia al ballo del circolo, stasera."
"Oh... che cosa ?" dissi sbalordito.
"Ah sì!" disse Lucia con una vivacità da sciocca gettandomi uno sguardo disperato. "Patrick mi ha invitato secoli addietro! Non è vero, Patrick ?"
"Mi pareva aveste detto che è arrivato soltanto ieri," disse il Dono del Partito Repubblicano alla diplomazia.
"Ho mandato avanti l'invito con un cammello da corsa," dissi.
"Ma io parlo sul serio!" ed egli si allontanò, petulante, per infliggere le sue premure a qualche altro fiore di giovinetta.
"Sentite, Lucia," dissi, "io sarò felicissimo di accompagnarvi al ballo, ma non mi tirate fuori queste cose, così alla sprovvista. Non sapevo nemmeno che ci fosse un ballo."
Uscimmo nel giardino, che, nonostante tutti gli sforzi della signora Cantwell per trasformarlo nell'Orgoglio del Circolo dei Giardinieri del Massachusetts, conservava cocciutamente la sua rigogliosa fioritura asiatica.
"Che cosa è tutta questa storia?" domandai, dopo che si fu chiusa la porta dietro di noi. "Semplicemente questo: sono stata sempre innamorata di Sammy Mont d'Or tutte le estati - e anche d'inverno, sebbene in questa stagione non ci vediamo mai - da quando avevo dodici anni e voglio uscire soltanto con Sammy."
"E allora, perché non vi accompagna Sammy al ballo? Ho avuto l'impressione che anche lui vi voglia molto bene."
"È proprio così, davvero, Patrick. Mi scrive bellissime poesie e lettere d'amore. Però la sua terribile madre chic non gli permetterà di chiedere la mia mano perché non siamo abbastanza ricchi. E anche se fossimo ricchi e volgari quanto lei, mia madre non mi permetterebbe di uscire con lui perché i Mont d'Or, veramente, sono ebrei e la mamma è una terribile snob."
"Mi... mi sembra che tutte e due quelle signore siano piuttosto arcigne," dissi misurando le parole. La gente dice peste della propria famiglia o della propria casa, città o patria, ma generalmente si rivolta come una vipera se un estraneo aggiunge qualcosa di poco lusinghiero al suo schiacciante giudizio.
"Non c'è bisogno che facciate complimenti," disse Lucia. "La mamma è peggio che arcigna. Sammy Mont d'Or si propone di cambiare il nome in Rosemberg, la settimana prossima, quando avrà ventun anno; è uno dei ragazzi pii dolci, gentili, belli e intelligenti del mondo, ma la mamma morrebbe se sapesse che lo amo."
"E sarebbe tanto terribile?" domandai.
Nemmeno a queste parole Lucia si sdegnò. "La mamma non sarà felice sino a quando non mi avrà fatto sposare qualche cretino come Chauncey che ha un albero genealogico col quale lei potrà seccare la gente ai suoi stupidi tè. Un ragazzo come il babbo, soltanto più ricco. E io mi ucciderei piuttosto che sposare un uomo come..."
"Bene, bene," dissi quasi spaventato dalla sua passione. "Ho detto che sarò felice di accompagnarvi al ballo. Che altro posso fare?»
"Siete un tesoro, Patrick. Allora, se volete mettervi l'abito da sera, e venirmi a prendere verso le nove..." Arrossì; il rossore le donava molto. "E poi, permettermi di incontrare Sammy nel vostro giardino, come si faceva sempre quando la casa era sfittata..."
"Forse vorreste entrare in casa e servirvi di una delle camere per gli ospiti," offrii.
"Magari! Sammy è troppo bravo per cose così! Quasi vorrei che non lo fosse."
"È uno dei modi più rapidi che io conosca per sposare una ragazza, sotto le grinfie materne, non so se mi spiego."
"Li-u-scia!" nitrì la signora Cantwell dalla porta. "La mamma ti vuole!"
"Bene," dissi prontamente, "ci vedremo stasera, Lucia. Ci divertiremo davvero un mondo. Eeeeeh!"
"Ah, il ballo!" disse la signora Cantwell leziosa, "che bellezza!"
"Che io sia maledetta," disse la zia Mame quando finalmente si sfuggi alle grinfie della signora Cantwell e tornammo a casa nostra, alla porta accanto. "Che altro pensi ci riserbi questo posto? Dalla Costa Azzurra ebraica di ieri sera siamo passati oggi nel pomeriggio alla Lega Longfellow delle Loquaci di Lowell!" E mentre saliva esausta le scale proseguì: "Hai mai veduto una simile raccolta di bovini da quando sei nato? Dopo essere sembrata mezza nuda alla Maharani di Miami, pensavo che, per poco che potessi fare, oggi dovevo avere un po' di pizazz addosso. Quando invece ho visto quella mandria di ragazze Ground Grippers, io semplicemente... Di', a proposito, non ho veduto i Mont d'Or fra i gaudenti della Cantwell."
"Era poco probabile che tu ce li vedessi," dissi. "Sono i Capuleti e i Montecchi locali." Poi, pensando a quegli amanti di Verona, andai ad avvertire Sammy Mont d'Or dell'abboccamento concertato per la notte nel giardino della zia Mame.
Mi infilavo lo smoking quando la zia Mame si affacciò alla porta e disse: "Dove credi di andare, piccolo amore? O in questo luogo arretrato e provinciale si usa mettersi l'abito da sera per pranzare in casa ?"
"Ho... promesso di accompagnare Lucia Cantwell a! ballo del circolo," dissi molto sinceramente.
"Oh. bene, è una cara creatura nonostante la vecchia belva della madre. Divertiti. Io mi farò portare un vassoio in camera e mi tufferò nei libri nuovi che mi ha mandato la Biblioteca del Circolo. Ultime novità. Non so se cominciare col Cappello Verde o con Tre settimane. Cerca di tornare a un'ora ragionevole, tesoro."
Tornai a un'ora che non avrebbe potuto essere più ragionevole. Venti minuti dopo, avendo depositato Lucia con l'innamorato nel chioschetto frondoso dietro alla casa della zia Mame, salivo le scale in punta di piedi, con gli scarpini in -mano. Mi felicitavo meco stesso dell'abilità con la quale avevo combinato tutta !a faccenda, quando la luce si accese e vidi la zia Mame in vestaglia puntare la rivoltella dall'impugnatura di madreperla verso la regione approssi mativa della mia inforcatura. "Mani in alto o... Patrick!"
"Metti giù quel coso," dissi. "Potresti fare del male a qualcuno."
"Che fai a casa così presto?"
"Oh," dissi, "Lucia si è sentita male e non è potuta venire. È a letto con una febbre da..."
"Patrick," disse la zia Mame calma, "menti spudoratamente. Mi lavavo i denti, quando ho visto te e Lucia uscire dalla casa dei Cantwell. Indossava un abito di organdis bianco con un fichu increspato, molto carino. Non so da chi quella ragazza abbia preso il buon gusto. Ora dimmi la verità."
C'era poco da scegliere. Gliela dissi.
"Ah Patrick," disse quando ebbi finito, "mio caro, sciocco ragazzo. Quante volte ti ho detto di non ficcare il naso ne!la vita degli altri? Dove mi troverei io oggi se non mi fossi imposta di non intervenire mai negli affari altrui? Non so se mi comprendi."
"Credo che saresti la moglie di Basil Fitz-Hugh e diverse altre cose che non sei. Per amore di Dio, sono ragazzi simpatici. Ora torna a leggere e lascia che facciano l'amore in giardino. Non fanno de! male a nessuno."
"Questo tuo discorso è scortese e offensivo, Patrick. Sono due minorenni, e poiché io pure mi trovo a dovere affrontare un difficile problema di puericu!tura, sento che è mio dovere..."
"Oh, scendi di cattedra, signora Siddons,"48 dissi arrabbiato.
"Sento che è mio dovere telefonare alle madri e raccontare loro tutto. D'altra parte, sarei così obbligata a parlare sia con la signora Cantwell, sia con la signora Mont d'Or e non me ne sento la forza. Comunque, non posso approvare che facciano ciò che stanno facendo ne! mio giardino. Abbi la compiacenza di condurli immediatamente qui, Patrick."
"No," dissi.
"Molto bene. Non mi lasci altra scelta. Andrò io." Con queste parole corse giù per le scale. "Tu vai in camera."
"Chi parlava di ficcare il naso!" le gridai dietro.
La luce della luna era così forte che vidi senza difficoltà la zia Mame attraversare come una gazzella il prato in direzione del chioschetto. Mi resi conto che ella mi aveva veduto egualmente bene alcuni minuti avanti. Poi, vidi gli innamorati sorpresi ricondotti in casa. Mi pareva che per una donna di vedute larghe come la zia Mame, la quale spingeva sempre la gente sino all'orlo estremo della virtù, quel modo di agire fosse molto strano. Aspettai alcuni minuti, fino a quando i peccatori fossero scacciati dal giardino. Ma non accadde nulla. Passò un'ora, poi un'altra. Poi, andai a letto. Erano le due suonate, quando fui svegliato dalla zia Mame che mi scuoteva. "Che cosa c'è adesso, signora Grundy ?"
"Alzati, Patrick ! Su, mettiti l'abito da sera, e accompagna Lucia a casa dopo il ballo. Non ti ho mica insegnato a comportarti come i mascalzoni che invitano una ragazza al ballo e poi non la riaccompagnano a casa ! Se vuoi Vivere una Menzogna, bisogna andare sino in fondo! 'Oh quale trama intricata tessiamo quando l'inganno prepariamo!' Lo dice Shakespeare, vero?"
"Lo dice Scott e puzza. E così fai anche tu, vecchia ficcanaso!"
"Basta, Patrick I Vestiti immediatamente e riaccompagna Lucia ai suoi cari."
Mi ero aspettato di trovare Lucia sconvolta e lacrimosa, incline al suicidio e molte altre cose, in uno stato che difficilmente avrei potuto sopportare. Invece Lucia era raggiante e un tantino brilla. "Oh Patrick," disse guardandomi con occhi scintillanti mentre la guidavo verso casa sua, "tua zia è una delle donne più straordinarie che io abbia mai conosciute. Straordinaria!"
"Sì, straordinaria, davvero!" dissi torvo, spalancando l'uscio dei Cantwell.
"Ti sei divertita, Li-u-scia ?" sentii gridare la vecchia Ascia di Guerra. "Perché non fai entrare quel simpatico giovanotto e gli offri una spremuta di limone?"
"Buona notte," dissi e tornai a casa a passo di carica.
Le luci erano ancora accese e la zia Marne mi aspettava nel corridoio mentre io salivo la scala. "Ah! Patrick," disse, "arrivi in tempo per una chiacchieratina. "
"Faccio appena in tempo a tornare a letto. 1 quasi l'alba."
"Vieni, mio piccolo amore," disse afferrandomi per una manica e trascinandomi verso la sua camera. "Sai che a Broadway, anni fa, diedero una commedia, così buffa... Si chiamava La Rosa Irlandese di Abramo. Terribile, si capisce. Ma ebbe migliaia di repliche."49
"Io non ho assistito a nessuna di esse, grazie al cielo, e ora, buona notte!"
"Siediti, dannato! Sei tu che hai cominciato questa storia e sarò io adesso che la finirò."
"Basterebbe che tu la finissi di parlare... Finire che cosa?"
"Ma, Sammy e Lucia, tesoro. Naturalmente. Voglio dire che sono due giovani così giudiziosi e cari, sebbene non capisca come sia possibile, con quelle madri spaventevoli! E poi Patrick, sono così innamorati! Così innamorati, così giovani e così inermi, senza nessuno più anziano di loro che li guidi verso la loro meta, il matrimonio."
"Il matrimonio! Dio mio, zia Mame, che cosa vuoi..."
"Ebbene, hai cominciato tu, mio piccolo amore, aiutando e assecondando questi giovani romantici..."
"Non ho cominciato un corno. Ho accompagnato Lucia nel tuo vecchio chioschetto infestato di zanzare perché potesse vedere il suo ragazzo. Ora tu stai cercando di mandarli a letto insieme. E parlavi di non ficcare il naso e di badare ai fatti propri..."
"Vi sono momenti, Patrick, in cui i! cuore comanda e bisogna obbedire."
"Il tuo cuore non comanda nulla. Ti annoi a morte in questo posto. Cioè, ti annoiavi finché stanotte hai trovato due vite da governare. E adesso, pensi di mettere sottosopra la città, mentre..."
Per quanto si sforzasse energicamente la zia Mame non riuscì a trattenere un sorrisetto esasperante.
"Forse, Shuf ti non è un luogo molto interessante. Ma può diventarlo. Inoltre penso che Sammy e Lucia meritano di..."
"Penso che tu meriti di essere affogata in un bagno di insetticida per le pecore. Non voglio muovere un dito per..."
"Va bene, mio piccolo amore, allora preparerò i miei piani senza di te. Ora puoi andare."
Dormii fino a tardi e mi svegliai in tempo per vedere, con occhi assonnati, qualcosa che pareva la zia Marne attraversare il giardino verso casa Cantwell. Naturalmente mi rendevo conto che non poteva essere la zia Mame, dato che l'apparizione indossava un vestito informe come un sacco fatto, sembrava, in un vecchio copriletto di chintz. Portava sopra un braccio una sciarpa romana a righe e un cestino di fiori appassiti, mentre i piedi le guazzavano in quelli che mi pareva fossero i miei vecchi sandali. Poi, in un lampo di terribile luce, mi precipitai nello stanzino. I sandali e il copriletto erano scomparsi.
Furioso, feci il bagno, mi rasai e vestii frettolosamente. "Non faccio colazione in casa," gridai a Ito. "Mangerò al circolo. Tutto, pur di scappare da questo manicomio." Ito ridacchiò passivamente.
Mangiai un cibo assolutamente immangiabile nella sala del circolo, poi scesi nello spogliatoio per mettermi in costume da bagno. Una nuotata mi avrebbe almeno rinfrescato. La prima persona che vidi, fu Seymour Mont d'Or che lottava febbrilmente coi bottoni della camicia.
"Vai a fare un tuffo?" domandai, troppo imbarazzato per osare di guardarlo.
"No, esco ora dal bagno. Ragazzo, lascia che te lo dica: che zia la tua! Non ve n'è un'altra simile a lei!"
"Allora, tanto meglio. Però, ascoltami Sammy. Non ascoltarla... Non..." Ma ormai se n'era già andato, abbottonato a metà.
Mi infilai i calzoncini più corti che avevo, tirandoli molto in su sulle cosce e arrotolando la cintura in modo che se la zia Mame voleva giocare alla Società per la Soppressione del Vizio, per far piacere alla signora Cantwell, io sarei stato la sua vergogna.
Il sole accecava quando uscii dalla piscina. Mi riparai con la mano e strinsi gli occhi per guardare il capanno dei Cantwell. Era vuoto. Poi sentii una voce inconfondibile che trillava: "Hélas! Mais Sani, ma chère, se i costumi da bagno Schiaparelli ti sembrano corti, dovresti provare quelli disegnati da Pamplemousse."
"Pamplemousse, Mame, chérie?" domandò la signora Mont d'Or, affascinata.
"Mais osti, bébé, ha un atelier divin nella rue Blondell. Si intende che non vuole disegnare per chiunque, naturellement, però, la mia cara amica, la duchessa du Pont-Evéque, née Miss Patty du Clami, mi ha presentata. Questo modellino lo ha chiamato Banana Bandanna."
Guardai e rimasi senza fiato. La zia Mame aveva preso una mia lunga sciarpa gialla e, come la Gallia, l'aveva divisa in tre parti. Una se l'era avvolta, ma poco, intorno ai fianchi, la seconda le serviva da reggipetto del tutto insufficiente, la terza, dì gran lunga la più voluminosa, se l'era messa a turbante, un turbante anche più torreggiante di quello della signora Mont d'Or. Per giunta si era tappezzata di ori, di ambra, di topazi e di brillanti canarini. La signora Mont d'Or in viola e acquamarine pareva conformista accanto alla zia Mame. Conformista, ma bramosa.
"Oh, prosegui, Mame, chérie," disse la signora Mont d'Or. "Ci si sente cosi., uhm... passée, così fin de siècle quaggiù e non à la page con..."
"Uh, uh, Patrick, mon petit trésor, j'attends," strillò la zia Mame.
"Puoi benissimo attendre finché l'inferno si gela se credi che io voglia essere veduto con te in quell'indecente..."
Mi travolse. "Zii! Regardez, Sani, le pasture pelli in quel costume intero che ha indosso! Dròle, eh? Come vorrei convincerlo a indossare qualcosa di più chic, più moderne, una specie di, come dici, erichesexeiti Infuriato, tirai giù i calzoncini per nascondere quanto più potevo di me stesso... "Ho un'ambasciata per te, zia Mame," le gridai gentilmente.
"Da parte di chi, mon petit trésor?"
"È molto urgente.,. e privata," dissi. così ella si mosse di corsa sebbene io nutrissi seri Miliari per il suo costume da bagno frettolosamente improvvisato.
"Come ti sembro?" domandò.
"Sembri la mezzanotte da Minski,50 Come diavolo ti sei camuffata, vorrei sapere? Se la signora Cantwell ti vede attrezzata cosi, ti fa arrestare e non le darei torto. È il più disgustoso..."
"Oh, non ti preoccupare per quella vecchia guastafeste. L'ho mandata a Beyrut nella Rolls a comprare un binocolo e i registri per gli uccelli. Siccome tu non c'eri per farmi una commissione, ho dovuto mandare Sammy Mont d'Or per una cosa importantissima, La quale sarebbe che Lucia e lui, in questo momento, devono essere l'uno nelle braccia dell'altra. Intanto, io mi diverto un mondo a infiammare mamma Mont d'Or con le ultime briciole della moda. Le 'invento tutte di sana pianta, si capisce, ma lei mi crede a occhi chiusi. Credi che avrei fortuna come disegnatrice di costumi da spiaggia?" domandò posando elegantemente sull'orlo della piscina.
"No, se tu non volessi incappare nelle norme di legge," dissi.
"Be', hai interrotto la mia campagna. Che cosa sarebbe questa ambasciata importante?"
"Questa," dissi, notando che la signora Mont d'Or si affaccendava col rossetto cercando di copiare la bocca Ubangi che si era fatta la zia Mame. "Rinfrescati le idee." Diedi una piccola spinta alla zia Mame e fui compensato dal suo sonoro tuffo. Poi me ne andai verso lo spogliatoio.
"Patrick!" gridò la zia Mame. "Patrick, per amore del cielo, gettami un asciugamano!" Mi voltai e vidi tre quarti del costume della zia Mame galleggiare indipendentemente da lei e da se stesso verso la parte meno profonda della piscina.
La mattina dopo, la zia Mame si alzò con gli uccelli, letteralmente. All'alba, sentii una quantità di yu-hu e vidi la zia Mame correre verso la signora Cantwell in un abbigliamento che solo io avrei potuto descrivere, perché ogni pezzo era di mia proprietà, carica di binocoli, sandwich e con un manuale sui Nostri Amici Piumati. Il pezzo forte de! suo abbigliamento era un mio vecchio maglione da ciclista che le scendeva sin quasi a metà delle cosce. Col maglione portava una sgraziata gonna a pieghe ricavata dalla gala del mio copriletto, i miei migliori calzettoni inglesi, le mie scarpe sportive con la linguetta e il mio cappello porkpie51 calzato basso fino ai miei occhiali neri.
"Siete stupenda, cara signora Burnside! Posso chiamarvi 'Mame'?" sbraitò la signora Cantwell. "E adesso andiamo a guardare i nostri uccellini."52
"Che divertimento, Lucy!" gridò la zia Mame.
Mentre le due signore salivano la collina, vidi Lucia e Sammy uscire ciascuno come un lampo dalla propria casa per venire ad abbracciarsi nel giardino della zia Mame.
"Oh, i miei poveri piedi!" gemette la zia Mame, a mezzogiorno, dopo essersi signorilmente accomiatata dalla signora Cantwell. Salì esausta in camera sua e lasciò cadere sul tappeto le mie scarpe sportive con un mucchio di sabbia. "Sono semplicemente soffocata sotto questo tuo maglione..."
In quel momento, una voce da cacatoa si levò dal prato. "Mame! Mame!, chérie! Bon jour! Sono venuta a rapirti. Andiamo in macchina ad Aley per il petit déjeuner. Voglio che tu faccia la conoscenza dei miei amici."
"Gran Dio!" gemette la zia Mame. Poi si tolse il mio cappello, si scompigliò i capelli e si affacciò alla finestra. "Magnifique, cherie! Scendo subito."
"E questa volta, che cosa ti metti, nastro adesivo?"
"Ci penserò. Anche se è terribile, posso sempre dire che è la moda dell'anno prossimo."
Fu terribile, non c'era che dire. Si tolse tutti i miei vestiti eccetto il maglione da ciclista. Si tirò su le maniche fin sopra il gomito, si mise tutti i suoi braccialetti e tutte le sue perle, si dipinse la bocca Ubangi e infilò i piedi in un paio di scarpine a sandalo coi tacchi alti. "Come sto?"
"Che graziose rotule!" dissi. "E non tirare giù quel maglione, ha già perduto completamente la forma..." Se n'era già andata prima che io potessi dire altro. Udii nel giardino la signora Mont d'Or e le sue amiche tutte infronzolate che gemevano estatiche. "Come è chic! Come è divino! Mais c'est formidable! Dove l'hai preso, da Chanel? Combien?"
Quella sera, la zia Mame, più morta che viva, aveva invitato i Cantwell e Lucia a un pranzo cucinato alla moda della Nuova Inghilterra. Lei somigliava un pachino a Marie Dressler in un elegante sudario fatto con la mia migliore veste da camera. Il maglione da ciclista servi di nuovo, ma questa volta fatto in due pezzi e infilato in due ferri da calza. Ogni tanto, la zia Mame fingeva di scalzettare.
Fu servito succo di pompelmi, e la conversazione della zia Mame era press'a poco egualmente inebriante. "Ah, quando ero ragazzina, in convento, le care suore episcopaline, si capisce, Lucy cara" soggiunse in fretta per dissipare i sospetti di papismo della signora Cantwell, "avevano tanto a cuore che imparassi i lavori femminili. Ahi!" Le sue labbra formarono una parola brevissima e pochissimo santa. "L'anno in cui fui presentata in società, portavo un delizioso pettino di merletto. Babbo sarebbe morto, se fossi andata, uhm... col seno scoperto, scusatemi signor Cantwell." Davanti alla tapioca si abbandonò a una lunga tiritera sui superiori pregi delle antiche famiglie. La nostra, così sembrava, era di tutte la più antica. Fu servito caffè sanka.
La signora Cantwell fece le fusa dalla contentezza quando la zia Mame disse: "E ora, Patrick, tu e Lucia potete avere il permesso di andare al cinema. Danno Piccole Donne, un film così caruccio, Lucy, anche se un poco spinto. E noi vecchi ce ne staremo seduti qui a riandare i ricordi dei nostri bei tempi, i cotillons, i tram a cavalli, le jupe-culottes."
"È un peccato che vostro nipote abbia qualche mese meno di Lucia," disse la signora Cantwell mentre noi si usciva.
"Sciocchezze, cara Lucy," disse la zia Mame, "nel matrimonio l'età non vuole dire nulla. Come la signora Mont d'Or mi ha detto, voi siete di molti anni più vecchia di Humphrey. Non tornate tardi, figliuoli. Non c'è da preoccuparsi, Lucy, il Roxy è a pochi passi da qui."
Appena fummo fuori, comparve Sammy. Alla signora Mont d'Or era stato detto che lui andava al Roxy per una serata fra ragazzi.
"Accidenti! Grazie, amico," egli disse. "Vieni a prenderci dopo il cinema." Se ne andarono in giardino.
Io me ne andai a vedere Piccole Donne con sottotitoli in arabo.
Quando tornai per dire agli innamorati che Piccole Donne finalmente era terminato, la casa della zia Mame e quella dei Cantwell erano buie, mentre quella dei Mont d'Or brillava di luci. Nessuna traccia della zia Mame. Arrivò mentre stavo per infilarmi a letto: sembrava Sadie Thompson con uno straccio di raso scarlatto messo a carne e tagliato sul lato sino alla coscia. Faceva molto esotico, e, almeno, non era mai stato mio.
"Dio mio," dissi, "che cosa hai fatto. Hai portato i Cantwel! in un giro di visite ai bordelli?"
"Oh no, tesoro! Se ne sono andati da secoli. Ho detto a Ito di mettere un sonnifero nel loro sanka e già alle nove avevano sonno. Cosi, mi sono messa un vestito leggero e sono scappata da Sani per una piccola orgia in ritardo col Fast Set locale."
"Come è stata?"
"Da morire. Un mucchio di coloniali francesi, alcuni belgi, alcuni greci, pochissimi, ma ricchissimi albanesi, qualche professionista inglese tipo silly ass53e alcuni striduli pederasti internazionali. Tutti ricchi, si capisce, e quasi tutti con figlie che sono ottimi partiti."
"È stato spaventosamente allegro?"
"Sì. Allegro e spaventoso. Voglio dire che tutti si affannano tanto. Sono sepolti qui a un milione di chilometri da tutti e possono soltanto far colpo gli uni sugli altri; così non hanno altra occupazione dalla mattina alla sera. È una cosa che sa d'incesto. E che pretese! Alcuni non sono stati in patria da dieci anni, però morrebbero prima di ammetterlo. Parlano soltanto di luoghi di soggiorno europei, di ristoranti, di ritrovi notturni, di modiste e di commediografi dimenticati da secoli. Ridono tutti strillando per le più vecchie e tetre barzellette. Non è molto difficile metterli nel sacco. E la loro allegria è così disperata! In verità non sono meno tetri del clan di Lucy Cantwell, ma sono più rumorosi e artificiosi."
"È una specie di ghetto dorato?"
'"No, Patrick, niente affatto. È questo che mi pare così triste in Sari Mont d'Or. Se ella riconoscesse semplicemente di essere una massaia di Bronx con un marito che ha fatto quattrini e mettesse da parte tutte queste stupidaggini dell'haut monde, non sarebbe mica antipatica. Invece vuole essere la madame Pompadour di questo insulso luogo. Si affanna a imparare pezzetti di francese dalla riviste -di moda parigine, muta il nome del suo vecchio e simpatico marito, che veramente è Hyman Julius Goldberg - e lui mi ha pregato di chiamarlo Julius - spinge il povero Sammy verso quella che per lei sarebbe una vita desiderabile. Non c'è nulla in lei dell'amorosa mamma ebrea. È dura come i suoi diamanti e non meno fredda."
"Può darsi che ella non voglia Lucia per nuora, per chi sa quale convinzione religiosa che..."
"Neanche per sogno, tesoro. Questione di denaro e di sci-sci. Se Sani fosse una di quelle madri ebree che non vogliono vedere i figli sposare fuori della loro religione, sarebbe perfettamente comprensibile. Ma non è cosi. Morrebbe, se Sammy sposasse un'ebrea. In verità, lei è più antisemita della signora Cantwell, ma solo in modo diverso. In quel suo voler sfuggire a tutto ciò che è ebreo, intendo. Non so esattamente che cosa sia. Ma una cosa so..."
"Che cosa?"
"Mi adora. Crede che io sia la vita elegante in persona, esattamente come Lucy Cantwell crede che io sia la Società delle Dame di Beneficenza. Tutte e due si fidano di me."
"Io non mi fiderei di te proprio per niente, grande guitta."
'"Tu che importi? Sono loro che importano e le ho quasi condotte al punto che mi mangiano nel palmo della mano."
"Attenta che non ti mordano," dissi.
Nei giorni seguenti, nauseato ma affascinato, vidi la zia Mame sedurre le due leader rivali di Shufti, tenendo l'una occupata e l'altra lontana, mentre loro figli facevano l'amore. Camuffata come il personaggio di una commedia di Mack Sennet, diguazzava nella piscina del circolo con la signora Cantwell, mentre la signora Mont d'Or se ne stava al sicuro a Beirut dove era andata a farsi provare una maglia da ciclista. Coi miei calzoni da ginnastica indosso, sparato da sera, cravatta bianca e i suoi smeraldi, faceva colpo sulla signora Mont d'Or e sui suoi amici, durante un picnic di absinthe e polpette crude sulle colline. Coperta da un malinconico indumento ricavato dalla giacca di un mio pigiama, abbandonava il suo salotto a un parapiglia che poi scoprii era una serata di inni per il contingente Cantwell. Convinceva il clan Sari Mont d'Or che calzoncini da fantino e una camicia, orlati elegantemente di velluto e tempestati di zaffiri stellati54, erano di rigore per la colazione. Mentre la mia guardaroba scompariva rapidamente, la zia Mame faceva furore nelle due cerchie rivali di Shufti. Ogni volta che incontravo la signora Cantwell o la signora Mont d'Or ne sentivo cantare a gran voce le lodi.
"È una cosa così bella avere una vera signora in mezzo a noi," muggiva la signora Cantwell. "Non avevo la più vaga idea che la signora Burnside discendesse in linea retta sia da George, sia da Marta Washington."
La madre di Sammy era anche più entusiasta e non meno difficile a sopportare, mentre in camice di iuta, con un diadema scintillante, squittiva: "Oh-là-là! Quel chic! La divine tante! Una vera continentale!"
La zia Mame era quasi sfinita da tutti quei rapidi mutamenti di vesti e dal continuo vortice mondano che la tenevano in piedi per venti ore al giorno; però, era l'idolo di Shufti, su questo non esisteva dubbio. Dopo una settimana di costante compagnia della signora Cantwell e della signora Mont d'Or, una mattina ella venne in camera mia vestita quasi come una persona normale. 'Buon giorno, mio piccolo amore. Lo sai che giorno è oggi?"
"Certo: è venera Buon giorno!"
"Naturalmente è venerdì, ma è qualcosa di pii. E anche il ventunesimo compleanno di Sammy Mont d'Or."
"Che bellezza! Che cosa gli vuoi regalare, i tuoi brillanti consigli ?"
'"No, tesoro. Gli do tre cose: una festa, una macchina e ho."
"La macchina? Ito? Che cosa se ne farebbe un ragazzo di ventun'anno di una grossa Rolls Royce e di Do? Che cosa credi, che sia uno schiavo?"
'Questi sono soltanto doni temporanei, Patrick. Un prestito, direi. In quanto alla festa, sarà così grossa che la darò al circolo, e..."
"Chi interverrà?"
"Oh, tutti i Mont d'Or e i loro amici e i Cantwell e i loro amici."
"Sarà una festa o un tafferuglio ?"
"Oh Patrick," disse la zia Mame arrossendo, "in verità, saranno tre feste in una. Per i Mont d'Or sarà la festa del compleanno a sorpresa di Sammy. Per i Cantwell sarà la presentazione in società di Lucia, per te e per me, sarà la festa d'addio. Una specie di bicchiere della staffa."
"Andiamo via?"
"Sì, caro, credo sia venuto per noi il momento di andarcene da qui. così ti consiglio di dedicare la giornata di oggi a fare le tue valige. Chi sa quando..."
"Mi ci vorranno circa due minuti. Grazie a te, quasi quasi non mi restano più vestiti da mettere nelle valige."
"Povero tesoro. Se vuoi, potresti prendere in prestito qualcosa di mio."
"Accidenti, grazie."
In conseguenza di una imprevista complicazione, per fare le valige mi ci vollero tre minuti. Dopo di che ebbi una lunga giornata, il circolo, e, virtualmente, tutta la città di Shufti a mia disposizione. Al circolo non c'era nessuno eccettuato il solito esercito di servitori, occupati ad appendere lanternine giapponesi e lucerne delle fate, indispensabili alle serate di gala del Circolo Unione Europea, e a dare la cera al pavimento nella sala da ballo. I signori erano in casa a prepararsi per la grande festa a sorpresa della zia Mame. I servitori erano le sole persone che si vedevano per le strade. Le Packard e le Hispano Suiza del gran mondo tenevano sollevata una perpetua nube di polvere sulla strada principale correndo precipitosamente verso le couturières di gran moda di Beyrut, mentre il Dix Mille Articles del paese registrava una preoccupante richiesta di cipria e acqua di colonia Quelques Fleurs provocata dal desiderio di essere affascinante nel Gruppo Conservatore.
Durante il mio solitario ritorno a casa, vidi però la signora Cantwell che nel giardino coglieva un mazzo di fiori per un corsage. "Buon giorno," dissi. "Dov'è Lucia ?"
"Ah, caro Patrick," mi rispose con quella sua faccia da pescecane, "È proprio vero, l'assenza fa crucciare il cuore. Oggi non vedrete Li-u-scia. La vostra cara zia l'ha mandata con la sua macchina a Beyrut per tutte quelle cose che hanno tanta importanza per una debuttante. Sapete: parrucchiere, manicure, un bellissimo vestito bianco, con pettino di merletti. E la cara Mame ha disposto ogni cosa in modo che Lucia sia di ritorno dopo l'inizio della festa. Una vera sorpresa."
Aveva incominciato a insinuare goffamente che sarebbe davvero una bellezza, se la zia Mame invitasse Lucia per una stagione a New York, ma io mi congedai dalla vecchia strega.
Al crepuscolo, Achmed Maloof et son Orchestre Swing dai Kit Kat Klub arrivarono in un torpedone preso a nolo e annunciarono che la festa della zia Mame stava per cominciare. Coi bagagli pronti e già vestito, io mi domandavo, aspettando, che abito avrebbe indossato la zia Mame per contentare tutti e due i contingenti dell'European Union Club. Quando arrivò, stava davvero molto bene: era tornata quella di prima. "Vieni, Patrick," disse, "dobbiamo arrivare fra i primi per tenere gli invitati quanto é più possibile divisi. Ho pensato di mettere il Gran Mondo nella stanza dei fumatori e i Seccatori nell'atrio."
Da quel momento mi parve di essere una maschera nel Varietà Radio City, mentre avviavo il contingente Cantwell a destra e gli amici dei Mont d'Or a sinistra. Sebbene non conoscessi nemmeno tutti gli invitati, era facile indovinare chi doveva essere mandato da una parte e chi dall'altra, solo guardando come erano vestiti. Antiquati di per sé, gli amici della signora Cantwell avevano fatto tutto il possibile per intonare i loro abbigliamenti a quelle che credevano le esigenze della ultraconformista signora Burnside. Quasi tutte le donne ostentavano un pettino di trina; erano venuti fuori persino alcuni colletti di antica pelliccia gialla. La gente dei Mont d'Or era risoluta a superare se stessa. I corpetti esistevano appena. Si videro alcuni audaci e disastrosi tentativi di corpetti sorretti da sole spalline o da stecche di balena. Nessuna tuttavia superò la madre del festeggiato. La signora Mont d'Or arrivò così incastrata a forza in una guaina di strass che poteva appena respirare e non poteva affatto sedersi.
"Dov'è Sammy, voglio dire, Seymour ?" le domandai.
"Ah, chère Mame, così intelligente. Diabolique! L'ha mandato stamattina presto nella sua vettura a Beyrut per qualche inutile commissione che lo terrà occupato sino all'inizio della festa. Ah, la belle Ma- me! Un ange!" Se ne andò scintillando verso lo spogliatoio dicendo: "Non so che magia eserciti Mame su Seymur. Io non riesco mai a indurlo a fare qualcosa!"
I Cantwell arrivarono ultimi. La signora Cantwell era un sogno viola con pettino di merletto, boa e gli opali bellissimi. "Cara Mame, ci potete perdonare di arrivare con tanto ritardo? Abbiamo tanto aspettato Li-u-scia, nevvero Humphrey, e ancora non è tornata. Ho lasciato istruzioni che venga qui subito. Buona sera, caro ragazzo. È tuo il primo ballo con la nostra débutante."
"Buona sera, signora Cantwell. Gli altri sono già nell'atrio."
"Vado un momento a posare i! boa." Non feci in tempo a trattenerla.
Uno dei servitori del Circolo consegnò alla zia Mame un fascio di telegrammi, tre in tutto. La zia Ma- me ne aprì uno, lo lesse, si infilò gli altri in seno. Un attimo dopo, la signora Cantwell, uscita dallo spogliatoio, ci stava davanti spirando fuoco e fiamme.
"Mame, ci deve essere uno sbaglio, ci deve essere uno sbaglio! Sono andata per levarmi il boa e la prima persona che ho veduta è stata quella volgare signora Mont d'Or."
"Hai visto che abito imponente, Lucy? Dovresti provare qualcosa di simile," disse la zia Mame calma.
"Ma Mame, perché si trova qui, alla prima festa di Li-u-scia ?"
"Perché l'ho invitata, credo," disse la zia Mame.
"Mame, mi rendo conto che siete arrivata da poco nella nostra piccola comunità, ma la signora Mont d'Or - e questo non è affatto il suo nome - non è una persona da conoscersi."
"Credo che imparerete a conoscerla presto, Lucy. E, indubbiamente, l'esperienza sarà utilissima per entrambe. Ora, perché non andate nell'atrio per dire a tutti di radunarsi nella sala da ballo per la grande sorpresa?"
"Uff," stronfiò la signora Cantwell andandosene sdegnata, e diede un calcio al suo strascico.
"Zut! Mame, quelle horreur, Dieu me protège! Uh! uh I Dans le vestiaire..." gorgheggiò la signora Mont d'Or precipitandosi verso la zia Mame.
"Tutto bene, Sadie. Io parlo l'inglese come un indigeno. Probabilmente anche meglio di voi. Che cosa vi affligge?"
"Ebbene, mi trovavo nel mio stanzino, e, chi vedo? Quella spaventosa signora Cantwell. Così... così mal fagotée, come una donna per le pulizie! No, davvero, io non la posso sopportare, lei e quel gruppo che si danno delle arie da esseri superiori, mentre non sanno che cosa sia avere uno stile."
"Fatevi coraggio," disse la zia Mame con calma. "Un goi resterà sempre un goi. Non ha molte altre ragioni per sentirsi superiore. Inoltre veste molto ragionevolmente, mi sembra, per la sua età. Che sarebbe press'a poco la vostra."
"Ma, Mame! Lei è impossibile. Non abbiamo nulla in comune!"
"Credo che avrete qualcosa. Adesso, perché non radunate i vostri amici e andate tutti nella sala da ballo? È venuto il momento della grossa sorpresa. Una cosa. Cerca di essere un po' più gentile col povero Julius."
"Zhuuuul?"
"Sì, cara, Julius. È un tesoro e per una ragione ignota ti vuole ancora bene. Se fossi in te mi stringerei a lui. Non avresti tutte quelle pellicce e quei diamanti senza Himan Julius Goldberg."
I rumori che venivano dalla sala da ballo erano piuttosto minacciosi. Più mormorii, veramente, che rumori di scandali e di ire; ma anche senza precisare, posso dire di avere assistito a feste dove pareva vi fosse più affiatamento.
"Ora che hai sparso luce e dolcezza su tutto l'European Union Club, quando avverrà la grande sorpresa?" domandai.
"Appena potremo uscire di qui, mio piccolo amore," disse la zia Mame. "Oh, caro ragazzo! Vi dispiacerebbe dare questo telegramma alla signora Cantwell e questo alla signora Mont d'Or ? Grazie!"
"Che diavolo combini?" borbottai.
"Leggi," mi disse consegnandomi il terzo telegramma.
"Sposati con semplice Cerimonia sinagoga riformata, stamani, stop Saluti affettuosi e Grazie stop Lucia e Samuele Goldberg"
"Gesù!" dissi.
"Un amico di tutte e due le famiglie, Patrick, non dimenticarlo. Andiamo. Siamo rimasti a Shufti più di quanto ci conviene." Si era già alla porta, quando sentii risonare nella sala da ballo prima uno strillo, poi un altro.
Mezz'ora dopo, arrancando su per la strada di montagna, la zia Mame discorreva ancora del trionfo del Vero Amore e della signora Burnside vittoriosa di tutti gli ostacoli. "E pensare, tesoro, che in questo momento quei bei giovani hanno la loro notte di nozze, per merito di qualche mio sacrificio. Spero tanto che queste valige non siano troppo pesanti per te. Ho mandato avanti la roba pesante, ma..."
"Niente. Mi piace tanto scalare un monte in scarpini da ballo e portando tre valige."
"Non irritarti, mio piccolo amore, non sarà una cosa lunga. Ito ci verrà incontro con la vettura, ora che Lucia e Sammy sono diventati un essere solo."
"Perché non me lo hai detto prima? Possiamo semplicemente sederci e attenderlo."
"Oh, non quassù nelle colhne, Patrick. All'Albergo Normandine a Beyrut."
"A Beyrut? Dio mio, zia Mame, sono trentacinque chilometri, da qui!"
"Forse, Patrick, ma non te ne affliggere. La strada tutta in discesa."
LA ZIA MAME E IL LUNGO VIAGGIO DI RITORNO
"E così, dopo che tua zia ebbe risolto tutti i problemi del Medio Oriente, che cosa avete fatto?" "Siamo tornati in America."
"Per quale strada?"
"Per molte strade."
"Voglio dire, da quale parte ?"
"Ormai eravamo andati tanto lontano che la zia Mame pensò valesse la pena di proseguire. Voglio dire, fosse meglio girare intorno al mondo invece che tornare sui, nostri passi. Così, attraverso l'Estremo Oriente siamo andati a S. Francisco."
"Ahl Adesso vedo tutto: i signori della guerra cinese, i covi dei fumatori d'oppio, le giunche sul fiume Yang-tze, roba da Terry e i Pirati."
'Niente affatto," dissi con sussiego. "Abbiamo fatto una traversata molto tranquilla. E nella quale la religione ebbe una parte importante."
"In questo caso, faresti forse meglio a non parlarne.»
Trassi un sospiro di sollievo.
"Se questa non si chiama disdetta!" borbottò la zia Mame entrando tempestosamente nella sua camera all'albergo. "Non una sola nave diretta a New York sino alla metà della settimana entrante. così dovremo restare in questa trappola di Porto Said per undici interminabili giorni."
"Come città offre poco, vero?" domandai guardando nella strada. "A dirlo, Porto Said sonava così sinistro e romantico. Sai, una delle Sette Città del peccato."
"Bene, così questo buco ti dimostra quanto possa essere noioso il peccato."
"Può darsi," dissi. "Ma in un certo modo, e anche interessante. Guarda quell'indovina che ieri sera nel caffè mi ha detto che fra poco avrei conosciuto una bellissima donna, la quale dovrà avere una parte importante nella mia vita..."
"Oh Patrick, povero figliuolo innocente, queste chiromanti dicono a tutti la stessa cosa. Spero non sarai così sciocco da lasciarti ingannare da una stupida vacca bulgara con anelli da tenda alle orecchie e profumo Djer-kiss."
"Però, lei ha detto che tu avresti fatto la conoscenza di un avventuriero romantico."
"Ne ho conosciuti più di quanto mi spetti, grazie. Ora ho tutti questi divini libri Tauchnitz; credo che mi sdraierò e attaccherò di nuovo Proust. In undici giorni, in questo buco, potrei leggere Gibbon e le opere complete di Shakespeare per giunta. Tu che pensi di fare, tesoro?"
"Oh, non lo so. Frugare un poco nel bazar. Vuoi venire?"
"Grazie, no. Non mi ci prendi in quel puzzolente Suq. Ma se quando torni passi da me, scenderemo insieme per il tè."
Il Bazar, come la zia Mame aveva detto, non offriva nulla di attraente. Sapeva di pozzo nero e non vi si trovava in vendita nulla che si potesse desiderare. Annoiato dalle mostre di tappeti di felpa per le preghiere e di sputacchiere lavorate a mano, stavo per allontanarmi e tornare all'albergo, quando lo sguardo mi cadde su una bellissima ragazza intenta a osservare alcune sete. Aveva posato la borsa sul banco e sollevava un lembo di stoffa color di pietra lunare, cercando di vedere nello specchio macchiato come le stava. Avrei voluto dirle che coi suoi capelli d'oro era anche più bella di Maddalena Carrol quando notai che un monellaccio aveva agguantato sul mucchio delle sete la borsa della ragazza e veniva dalla mia parte cercando di fuggire.
"Attenzione!" urlai.
La ragazza si volse per vedermi esibire nella mia parte. La mia parte fu un magnifico fung tackle55, come quello che avevo eseguito nella partita annuale di calcio S. Bonifacio-Hotchkiss. Era stata la prima e l'ultima volta in cui mi permisero di lasciare il banco, e la mia prodezza atletica impedì a Hotchkis di vincere 55 a 0, (vinsero soltanto 49 a 0). II monello arabo crollò come una tonnellata di mattoni. Afferrai il ladro con una mano e la borsa con l'altra. "Madame," dissi serenamente. "La vostra borsa. E anche il ladro che l'ha rubata."
"Oh, oh, grazie," disse lei. Era anche più bella veduta da vicino, con la pelle d'alabastro trasparente e gli occhi come violette. "Tutto quello che ho era..."
"E ora, se volete venire con me, consegneremo il ladro alla polizia."
"La polizia ? Oh no. Per piacere. Non saprei. Non so che cosa direbbe i! babbo."
"Direbbe, credo, che ho fatto soltanto il mio dovere."
"Oh no! Mai! Il babbo è un uomo di Dio. Non saprebbe mai consegnare questo povero peccatore alla legge. Nemmeno io. Vi supplico, vi supplico. Lasciatelo andare e... semplicemente dimenticate l'incidente."
I suoi grandi occhi azzurri guardavano supplichevoli i miei; le sue nere ciglia palpitavano deliziosamente.
Il ladro lottava con tanta furia che probabilmente si sarebbe liberato in ogni caso. "Benone," dissi con voce baritonale. "A una condizione."
"Oh, qualunque cosa," ella disse col suo cantante accento inglese.
"Dovete permettermi di accompagnarvi al sicuro, dove alloggiate."
"Volentieri. Ve ne sarò molto grata."
Lasciai andare l'arabo che mi diede un calcio negli stinchi e scomparve tra la folla. "Brutto figlio di..." Mi dominai e soggiunsi gravemente: "Povero pagano traviato e miscredente. E ora..." dissi offrendole i! braccio.
Con mia grande gioia, la ragazza e suo padre erano alloggiati nel medesimo albergo dove la zia Ma- me e io saremmo rimasti per i prossimi undici giorni. "Ma che bellezza," dissi lasciando che la mia voce divenisse anche più profonda e un tantino più britannica. "Non vorreste prendere il tè con me?"
"Oh grazie tante. Con molto piacere. Però il babbo... mio padre, cioè è terribilmente severo. Voglio dire che non comprenderebbe che io prendessi i! tè con un giovanotto al quale non fossi stata regolarmente presentata."
"Giustissimo. Non siamo stati presentati. Permette: Sono Patrick Dennis di New York. Viaggio con mia zia vedova, la signora Beauregard Burnside!" Oh com'ero mondano! "Facciamo un viaggio di istruzione, prima che io torni all'Università per terminare i miei studi di archeologia."
"Siete all'Università?"
"Ma, praticamente non vi sono." Il che era vero. Al ritmo col quale si tornava in patria pareva che io non sarei mai giunto a iscrivermi in nessuna Università. "Faccio l'ultimo anno, si capisce. Dopo tutto, ho ventun anni compiuti. Ora sedetevi e ordinerò il tè. Se volete, chiedete a vostro padre di raggiungerci." Battei le mani come un pascià e ordinai il tè.
Ella sedette con le caviglie modestamente incrociate, pudica e provocante, capite quel che intendo. "Bene," disse. "Però non posso fermarmi più di un momento. Mi chiamo Rosemary Shumway. Mio padre è un missionario povero, ma zelante, siamo in viaggio per tornare nella remota piccola colonia cinese, oh sono sicura che non ne avete mai sentito parlare, dove i! babbo compie la sua modesta opera al servizio del Signore."
"Dite, signorina Shumway, deve essere una vita molto affascinante. Scommetto che parlate diversi dialetti cinesi."
"Ahimè no. Il babbo è stato laggiù tutti questi anni, senza nemmeno il conforto della mia presenza, nella sua solitudine. Ero in collegio in Inghilterra. Ho solo diciotto anni."
Accidenti! Proprio come me. Soggiunsi con tono di protezione: "Deve essere meraviglioso avere di nuovo diciotto anni."
"Durante tutto questo tempo in cui sono stata separata dal babbo, non desideravo altro che trovarmi al suo fianco per diffondere la parola di Dio tra gli sciagurati infedeli. E ora, con questa spaventevole guerra che infuria tra la Cina e il Giappone sono così felice di potere finalmente aiutare il babbo."
"È davvero una bellissima cosa," dissi. Ma non mi pareva una gran bella vita. "Sono terribilmente contento che siate alloggiati in questo albergo. Mia zia e io dobbiamo aspettare undici giorni il piroscafo diretto a New York. Però, ora che ho conosciuto voi, l'attesa mi sembrerà molto meno lunga. Porto Said non è precisamente Parigi, però c'è un'orchestrina qui, nell'albergo... Voglio dire, ogni tanto si potrebbe incontrarci."
"Oh, temo di no," disse Rosemary, mentre le ciglia le sfioravano le guance. "Il babbo e io non abbiamo i mezzi per stabilirei negli alberghi di lusso, in attesa di piroscafi di lusso. Partiamo domani all'alba con un mercantile greco, appena la mercanzia del babbo sarà imbarcata."
"Mercanzia?"
"Oh sì," disse Rosemary, mentre una luce eterea le illuminava il volto. "È sempre stato il più caro desiderio del babbo avere tante Bibbie cinesi sufficienti per tutta la sua parrocchia e un bellissimo organo. Ora li ha. Sono così felice per lui! Così, salpiamo all'alba, sul Lesbos, per chi sa quale straordinaria avventura: due soldati di Cristo portatori della sua Parola."
"Capperi!" dissi, '"che peccato per me, voglio dire. Mi tocca tornare in America; però l'idea di starmene qui, in questo tetro..."
"Ma il Lesbos va in America. San Francisco. Veramente è un viaggio abbastanza interessante. Traverseremo il Canale di Suez poi i! Mar Rosso e toccheremo Aden. Sarò così contenta di vedere il Mar Rosso...
"Credete che si aprirà?"
"Poi, probabilmente, Bombay, Colombo a Ceylon, Singapore, Saigon, Sciangai..."
"Sciangai? Ma non sapete che c'è la guerra ? Da quel che leggo sui giornali, Sciangai è un mucchio di macerie."
"Insomma, nel punto più vicino a Sciangai, per le Bibbie e per l'organo del babbo, poi..."
"Rosemary!" gridò una voce maschile. "Rosemary, cara, il babbo ti cercava da tutte le parti." Alzai gli occhi e accanto al nostro tavolo, in piedi, vidi il reverendo dottor Shumway nella sua veste ecclesiastica tropicale. Però, grazie a Dio, Rosemary non somigliava affatto a suo padre. Il dottor Shumway era un uomo di media età, rossiccio, calvo come un uovo, lustro di sudore. Aveva la faccia piuttosto larga, da luna piena, occhi come chicchi d'uva spina, il naso grosso, lungo, sinuoso e una compunta boccuccia somigliante a un foro di scarico. "Rosemary, cara, lo sai che babbo non ha piacere che tu parli..."
"Oh, ti prego, babbo," disse Rosemary balzando in piedi con fanciullesca confusione. "Questo giovane signore americano è il signor Dennis. È alloggiato qui all'albergo, e senza la sua presenza di spirito e la sua gentilezza, tutto ciò che ho al mondo, il mio denaro, il mio libretto di assegni, il passaporto, tutto, sarebbe stato irrimediabilmente perduto. Signor Dennis, questo è mio padre, il dottor Shumway. Gli ho raccontato de! nostro lavoro missionario in Cina, babbo."
"Buon giorno, signore," dissi prendendo la sua mano umida. "Non volete accomodarvi..."
"Ma sì, perché no?" disse sedendosi, "Che terribile colpo sarebbe stato per un povero servo del nostro Caro Signore restare sprovvisto di mezzi in questa città senz'anima. Come dice la Bibbia: 'Chi mi ruba la borsa, ruba immondizia...' Però, anche perdere la nostra 'immondizia' sarebbe stato un brutto colpo per mia figlia e per me. Uhm! Limone, per favore. Niente latte. Vuoi darmi un tovagliolo, figlia cara?"
"E, babbo, caro," disse Rosemary, "il signor Dennis mi dice che lui e la sua simpatica vecchia zia vedova saranno costretti a rimanere in questo terribile luogo per quasi quindici giorni prima che arrivi un mezzo di trasporto per l'America. Non è terribile ?"
"Scandaloso! Questi petit-fours sembrano mostruosamente buoni, Rosemary. Me ne vuoi porgere uno, cara ragazza?"
"Da quel che mi racconta Rosemary, voglio dire, vostra figlia, signore, il vostro viaggio sembra interessantissimo. Non sono mai stato in Estremo Oriente. Però sono sicuro che sarebbe inutile cercare di avere i biglietti. Sembra vi siano molte limitazioni. Mia zia e io potremmo soltanto, credo..."
"Non vi sarebbe qualcosa sul nostro..." cominciò Rosemary.
"È molto strano che tu me lo domandi, cara ragazza," disse il dottor Shumway asciugandosi le labbra. "Come dice la Bibbia: 'Dio si muove in modo misterioso per compiere i suoi miracoli.'56 Soltanto oggi ho saputo che il dottor Partridge e signora, una simpatica coppia che viaggia per il servizio del nostro Caro Signore, ha dovuto, all'ultimo momento, disdire la prenotazione. Una morte in famiglia," soggiunse con quel tono misterioso usato di solito per ragionare di un aborto. "così, per pura combinazione, vi sono due cuccette libere sul nostro vapore. Uno di quegli éclair, Rosemary carissima."
"Capperi! Sarebbe una cosa meravigliosa! Ma veramente, noi abbiamo bisogno di tre posti." "Tre?"
"L'altro è per Ito. Accompagna mia zia come... è un ragazzo giapponese che mia zia ha educato alla vita cristiana, dottor Shumway. La vettura è già stata spedita in America, ma non credo che la zia Manie si fiderebbe a lasciare Ito in una città come... Voglio dire che non vorrebbe lasciarlo alla mercé di questi influssi musulmani..."
"Giapponese?" ripeté il dottor Shumway accigliandosi e aguzzando le labbra.
"Ma sì," dissi in fretta. "Però è del tutto americano e cristiano. Mia zia è molto praticante. Voglio dire, Ito è quel che chiamerei un neutrale."
"Splendido! Splendido, caro ragazzo!" disse il dottor Shumway. "Anche qui c'è la mano del nostro Caro Signore; avevo del tutto dimenticato che il piccolo figlio maschio del dottor Partridge, John Wesley, ha dovuto rinunciare anche lui al suo biglietto, in conseguenza di questa imprevista tragedia. Così a bordo c'è davvero posto per voi tutti. Però, rammentatevi, non è una nave di lusso della Cunard. È un semplice bastimento senza pretese, oli, pulitissimo, comandato da un signore di Atene che ho avuto la fortuna di salvare dall'ortodossia greca."
"Oh, mia zia è di gusti semplicissimi. Potrei salire da lei per parlargliene subito e poi farvi sapere qualcosa immediatamente. Oh, vorrei chiedervi, vi dispiacerebbe signore che invitassi vostra figlia a pranzo, stasera ?"
"Oh signor Dennis, non sarebbe possibile," disse Rosemary arrossendo deliziosamente.
"No, non mi dispiacerebbe affatto, giovanotto," disse il dottor Shumway. "Infatti, ho alcune faccende da sbrigare all'ultimo momento e farei il mio lavoro per il nostro Caro Signore a euore più leggero se sapessi che la mia cara figlia si trova in buone mani. E adesso, aspettiamo qui la vostra risposta. Oh, per favore, fate cenno a quel cameriere che porti ancora del tè e forse anche dei sandwiches e un altro piatto di quei deliziosi biscotti petit-fours.”
Irruppi nelle nostre camere chiamando la zia Mame.
"Chi era quella signora che ho veduta con te ?" disse. "Scendevo per prendere il tè quando ti ho intravvisto tra i palmizi in vaso. Piuttosto bellina. Chi sa che cosa si dà ai capelli? Cosi sono andata, invece, al bar. E quando sono tornata, Dio mio, ti ho visto con l'intera lega di Epworth. Che cosa ti ha preso, Patrick ?"
"Si chiama Rosemary Shumway," dissi. "Lei e suo padre sono missionari in Cina. Sono inglesi, lei ha appena diciotto anni."
"Patrick! Non vorrei essere stata appesa da quando lei aveva diciotto anni. Comunque, dove pranzeremo ? Certamente, non in quel tugurio, con quell'indovina."
"Ma, zia Mame, ho un poco combinato questo impegno per il pranzo, pensando, naturalmente, che tu saresti rimasta in camera con Proust."
"Capisco," disse la zia Mame, lanciandomi uno sguardo malizioso.
"Ma zia Mame, sono venuto a dirti questo. Il dottor Shumway e Rosemary partono domattina in un simpaticissimo vapore greco, una specie di yacht, veramente. E dicono che possono procurarci tre biglietti. Sembra un viaggio molto interessante, istruttivo. Visiteremo un mucchio di posti interessanti, come Aden, Colombo, Bombay e la Cina. Dal momento che abbiamo girato il mondo, perché non continuiamo a girarlo? Arriveremo alla fine a San Francisco; io non ho mai veduto la California. Sarebbe molto più sbrigativo che aspettare qui il Rex."
"Patrick! Ho tempo quanto ne voglio, ma avevo sempre creduto che tu avessi fretta di tornare, per via dell'Università. Questa ragazza, Rosalie, non ti ha mica..."
"Rosemary, zia Mame. Rosemary Shumway. Oh zia Mame, è una ragazza meravigliosa. Così bella, educata, con tante virtù spirituali! E suo padre è un uomo veramente consacrato a Dio. Voglio dire che si sono fatti in otto per offrirci i posti in questa crociera veramente d'istruzione, e..."
"Va bene, tesoro," sospirò la zia Mame. '"Forse non riconosco a prima vista le virtù spirituali e gli uomini veramente consacrati a Dio, però riconosco l'amore quando lo vedo. Avrai la tua romantica avventura marina. Del resto, mi piace visitare luoghi con clima caldo e torbidi politici. Scendi e di' a quella creatura, Rosalinda, che andremo con lei. Un panfilo greco può essere davvero divertente. Quanto costano i biglietti e a che ora salpiamo?"
Quella sera, Rosemary e io pranzammo insieme nella sala dell'albergo. Avendole detto che avevo ventun'anni ed ero virtualmente laureato, e perfetto uomo di mondo, mi misi d'impegno a fare la mia parte: cravatta bianca, marsina, bottiglia di champagne nel secchio di ghiaccio accanto al tavolo. Rosemary era incantevolmente inglese, vestita di tulle, e mentre pareva scandalizzata che io avessi ordinato lo champagne, riuscì a mandarne giù un bel po', e poi, Dio la benedica, ne suggerì una seconda bottiglia. Ballammo al suono di nuove canzoni importate quali Too Much Mustard e Dardanella. Sulle prime, Rosemary era molto riservata e staccata, ma poi, a poco a poco, mi permise di stringerla molto forte sulla pista da ballo, e persino di stare un po' guancia a guancia.
Erano le due quando l'accompagnai alla sua camera. Mi guardò con occhi commossi e disse: "Non sapevo che cenare fuori con un uomo fosse così divertente. Sono vissuta sempre tanto in disparte, sapete." Mi strinse forte la mano e io lo presi per un segno che forse era disposta a concedermi almeno il bacio della buona notte.
"Ah! Aspettate tutte quelle notti in mare! I porti dove ci fermeremo, i circoli eleganti dove andremo a pranzo e... Oh Rosemary, non ho mai conosciuto una ragazza bella come voi!" Così dicendo, la presi fra le braccia ma non troppo opportunamente. La porta si aprì e apparve il dottor Shumway con indosso una vecchia veste da camera di flanella sporca.
"Rosemary, figlia mia," disse, "è molto tardi. Vieni dentro subito. Buona notte, mio caro ragazzo. Ci rivedremo alla partenza!" Così finì il mio grande tentativo.
Avevo avuto appena il tempo di togliermi i vestiti da sera e di mettere qualcosa di più adatto per un viaggio in mare, quando sentii sonare la sveglia da viaggio della zia Mame. Ella si alzò di pessimo umore. "Dio mio I Fuori è ancora nero come il tuo cappello. Ho!" Né il suo umore migliorò di molto nel vecchio tassì mangiato dalle pulci che ci portò sulla banchina, mentre io ero turbato dal timore che ella notasse che il Lesbos non salpava da uno dei moli eleganti, come se davvero fosse stato possibile che Porto Said avesse un molo elegante! Però, era talmente buio che nessuno vedeva dove eravamo. Dai suoi contorni incerti nell'alba grigio talpa, il Lesbos sembrava piuttosto piccolo per essere un panfilo e nemmeno il suo interno fiocamente illuminato sfoggiava nessuna delle bellezze - come ottone lucido e pannelli smaltati - che di solito evoca il Corsair. Il suo fetido corridoio era sporco e chiazzato di strane pozzanghere cupe, risonante del sibilo e del rombo delle tubazioni accompagnati da maledizioni forti e intraducibili, in una lingua che pensai fosse greco.
Un piccolo cameriere greco, secco allampanato - indossava una vecchia maglia marrone sbrindellata invece di un'elegante giacca bianca, ma pensai fosse un cameriere - che veniva avanti con passo pigro diede un'occhiata beffarda ai nostri bagagli. La zia Mame non fu mai donna da viaggiare con poco.
" xxxxx xxxxxxx xxxxxx"57 egli disse.
"Buona sera," disse la zia Mame con vivido sorriso sforzato. "O forse dovrei dire buon giorno?"
" xxx xxxx xxx " disse il cameriere.
"Naturalmente non avrò bisogno di tutti questi bagagli durante il viaggio," disse la zia Mame. "Ho combinato tutto molto praticamente. Ho messo i vestiti sportivi e qualche semplice vestito da sera in quelle valige di coccodrillo. Le altre valige e i baupanfilo di Morgan con la fodera di iuta possono essere calati nella stiva. È chiaro?" Poi, con alcuni gesti espressivi, disse: "Settlement les portemanteaux, voglio dire, les bagages d'alligateur... Come diavolo si dice coccodrillo, tesoro... Setdement les bagages crocodile dans ma cabine. Oh no!"
Il cameriere e il suo compare, che non la capivano affatto, vi ammucchiarono tutti i bagagli.
Sprecò un sorriso da incantadora per il cameriere.
La cabina della zia Mame era un lurido vano di circa due metri per due metri e venticinque. Conteneva una cuccetta, un cassettone con brocca e catinella, una sedia, un salvagente, alcune complicate istruzioni in greco su quel che bisognava fare in caso di naufragio, e diciotto pezzi di bagaglio."
"Dov'è la stanza da bagno," ella provò a dire in italiano.
"Ewics" disse il cameriere e sbatacchiò la porta della zia Mame sul resto della sua lezione di lingue.
"Oh, forse non capisce. Parlez-vous français?"
"Habla usted español?"
"Uh, sprechen Sie deutsch?"
" Eop Luts;"
La cabina di Ito e la mia erano anche più piccole di quella della zia Mame, però non avevamo tanta roba da ficcarvi dentro. Il cameriere era appena scomparso quando la zia Mame arrivò tempestosa nella mia camera. "Un panfilo greco ? Questa sciagurata barca è così vecchia che deve essere di quelle di cui parlava Omero."
"Oh non è poi tanto brutta, zia Mame," mentii debolmente.
"Non tanto brutta? È perfettamente..." Si udì il sibilo della sirena, i motori sotto a noi si misero a girare con una vibrazione che faceva ballare la mobilia.
Il cameriere disse un'altra volta "Oaars" poi borbottò qualcosa come "Il Ntotio - 'Atieptzwitau I" e sputò. Dopo di che gridò a una specie di assistente, un marinaio alto e torvo di Samos: " YE, è aG , Polìoalg!"
''Oh, zia Mame, andiamo di sopra a vedere mentre salpano le ancore."
Il marinaio alto prese sette od otto valige della zia Mame e disse in inglese: "Venite da questa parte, voi."
"Senti giovanotto, tu non vai in nessun posto, se non dove vado io, e cioè, tornerai a letto per dormire qualche ora. Non hai nemmeno diciotto anni e non voglio che tu ti rovini il ..."
"Per favore," dissi, "non così forte. Rosemary crede che io abbia ventun'anno e che sia laureando. Non dirai nulla, spero."
"Oh!'' disse la zia Mame. "Non mi importa quanti anni dici di avere. Va' a letto. Io so di essere abbastanza vecchia da non sopportare tutti questi disagi. Domani avrai tempo in abbondanza per vederla. E, davvero, Patrick, questo schifoso bastimento non è poi così terribile, tesoro. Se tu sei contento, è tutta un'altra cosa." Mi diede il bacio della buona notte e tornò nel suo cubicolo. Mi sdraiai nella mia cuccetta per un secondo appena. Quando tornai alla conoscenza, era quasi mezzogiorno.
Mi svegliai in un bagno di sudore, l'aria nella cabina piccolissima stagnava immobile. Desideroso di avere il migliore aspetto possibile agli occhi di Rosemary, mi infilai un accappatoio e, a tasto, lungo il buio, lurido corridoio, andai in cerca di una stanza da bagno. Su tutte le porte vidi scritte in greco, così dovetti aprirle tutte. Le prime tre alle quali mi avvicinai erano chiuse a chiave. Dietro la quarta, un uomo russava nella sua cuccetta. Dalla quinta scappò un grosso topo. La sesta, sulla quale si leggeva la parola xxxxxx era quella giusta, conduceva a una stanza calda e puzzolente con un cesso lurido, due minuscole catinelle, e una grossa vasca vecchio stile, con una riga vellutata intorno e lo scarico ostruito da un nido di peli.
Rinfrescato solo superficialmente, salii sul ponte scoperto. Non avevo mai veduto il Lesbos se non in una sommaria oscurità; e quella era la condizione migliore. Il bastimento che il padre di Rosemary aveva definito "semplice, senza pretese, ma pulitissimo" era incredibilmente sudicio. I ponti coperti di ruggine, con la vernice scrostata e non ritoccata da anni. Grossi fiocchi di fuliggine piovevano dal fumaiolo sull'equipaggio e sui passeggeri; i copertoni incerati erano da lungo tempo ridotti in brandelli. L'accenno all'equipaggio e ai passeggeri mi rammenta che quello e questi erano in numero molto ridotto. Se prima mi ero stupito che in un momento in cui i posti liberi sulle navi erano ricercatissimi, se ne fossero presentati improvvisamente tre, ora non me ne stupivo più affatto. In quanto all'equipaggio il poco lavoro che veniva eseguito sul Lesbos era affidato a un miserabile gruppetto di turchi arcigni che dovevano essere stati arruolati per forza.
Ormai scendevamo lentamente il Canale di Suez. Sul ponte, il caldo era schiacciante, non si sentiva un soffio d'aria. Trovai una stanza grandetta, ma sordida sulla quale era scritto " e che presi per il salone della nave. Facendomi largo tra la roba ivi accatastata, vecchi mobili di vimini da sale d'asta, mi sedetti per attendere la raggiante apparizione di Rosemary. Sul soffitto sudicio, un ventilatore girava con ritmo lento e scoraggiato. V'erano alcune riviste greche, sbertucciate intitolate xxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxx e alcuni esemplari della Priscilla Moderna, evidentemente posti lì per distrarre i passeggeri verso il 1907 e che non mi allettavano affatto. Bruciato dal caldo, affamato e assetato, attesi.
Passò quasi un'ora. Non soltanto non vidi traccia di Rosemary, ma non vidi nessuno. All'una entrò, tutta vispa, la zia Mame.
"Oh Patrick, mio piccolo amore," disse. "Ti ho trovato. Hai potuto chiudere occhio? Io non sono mai stata tanto sbatacchiata da quando Vera comprò quella cinghia dimagrante."
"Come panfilo greco, vale poco, non è vero?" dissi cupo.
"Non te ne preoccupare, tesoro. Nessun sacrificio è troppo grande, perché tu abbia la tua avventura romantica in mare. Non dimenticherò mai la prima volta che mio padre mi portò all'estero. Si viaggiò sul vecchio Lusitania, e il viaggio non avrebbe potuto essere più divino. C'erano tre studenti Rhodes58, l'intero Yale Glee Club, gli ufficiali più giovani e Wally Reid, tutti per me. Naturalmente non ero l'unica ragazza a bordo, ma le altre erano un malinconico terzetto di una scuola non-conformista, mai sentita nominare di dove diavolo non ricordo, forse Migraine, Missouri, o un luogo simile. Comunque, oh, questa è una pazzia troppo grossa, mi capitò di trovarmi a fare l'amore in una scialuppa con un elegante giovanotto..."
"Oh, scusami, zia Mame, ma c'è una cosa sola di cui vorrei parlarti prima che tu conosca Rosemary e il dottor Shumway. Ehm... insomma, non sono come noi, come te. Sono missionari e molto austeri. Così, se tu non parli troppo di bere e se ti vigili un poco, quando parli..."
"Oh tesoro, non darti pensiero. In quanto al bere ho cercato un bar sopra e sotto. Non c'è. E per il parlare, mio caro, ti prometto che nemmeno vi fossi tirata per i capelli... Cielo, Patrick, forse è questa la signorina Shumway di cui mi hai parlato? È incantevole l"
Alzai lo sguardo e vidi Rosemary, immagine della riservatezza inglese, in bianco verginale. Feci le presentazioni poi osservai la zia Manie e Rosemary mentre si squadravano come possono squadrarsi soltanto due femmine. Mi facevano pensare anche a due pugili che si guardano dagli opposti angoli del ring.
"Bene!" disse la zia Mame dopo un silenzio piuttosto lungo. "Sarà divertente davvero, un viaggio lungo, lunghissimo su questo piccolo bastimento candido candido. Impareremo a conoscerci molto bene, non è vero ? Ora, ditetisi, Rosamund cara, Patrick dice che siete stata in collegio in Inghilterra. In quale collegio? Raccontatemi tutto."
Con la zia Mame Rosemary pareva anche più reticente di quanto lo fosse stata con me, tutta occhi bassi e risposte sussurrate. Per l'unica volta in vita mia desiderai che venisse il suo vecchio padre asmatico per tirare avanti la conversazione.
Non dovetti attendere a lungo. Accompagnato da un poderoso starnuto il dottor Shumway giunse davanti a noi, la faccia allo spumone di fragola lustra di sudore. Anche questa volta fui molto mondano e soave nel fare le presentazioni.
"Ah, cara signora," disse il dottor Shumway aguzzando le labbra rugose per formare un acido sorriso. "Ho tanto atteso l'onore di fare la conoscenza della zia di questo magnifico giovanotto."
"Grazie, Padre," disse la zia Mame, quasi sul punto di baciargli l'anello. Non potei fare a meno di notare che le vibravano le narici. "Lo studio delle religioni comparate mi ha sempre affascinata. Penso che potremo fare delle stupende conversazioni a bordo di questa graziosa imbarcazione."
Il dottor Shumway parve piuttosto costernato; indietreggiò di un passo o due, travolto da un feroce accesso di tosse catarrosa. Anche Rosemary parve allarmata, e le sue pallide mani si mossero inquiete. Avendo veduto Joan Crawford in un rifacimento di Pioggia pensai che forse la zia Mame aveva fatto colpo sul reverendo come una seconda Sadie Thompson. Uno sguardo surrettizio che le lanciai mi rassicurò. Portava un elegante abito bleu marine guarnito da una filettatura bianca, scarpe ragionevoli e un filo di perle. Pur non somigliando esattamente a un topo di chiesa v'era nella zia Manie un'aria di chicté episcopaliano che avrebbe potuto offendere soltanto le sette pii masochiste.
Imperterrita, ella proseguì: "Sì, dottor Shumway, la Bibbia, come opera letteraria, è un soggetto che mi ha sempre interessato. Una parte, è un poco troppo ricercata in quest'epoca di romanzi realisti, nondimeno..."
"Harrrrrrrumph!" disse il dottor Shumway.
Diedi alla zia Mame uno sguardo supplichevole e dissi: "Pare che la colazione ritardi un poco."
"Questo mi rammenta," disse il dottor Shumway, "che il comandante ci ha invitati tutti al suo tavolo."
"Oh che bellezza," disse la zia Manie. "Dico sempre che non mi importa se la nave è squallida, voglio dire, semplice, purché il cibo e la compagnia siano buoni. Permettetemi di dirvi che l'autentica cucina greca porta al settimo cielo. Se non vi offendo, Padre."
"Harrrumph! no, affatto."
"La mia cara amica greca, la signora Adam, è una superba cuoca. Quel suo divino caviale greco. È fatto con uova di..."
La dissertazione della zia Manie fu interrotta da una piccola scimmia d'uomo, non rasato, con indosso una giacca frittellosa da cameriere. Si affacciò alla porta e disse: "xxxx." Poi accennò verso il salotto da pranzo.
Naturalmente sedemmo al tavolo del comandante, perché non ve n'erano altri. La tovaglia era ricoperta di macchie di vino e d'olio rancido, tempestata di pezzi di antico sugo e di ketchup. Nel centro stava un'elegante alzata con sale, pepe, olio, aceto, ketchup, salsa A-1 e stuzzicadenti. Ogni cosa tintinnava di continuo scossa dalle vibrazioni delle macchine. Un vaso di garofani artificiali e una grande fotografia stinta di Pola Negri completavano la decorazione della mensa ufficiali.
Il comandante era grasso e villoso. Indossava maglietta, calzoni coi primi due o tre bottoni sbottonati per comoda della pancia e pantofole di tappeto. Attraverso il denso sottobosco di pelo che gli cresceva sulle braccia e sul petto, occhieggiavano timidamente alcuni tatuaggi di dame poco vestite. Tutti i suoi denti erano d'oro lucente e riusciva a mangiare, discorrere, fumare e bere senza togliersi mai lo stuzzicadenti di bocca.
Il primo ufficiale, l'ufficiale di macchina e il secondo ufficiale, i soli ufficiali che ornassero la mensa del comandante, erano, per quel che mi fu dato sapere, anche i soli ufficiali che fossero a bordo. Andavano e tornavano cupi, senza mai parlare se non per litigare chiassosamente tra loro in greco, finché il comandante, battendo con forza sul tavolo la sua mano a prosciutto diceva: " xxx xxxxx xxx." Tolto ciò, la conversazione fu sostenuta esclusivamente dalla zia Marne.
A quel primo pasto, la zia Mame disse: "Oooooh ! come è affascinante!" Però, quando il cameriere le porse una sudicia lista dei piatti disse: "Ohi, questa è la stele di Rosetta!59" Siccome nessuno di quelli che sapeva leggere il greco poteva o voleva parlare inglese, la zia Mame disse: "Questo sembra buono." Guardai: accennava con una lunga unghia rossa una pietanza chiamata xxxxx.
"Lo prendo anch'io" dissi.
Era uno stufatino tendinoso. Lasciai la mia porzione senza toccarla.
Non so quali luculliane pietanze la cara vecchia amica della zia Mame, la signora Adam, le avesse imbandite, ma quel giorno sul Lesbos non fu servito nulla di mangiabile. La sala da pranzo era soffocante, puzzava di grasso rancido. Le mosche si posavano da per tutto e si allontanavano sdegnose. Il cibo non tentava nemmeno loro.
"Strano," disse la zia Mame, "ma oggi non ho molta fame. La cucina greca che ho conosciuta è sempre stata deliziosa, ma questa..."
"Ah cara signora, non ve ne preoccupate," disse piamente il dottor Shumway. "Probabilmente la cucina migliorerà. Questo, dopo tutto, è il primo pasto da quando abbiamo lasciato i! porto."
"Forse," disse la zia Mame. "Assaggerò soltanto un poco di quel vino da tavola, se nessuno ha nulla in contrario."
"Cara signora, mia figlia e io non partecipiamo né all'uva, né al frumento."
"Suvvia, dottor Shumway, come dice la Bibbia: `...bevi il tuo vino con cuore allegro, imperocché ora Dio accetta le tue opere.' Ecclesiaste, capitolo sette."
La zia Mame si versò un bicchiere di vino. Io, prudentemente non ne volli. "Uh!" ella disse posando il bicchiere. "Questo non è vino, è aceto! E ora, dottor Shumway, ora forse ci direte qualcosa della vostra interessante opera missionaria."
"Ebbene, cara signora," il reverendo scatarrò, "non so da dove cominciare." Alfred Shumway grondava sudore, "Cominciate dal principio. Questo sarà un viaggio lungo, avrete tempo per raccontarci tutto. Mi piacerebbe rispolverare un poco il mio latino, e quale migliore occasione per imparare il greco? Specialmente con un mentore come voi, ferrata nelle lingue classiche. Quale scuola di teologia avete frequentata ?"
"Ma, uh, harrrumph, io..." Prima che il dottor Shumway potesse iniziare le sue riminiscenze liturgiche, le macchine del Lesbos si fermarono fra stridori e cigolii. "Ah," disse il dottor Shumway accostandosi all'oblò, "usciamo dal canale, siamo all'imbocco del favoloso Mar Rosso. Perché non andiamo tutti fuori sul ponte a vedere?"
"Perché no? Davvero!" disse la zia Mame.
Andammo tutti a poppa sul ponte, ci sedemmo su alcune vecchie sedie sgangherate e vedemmo un correttissimo ufficiale britannico salire a bordo. "Scusatemi, signora; Padre," disse, "potete dirmi dove posso trovare il comandante? Vediamo: questa è il Lesbos, nave di proprietà greca, che batte bandiera de! Nicaragua. Strano."
"Il comandante? Non saprei! Da qualche parte sarà, signore," disse il dottor Shumway. "Però, sfortunatamente per voi, non parla inglese per niente."
"Ho ordine di informarmi del carico. P, irregolare, lo so, tua coi torbidi cino-giapponesi..."
"Ah," disse la zia Mame, "siete capitato bene. Questo signore è il proprietario del carico, ed è un carico prezioso, è interamente costituito da Bibbie cinesi, con le quali il dottor Shumway, qui presente, si propone di propagare la parola di Dio fra i pagani d'Oriente. Non è vero, padre?"
"Harrumf! Ebbene, uhm, sì."
"E c'è anche un grande organo Wurlitzer, affinché i nostri fratelli gialli possano levare la voce nei cantici del culto," proseguì la zia Mame. E poi: "Ma dottor Shumway, qualche sera si potrebbe radunarci tutti intorno al pianoforte nella sala, e cantare tutti insieme qualcuno di quegli inni grandiosi del tempo passato. Ah sì. É un carico prezioso, che supera il valore delle perle, per il dottor Shumway, e sono certo che ve lo mostrerà con orgoglio."
"Harrumf! Ma questo è irregolare e ah, harr..."
"Veramente, mi sembra una perdita di tempo. Quando è cosi, non vi disturberò oltre," disse l'ufficiale.
"Ah," disse la zia Mame levando la mano in un pio gesto, "vorrei che vi tratteneste. Inginocchiamoci tutti qui, su questo ponte rovente, se la sporcizia non vi dà noia, e il dottor Shumway dica con noi una preghiera per impetrarci un viaggio sicuro e una pacifica soluzione di questa guerra crudele. Venite, Patrick, Mary Rose, in ginocchio..."
"Oh ma..." cominciò il dottor Shumway asciugandosi la fronte gocciolante.
"Scusatemi," disse l'ufficiale, che appariva disfatto, "ma con tante navi da ispezionare, io semplicemente... Buona sera!" E se ne andò dalla nave, prima che la Divinità potesse essere invocata dal dottor Shumway.
'"E adesso," disse il reverendo, asciugandosi la fronte cremisi, "Rosemary, cara ragazza, perché non ti occupi di quel simpatico giovanotto, mentre com pletiamo le formalità per l'uscita dal canale. Fa così terribilmente caldo che, per conto mio, credo che andrò nella mia semplice cella a... harrumf, a meditare. Spero mi scuserete tutti."
"E io potrei scendere nella mia semplice cella per dormire," disse la zia Mame.' Cosi, Rosemary e io, esattamente come avevo desiderato da quando l'avevo conosciuta ventiquattro ore prima, si rimase soli insieme. Non dimenticherò mai quel pomeriggio. Rosemary era troppo perfetta, dolce e timida e nello stesso tempo arrendevole e calda. Calda non è la parola giusta. Mentre il Lesbos stava fermo, immobile, in attesa di uscire dal Canale di Suez, la temperatura salì di parecchio sopra ai quaranta gradi. Però non me ne avvidi. Si stava seduti sul cigolante sofà di vimini nella sala, sotto la brezza fiacca, odorosa di stantio del ventilatore, e io, mentre fingevo di avviare chiacchiere insulse e mondane, cercavo furtivamente di avvicinarmi sempre più a Rosemary. Avevo già fatto un poco all'amore durante i balli dei giovani al collegio, ma miei esperimenti erano sempre avvenuti con ragazze newyorkesi piuttosto audaci. Oh, quella bruna che frequentava la scuola della signorina Walker L'amore era sempre stato un rapido bacio in guardaroba, un divincolamento nel tassi. Mai prima di allora ero rimasto solo con la bellissima figlia severamente educata di un ecclesiastico inglese. Ero nervoso. Ma Rosemary era l'equilibrio personificato, parlava con dolce tenerezza, col suo soave accento inglese, accento molto più colto di quello del padre. Poi, improvvisamente, si slanciò. Prima che io potessi capire quel che accadeva, mi trovai addosso Rosemary che mi soffocava di baci. Mi accorsi appena di due funzionari fermi nel vano della porta e non mi resi conto affatto che si allontanavano in punta di piedi. Dopo che se ne furono andati, però, Rosemary si alzò in piedi, arrossendo disperatamente e riacconciandosi il vestito. "Oh, perdonami, Patrick. Non so proprio che cosa mi ha preso," disse.
"Oh non fa niente," risposi ansando. "Spero che ti riprenda."
Le riprese. Rosemary parlava delle opere missionarie, quando sentii un rumore di passi sul ponte. Di nuovo, ella mi si gettò addosso, di nuovo udii le autorità portuali inglesi allontanarsi furtivamente. Dubitai che vi fosse in Rosemary un istinto esibizionistico. Comunque, furono le due ore più eccitanti che io abbia mai passato in compagnia femminile.
Stavo per preparare il mio attacco frontale, quando la nave cominciò a beccheggiare e a- ruggire. Le macchine si rimisero in moto, Rosemary si precipitò all'oblò: "Guarda," disse, "siamo di nuovo in viaggio. Finalmente si esce dal Canale, siamo nel Mar Rosso!" Era proprio vero, il Lesbos con l'arrugginita valvola aperta avanzava a una velocità massima di sette od otto nodi.
"Benissimo. E ora, un altro bacio. Oh Rosemary! I tuoi occhi, le tue labbra, i tuoi capelli!" Chiudendo gli occhi mi spinsi avanti per abbracciarla. Quando li riaprii, Rosemary era già mezza fuori della porta.
"Oh perdonatemi," disse, "ma fa un caldo così tremendo che penso di scendere in cabina. È l'ora della mia meditazione."
"Eh aspetta un..."
Mi mandò un bacio e scomparve.
Sconvolto, potei soltanto tornare nella mia piccola soffocante cabina, rifare il bagno, e mettermi lo smoking bianco. Anche la zia Mame aveva tentato di vestirsi per il pranzo, ma a bordo del Lesbos non si faceva cerimonie come sul Normandie. Il dottor Shumway indossava la sua solita veste talare per i tropici, con macchie nere di umido sotto k ascelle. Il comandante e i suoi ufficiali erano un poco sporchi e più sudati che a mezzogiorno, per il resto erano eguali. Rosemary non si presentò affatto. Quando domandai di lei, il dottor Shumway disse: "Ah, caro ragazzo, la mia povera figliola è oppressa dal caldo. Molto probabilmente, salirà stasera per il fresco."
A pranzo, la zia Mame accennò a una succulenta pietanza chiamata xxxx xxx, dicendo: "Questo mi pare buono. Sarà tanto divertente imparare il greco qui, aiutata dal dottor Shumway. Certo, conosco Sigma Chi, Phi Beta, Kappa60 e l'orologio Omega, ma... Fu interrotta da un piatto unto che le venne sbattuto davanti. Era il medesimo stufatino che ci era stato servito per la colazione.
Non ci mettemmo molto tempo a finir di cenare. Il dottor Shumway accompagnò la zia Mame in sala e io, scusandomi, scrissi in fretta un biglietto appassionato a Rosemary per dirle che l'avrei attesa sul ponte di poppa. Lo infilai sotto la sua porta e tornai dalla zia Mame e dal reverendo Shumway. Ma quando giunsi nella sala la zia Mame era sola. "Non capisco, tesoro," disse. "Tanto per parlare un poco di roba che lo interessa, mi sono messa a discutre sul Deuteronomio, e lui è uscito di qui come una freccia. Non importa. Mi voglio liberare di questo vestito soffocante e tornare a Sodoma e Gomorra. Non restare alzato troppo tardi, mio Don Giovanni." Mi baciò e se ne andò.
Nemmeno in mare aperto e dopo il tramonto del sole faceva più fresco. Dopo essermi assicurato di avere tutti i capelli a posto, uscii sul ponte di poppa per attendere Rosemary. Dovetti aspettare un be! pezzo. Suonò mezzanotte e la mia innamorata non si faceva ancora viva. Poi, devo essermi addormentato, perché quando mi svegliai era l'alba e io ero sempre solo, ma col torcicollo, e il mio smoking bianco era nero di fuliggine.
Il giorno dopo, faceva anche più caldo. Rosemary non comparve né alla prima, né alla seconda colazione. Infilai un altro biglietto sotto la sua porta e attesi tutto il pomeriggio nella sala torrida. La zia Mame lesse per tutto il giorno; prima di pranzo anch'io avevo letto tutti i fascicoli della Priscilla Moderna. Venne l'ora di mettersi a tavola: vi andai e mangiai — o, piuttosto, non mangiai — solo con la zia Mame. Il dottor Shumway pretendeva di avere troppo caldo per pranzare. "Meglio così," disse la zia Mame. "Non sono sicura di poterlo sopportare. Si potrebbe anche pensare, con tutti quegli efficaci deodoranti e antisudoriferi che ci sono oggidì sul mercato, che un uomo di Dio dovrebbe fare qualcosa per il suo eterno..."
"Ora, zia Mame, non metterti a biasimarlo per una cosa simile."
"Oh, no, certo, tesoro. Di qualsiasi cosa mi metta a parlare con lui, scappa come una lepre. Si direbbe che tutti e due mi ritengano una specie di diavolessa. Specialmente la ragazza. Però ho pensato che, da uomo a uomo, caro, tu potresti dare qualche consiglio al povero dottor Shumway sulla pulizia maschile. Voglio dire che, se il suo scopo è di convertire le persone e non di respingerle..."
"Sei impazzita dal caldo?" domandai.
"Virtualmente sì. Sarà meglio che scenda a prendere un bagno fresco, poi leggerò un poco. Non stare alzato fino a troppo tardi con la tua amica. Buona notte!"
Non c'era bisogno che si preoccupasse di questo. Rosemary non si lasciò vedere affatto. Ito cucinò per la zia Mame e le portò i vassoi in cabina. Il suo palato non le avrebbe consentito di tornare alla mensa ufficiali per nessuna cosa a! mondo. Inoltre, faceva così caldo che il comandante prese i pasti vestito solo di un asciugamano, spettacolo che avrebbe tolto l'appetito a Laperouse, per non parlare della sala da pranzo. Un altro biglietto, passato sotto la porta di Rosemary, non diede nessun risultato.
Il quarto giorno, che fu anche i! più caldo, ero ridotto ai calzoncini da bagno, come tutti gli uomini dell'equipaggio. Nessuno dei passeggeri si faceva vedere. Un cartello con la scritta a mano: Non disturbare, pendeva sulla porta della zia Mame. Disperato, salii sul ponte superiore, nella speranza di trovare un soffio d'aria. Non c'era; però passando davanti alla cabina della radio, fui attirato dalla leziosa musica di Carro! Gibbon e dei Suoi Amici, trasmessa con numerosissime scariche dalla BBC. Guardai nell'interno dalla porta aperta e vidi un giovane greco che tracannava vino, seduto davanti a un'antiquata apparecchiatura radio. Uno spaventoso tappeto turco in terra, tendine color rosa ai finestrini, cuscini-ricordo sulla cuccetta, statua di piombo della Libertà e fotografie attaccate da tutte le parti volevano rendere più intimo l'alloggio. Di foto, nella cabina, dovevano esservene almeno duecento: di Jean Harlow, Toby Wing, Mary Carlisle, Ginger Rogers, Mae West, Anita Louise, Alice Faye: quasi tutte le bionde che potevano venire in mente.
Il radiotelegrafista mi vide e sorrise. "Hhhhello," disse in inglese dall'accento pesante. "Entrate. Parlate inglese?"
"Un poco," dissi. "Sono americano."
"Oh," rispose cordiale offrendomi una sedia. "Molto bene. America simpatica. Allora conoscete i miei cugini di Edie?"61
"Chi?"
"Edie, Pensylvania, vicino a Buffalo, New York. Simpatica, Edie. Ho uno zio a Edie e anche dei cugini. Aspettate." Scappò verso uno stanzino grande come la mia cabina e tornò con mucchi di fotografie e anche un'altra bottiglia. "Questo è Retsina. Vino greco. Molto buono." Mi versò un grosso bicchiere di Retsina, un vino così resinoso che io credevo di leccare un arco di violino invece che di bere. "È buono?"
"Molto gustoso," mentii.
"Ecco i miei cugini di Edie, Pensylvania. Elena, Caliope, Achille, Pitagora, Socrate, Platone, Tersicore, Ofelia, Atena, Ermafrodito, Milziade, Medusa, Pachysandra, e Giorgio. Simpatici ?"
"Molto simpatici," dissi fissando una serie di facce con la fronte sporgente e gli occhi come susine.
"Questo è il mio ultimo viaggio. Vado in America; a Edie, Pensylvania. Imparo radio, qui sul bastimento. In America farò il diskjochey Radio WLEW di Edie. Parlo bene inglese no?"
"No, cioè, lo parlate molto bene. Credo siate l'unica persona sul bastimento che parla inglese."
Aumentando il volume della trasmissione della BBC a un tono da sfondare i timpani, El Greco si abbandonò a un interminabile monologo su se stesso, sui cugini di Erie, sul jazz, e sul mestiere di disk jockey. Dopo che ebbi coraggiosamente ingoiato la prima dose di Retsina, egli me ne versò un'altra anche più abbondante. Barcollavo, quando me ne andai. El Greco stava peggio di me.
Scesi nel piccolo forno che chiamavo la mia cabina e vi trovai un biglietto della zia Mame che diceva:

"Tesoro, non preoccuparti della mia prolungata assenza. Rosemary è timida in mia presenza, lo capisco. Per tale ragione rimango in cabina affinché tu abbia la possibilità di condurre felicemente in porto la tua prima avventura. Nessun sacrificio, come ho detto, mi sarà troppo grande. Non venire a tavola col comandante non è affatto un sacrificio. Se tu volessi un poco di cibo passabile, vieni nella mia cabina. Però, penso che tu preferisca stare con lei. Ma sii cauto. Non sono ancora pronta ad affrontare una nuova generazione.
Tenerezze, tenerezze, tenerezze zia Mame"

Contento che la zia Maine non sapesse come andava male la mia avventura, mi spogliai e feci un altro bagno. Era così caldo che soltanto nell'acqua salata e tepida pareva di trovare un poco di refrigerio. Quando uscii, incontrai il dottor Shumway in veste da camera di satin scarlatto, pochissimo ecclesiastica; andava verso il cesso. Ero ancora così innamorato di Rosemary, così bramoso di rivederla che anche il dottor Shumway mi pareva un opportuno surrogato. "Dottor Shumway," dissi e lo afferrai. Capii così che cosa voleva dire la zia Mame ."È una gioia rivedervi. Ero preoccupato. Non siete venuto a tavola da... da molto tempo. E Rosemary..."
"Digiuna, caro ragazzo, digiuna," disse. Mi passò avanti, entrò nella stanza da bagno e chiuse la porta a chiave.
Tornai in cabina e scrissi un altro biglietto a Rosemary. Diceva:

"Mio tesoro, perché, se non mi hai voluto vedere, non hai almeno risposto ai miei biglietti? Ti aspetterò stasera, come sempre.
Tuo devoto Patrick"

Poi indossai la mia camicia e i miei calzoni più leggeri e salii alla mensa per lo stufatino. Lungo il nostro corridoio, incontrai Ito che portava un vassoio alla cabina della zia Mame. Dietro a lui, non di molto, vidi il cameriere greco; ora era vestito con un vecchio B. Y. D. e portava un vassoio molto più grande nella cabina di Rosemary. Nella poca luce non potei distinguere quel che conteneva, però mi parve di riconoscervi un pollo arrosto.
Struggendomi d'amore e di noia rimasi anche quella notte sul ponte in attesa di Rosemary. Verso le undici mi resi conto che era inutile. Stavo per andare a letto, quando El Greco scese la vacillante scaletta che portava al ponte superiore. "Buona sera Benny Goodman! Venite su? Beviamo un poco di retsina."
Persino la mia cabina mi sembrava preferibile ai racconti del Greco su Sparta, su Erie e i suoi cugini. Lo pregai di scusarmi e andai a letto. Quando mi svegliai, la nave beccheggiava terribilmente, e alti spruzzi d'acqua entravano dalle fessure dell'oblò. Faceva anche freddo. Tremando raccolsi la roba per farmi la barba e mi avviai verso la stanza da bagno. Quando arrivai, ne vidi uscire la zia Mame, barcollante, pallida e sconvolta.
"Zia Mame," dissi. '"Che hai? Dove sei stata?"
"Oh, Patrick, mio piccolo amore," gemette. "Non chiedermi nemmeno di parlare. Non potrei essere più infelice. Buttata giù dal letto stamattina alle quattro, e poi sepolta viva sotto le valige. Oooooh!"
La nave fece un altro balzo e cademmo contro la paratia. "Ooooh!" gemette ancora la zia Mame, e pareva che stesse per vomitare.
"Dovresti prendere un po' d'aria. Sono tanti giorni che non esci dalla cabina."
Il bastimento rollò di nuovo con violenza e la zia Mame si aggrappò a me per reggersi in piedi. "L'ho fatto solo per non esserti di impaccio, mio piccolo amore. Avevo i miei libri e Ito che mi preparava i pasti. Oh, il cibo! Come posso pronunciare questa schifosa parola ? Cerca di sapere quando arriveremo ad Aden. Tu puoi restare a bordo, ma io bisogna che scenda." Con queste parole tornò vacillante nella sua cabina.
"Accidenti, zia Mame," dissi entrando in punta di piedi nella sua piccola cabina, dove ella si agitava e contorceva sulla cuccetta. "Che cosa posso fare per te?" E feci un salto da un lato per schivare due o tre bauli che scivolavano verso di me sul pavimento.
"Nulla, tesoro, nulla, soltanto l'eutanasia. Ho sempre cercato di essere una buona tutrice per te, ricordatene. Ooooh!"
"Finirà presto," dissi, cercando di fermare i bagagli in un angolo, ma era un'impresa disperata.
Nessuno, nemmeno gli ufficiali si fecero vedere alla prima colazione. Intorno a noi, il mare era grigio e feroce, con venti a velocità di uragano e onde torreggianti sui ponti. Per fortuna non soffro il mal di mare, e siccome non potevo mandare giù nulla in nessun caso, non avrei potuto rigettare nulla.
Preoccupato per la zia Mame, scesi da lei. Nel corridoio incontrai Rosemary, pallida e discinta. "Rosemary, gridai. tesoro, come..."
"Vi supplico,” ella mi rispose piangendo ed entrò vacillante nella stanza da bagno.
"Non preoccuparti delle valige, Patrick. Soltanto informati di quando arriveremo ad Aden. La terra ferma e un drink mi basteranno. Puoi scendere con ho e con me, lui sta anche peggio di me, se è possibile, o puoi restare su questa misera botte, se il tuo amore ti sembra che lo giustifichi. Ho fatto a Eros tutti i sacrifici possibili, ma ti prego, informati di Aden."
Il dottor Shumway non era lontano.
"Ditemi, il Mar Rosso, è sempre così agitato?"
"Questo non è il Mar Rosso." Rendendomi conto che era ubriaco, tentai un'altra strada. "Quando arriveremo ad Aden?"
"Aden? Non arriveremo mica ad Aden. Abbiamo passata Aden da due o tre giorni. Lo scalo prossimo sarà Singapore, forse tra due settimane."
"Due settimane? E Aden, Bombay, Colombo, niente?"
"Oh no. Mai. Facciamo sempre Pireo-Porto Said-Singapore."
In quel momento la radio cominciò a trasmettere messaggi di tutti i generi, e El Greco fu perso per me.
Attesi qualche ora per riferire la notizia alla zia Mame. La scena che segui quando seppe che avrebbe dovuto passare altre due settimane a bordo del Lesbos, sarebbe troppo penoso raccontarla.
Il giorno successivo fu peggiore, e il giorno dopo anche peggiore. Non vedevo nessuno all'infuori della zia Mame durante i suoi numerosi viaggi lungo il corridoio. Però, da quando le avevo detto che Singapore sarebbe stato il primo scalo, non mi rivolgeva più la parola. Ito, colore chartreuse, sprofondato nella sua cuccetta, balbettava preghiere che, ne ero sicuro, il dottor Shumway non avrebbe approvato. Mi rendevo conto che ci si trovava presi nelle burrasche equinoziali, e, per quanto El Greco fosse noioso, mi abituai a passare nella cabina della radio tutte le ore che non dormivo. Feci questo per tre ragioni. Primo: EI Greco era l'unica persona che sapeva parlare inglese e che aveva qualche contatto col mondo oltre le malfide murate del Lesbos; secondo, perché la cabina della radio era più comoda di qualsiasi altra sulla nave, e terzo, perché le burrasche rendevano talmente nervoso El Greco da indurlo a ubriacarsi e a restare ubriaco finché non erano finite. Considerate le condizioni del Lesbos e del Greco mi pareva sarebbe stato opportuno che a bordo vi fosse qualche altra persona capace di trasmettere un S.O.S. per radio. Così indussi El Greco a insegnarmelo, e consultai persino uno dei suoi libri per esserne certo: tre punti, tre linee, tre punti. E credo che nel quarto e peggiore giorno della tempesta fui davvero fortemente tentato di lanciare quel messaggio, quando cioè il Lesbos fu scagliato completamente fuori dall'acqua e El Greco aprì la sua sesta bottiglia di retsina. L'unica persona con la quale potevo comunicare era El Greco, nella cabina della radio. A rischio della vita, sali sul ponte superiore. El Greco giaceva nella sua cuccetta e cantava in coro con Tommy Dorsey e la sua orchestra trasmessi sulle onde corte. Aveva gli occhi terribilmente gonfi e notai al suo fianco due bottiglie di retsina vuote.
Poi, improvvisamente come era cominciata, la tempesta cessò. Avevo dormito col salvagente indosso, dopo avere deciso che passare una notte sul ponte, legato all'albero maestro, sarebbe stato troppo scomodo; svegliandomi, trovai il mare calmo come una laguna, i! sole splendente e fresche brezze che facevano schioccare i laceri teloni incatramati del Lesbos. Mi aspettavo quasi, nel guardare dall'oblò, di vedere arrivare una colomba col ramo d'ulivo nel becco. Vidi invece una nave della marina americana, la U. S. S. Hoboken che dondolava sulle placide acque, mentre il suo equipaggio, in costumi da bagno improvvisati, si tuffava allegramente nelle onde fra risate e spruzzi.
La vista della marina americana mi risollevò grandemente il morale. Voleva dire che non soltanto erano finite le burrasche, ma che ci si trovava in acque sicure, lontani da pescecani e da naufragi, e che ci si avvicinava sempre più alla patria. Mi vestii e salii sul ponte con una canzone nel cuore.
Il comandante e i suoi uomini bisticciavano amichevolmente, e persino El Greco, mal ridotto dai suoi eccessi, mi volse un pallido sorriso dicendomi che la BBC trasmetteva Ambrose e la sua Orchestrina.
Poco prima di mezzogiorno la zia Mame salì sul ponte in un delizioso vestito da spiaggia. Essendomi sentito dire molto enfaticamente dalle sue labbra che non avrei dovuto mai più rivolgerle !a parola, cercai di evitare l'incontro, ma lei era amabile come il sole. "Buon giorno, mio piccolo amore! Che bella, bellissima giornata, non è vero?"
"Zia Mame," dissi, "come stai? Hai sofferto molto?"
"Atrocemente, mio piccolo amore. Ah, i sacrifici che facciamo per i nostri giovani. Sono ridotta al modello dieci. Questo modellino di Vionnet mi ciondola addosso. Nessuna dieta arriverebbe a questi risultati. Si, ti perdono, Patrick. Ora dimmi, come procede il grand amour? Spero che tu non abbia esagerato."
L'arrivo del dottor Shumway mi risparmiò la vergogna di dire la verità alla zia Mame. Anche lui era più magro, però sudava egualmente, anche se l'aria era fresca.
"Dottor Shumway, buon giorno! Proprio la persona che più desideravo vedere," disse la zia Mame. "Ho passato due giorni in cabina a leggere la Bibbia in modo da essere preparata a ragionarne con voi in modo intelligente. E ho anche un'altra buona notizia: il mio servitore Ito parla anche il cinese, così potrete aiutarlo a studiare la Bibbia. Prima, però, vorrei chiedervi un grande favore."
"Che cosa sarebbe?"
"Dovreste dire una preghiera di ringraziamento per essere scampati a questa spaventosa burrasca che avrebbe potuto spazzarci via tutti. Credo sarebbe bello chiamare Ito, l'equipaggio della nave e vostra figlia; voi potreste dire la preghiera in cinese, in greco e in inglese. Per favore, fatelo per me."
"Ma cara signora, veramente non so se vi sia„."
"Sciocchezze, caro dottor Shumway, basterebbe che sfogliaste il vostro Libro di Preghiere, trovereste subito qualcosa di molto adatto."
"Il mio cosa ?" E il dottor Shumway sprofondò in un tale ingorgo catarrale che non fu possibile sentire nemmeno una sola parola. Era di nuovo grondante di sudore.
"Scusatemi, dottor Shumway," dissi, "ma Rosemary non esce, ora che fa un tempo così sereno e fresco?"
"Um, um, no. No, Rosie, mia figlia, non sta bene. Ancora digiuna."
"Con tutti quei vassoi che vedo portare nella sua cabina?" disse la zia Mame. "Nonostante tutto il suo fervore religioso sembra che mangi meglio di..."
"Scusatemi," disse il dottor Shumway e scese sotto coperta tra molti raschi di gola.
"Zia Mame," dissi, "non avresti dovuto dire quello che hai detto."
"Perché no? Era la verità. 'Grande è la verità sopra tutte le cose.' Apocrifo, quattro, quarantuno. Oh Patrick, ho sgobbato tutto questo tempo, giù nella mia cabina, sempre sperando in una piccola intima conversazione con la nostra guida spirituale, Alfred Shumway, quando il tempo fosse un po' raffrescato ed egli avesse smesso di grondare come un maiale allo spiedo."
"Zia Mame!"
"Anche questa è verità. E ti dirò anche un'altra cosa, che è la semplice verità. Il dottor Shumway, di religione ne sa meno di me e io ne so ben poco. È un imbroglione della più bell'acqua, e lo stesso è sua figlia, ammesso che sia sua figlia, perché ne dubito molto. La mia cabina è accanto alla sua e quello che ho sentito dire da quei due non erano certo paternostri. Non so a che cosa mira, quella puzzola fasulla, però qualunque sia il suo scopo, è evidente che si serve di noi come paravento nei momenti imbarazzanti coi funzionari..."
"Maledizione," dissi infiammato, "è una menzogna. Rosemary è una ragazza stupenda e retta. Io l'amo ed ella ama me..."
"Allora va' da lei, Patrick. Va da lei immediatamente. Lo esigo."
"Ci vado." E così dicendo scesi furioso per la scala puzzolente.
È difficile descrivere i miei sentimenti. Ero furente con la zia Mame; non tanto per quello che aveva detto, ma piuttosto perché in cuor mio temevo avesse ragione. Il dottor Shumway era un vecchio sacco di sugna, volgare e fetente che non sapeva distinguere pulpito da polpetta.
Sapevo anche che tra me e Rosemary non v'era stato nessun intrigo amoroso; ma più di tutto mi bruciava che anche la zia Mame lo sapesse. Essere un gonzo, va bene, ma la cosa peggiore è che gli altri lo sappiano. Decisi di andare difilato da Rosemary per chiederle una spiegazione e stavo per battere alla sua porta, quando sentii lei e il dottor Shumway che litigavano nella cabina.
"Una bella coppia, hai scelto, Rosie, ragazza mia," diceva Shumway in tono pochissimo ecclesiastico. "Sei venuta a dirmi che avevi trovato la coppia ideale, yankee ricchi, lei senza cervello. E poi torni con una maledetta cristiana accompagnata dal suo cucciolo."
"Oh, non rompermi le scatole, Alf," disse Rosemary con voce impastata e strascicante. Il delicato eloquio era scomparso; il suo linguaggio ora, se non era cockney, non era nemmeno inglese della Mount Street. "L'ho veduta in albergo, nell'agenzia di viaggi, al bar, lei, il piccolo e il servitore con quella macchina elegante; non pareva sapesse distinguere il suo culo da..."
"E invece sa distinguerlo molto bene, Rosie. Molto più di te, ragazza mia. E non c'è da meravigliarsene; tu te ne stai seduta qui col naso ficcato in una bottiglia di gin, finché ti diventa che sembra un turacciolo..."
"Oh, piantala, Alfie."
"No, non la pianto per un accidente. Soltanto 'diciotto anni'." Shumway fece la voce in falsetto, per imitare Rosemary. "La mia figlioletta! Il tempo in cui potevi ancora darla a bere è passato per te, Rosemary. 'Diciotto anni'! Roba da matti! Sembra che tu ne abbia quaranta."
"Chiudi la tua sozza bocca. Non ho ancora trent'anni e Cristo solo sa quanto dovrei davvero sembrare vecchia. Bella vita mi fai fare, Alf, un bel letto di rose! Vendere fucili al primo che te li paga. Mescolarsi prima con gli spagnuoli, poi con gli italiani e ora con una masnada di fetenti cinesi. Oh, bella vita! Chi potrebbe darmi torto se ogni tanto bevo un goccio? Girare da una parte all'altra in un maledetto bastimento come questo o in un altro che gli somiglia. E sempre fare la parte di Shirley Temple. Mai i capelli a posto. Fare l'amore con qualunque lurido gangster che tu mi imponi, e ora questo bambino che ha ancora il naso..."
"Da quando in qua ti dispiace un piccolo abbraccio, Rosie? Mi ricordo..."
"Certo mi avrebbe fatto più piacere col bambino che con te. Lui almeno è pulito..."
Nel momento in cui afferrai la maniglia della porta, risuonò una forte detonazione. Salii di corsa sul ponte, in tempo per vedere una grossa torpediniera giapponese sparare una seconda volta davanti alla prua del Lesbos.
"Mio Dio, e ora che cosa c'è?" disse la zia Mame afferrandomi per una mano.
"Zia Mame, il reverendo non è affatto santo. È un contrabbandiere di armi e quell'organo e tutte quelle Bibbie cinesi... sono tutto contrabbando."
"Ma tesoro, è una nave neutrale."
"È sempre contrabbando. La guerra ciao-giapponese."
Il Lesbos si fermò e la torpediniera giapponese, distante meno di trentacinque metri, si preparò a mandare un gruppo d'uomini a bordo.
"Che cosa possiamo fare, tesoro? Probabilmente, arruoleranno ho."
"Trattienili. Trattienili quanto più a lungo puoi."
Salii di corsa nella cabina della radio. El Greco giaceva nella cuccetta ascoltando Hal Kemp e curando i resti della sua sbornia col fondo di una bottiglia di retsina.
"Hello," disse con voce impastata.
"Ciao," dissi. "Che ne diresti di attaccare un'altra bottiglia di quel delizioso vino resinato?" "Benissimo," disse e si alzò, traballando, in piedi. Lo seguii verso il suo stanzino, aspettai che ne avesse aperto la porta, poi lo spinsi dentro e chiusi a chiave la porta. Sedetti quindi, e cominciai a lanciare il messaggio che mi aveva insegnato El Greco: SOS.
Seguitai a lanciarlo finché mi parve che il braccio mi si spezzasse. Poi raccolsi la bottiglia vuota del Greco e tornai sul ponte, pronto a difendere la zia Mame da tutti i contrabbandieri del mondo intero e dalla Imperiale Flotta Nipponica.
Mi ero aspettato quasi di trovare la zia Mame in procinto di saltare dall'asse,62 e la trovai invece seduta sul ponte, circondata da ufficiali giapponesi in ammirazione e intenta a celebrare il complicato rituale del tè. Ito le faceva da interprete e sembrava che divertisse molto tutti gli ufficiali, che ridevano come matti.
"Levati le scarpe, Patrick e vieni con noi," mi disse. "Questo simpatico signore con tutte quelle strisce sulla manica, ha dimostrato molta comprensione dello stato in cui si trova questa povera vedova. Sembra anche posseduto dall'illusione che ho, non so come, sia suo cugino e non vedo ragione di contraddirlo. Un pezzo di zucchero o due?"
Stavo per rispondere, quando vidi la fanciulla dei miei sogni, Rosemary. L'avevano portata su come si trovava ed era un triste spettacolo. Da oltre una settimana era stata chiusa nella cabina e ora, abbagliata dalla luce, batteva i limpidi occhi azzurri striati di rosso e gonfi. I capelli spettinati, ora palesemente più scuri alla radice, svolazzavano in tutte le direzioni. Indossava una sciatta e spennacchiata vestaglia che una volta era stata di marabout bianco, e portava luride pantofoline che da molto tempo avevano perduto il pompon di piume. Alf aveva ragione: poteva darsi che avesse meno di trent'anni, ma certamente sembrava ne avesse più di quaranta. Comunque non ne aveva diciotto. Sentii le corde del mio cuore dare un'ultima vibrazione e distolsi lo sguardo.
Poi si avvicinò, in una scia di spume, un leggero incrociatore americano, la U.S.S. Hoboken, e col suo arrivo un altro gruppo salì a bordo.
"Altre tazze, ho," gridò la zia Mame, mentre la marina americana saliva sul ponte, "e dovresti anche aprire qualche bottiglia. Non si sa perché, un noioso regolamento non consente, durante la navigazione, ai nostri valorosi marinai, nemmeno una goccia di qualcosa di buono. Ora toglietevi le scarpe, signori, mentre faccio le presentazioni."
Mezz'ora dopo la zia Mame riusciva a condurre il tenente comandante americano nella sala e a spiegargli il nostro triste caso; o un qualsiasi triste caso, perché dopo un grande agitare di bandierine, una grande quantità di segnalazioni luminose e un grande urlare da qui e da là dentro i megafoni, una terza scialuppa si accostò al fianco arrugginito del Lesbos. Veniva a caricare i bagagli della zia Mame.
Dopo avere indossato in fretta un elegante tailleur da viaggio, la zia Mame fu perfettamente capace di sorvegliare personalmente il trasbordo dei suoi bagagli. "Attenti, ragazzi," disse a due tarchiati marinai, "quelle valige di coccodrillo vanno nella mia cabina. Non avrò bisogno dell'altra roba durante i! viaggio, a meno che non diate un ballo in maschera o qualcosa del genere l'ultima sera prima di arrivare a terra."
"Ma, signora Burnside," disse il tenente comandante, "siamo alle manovre."
"Allora, potrete manovrare un party. Non posso dirvi quanto mi sono annoiata a bordo di questa vecchia barchetta. Inoltre, ho parecchi litri di rinfreschi nel baule segnato Fragile. Mamma mia, come siete forti, voi ragazzi americani! Addio, comandante," disse. "Spero mi sarà rimborsato il prezzo dei nostri biglietti per la parte del viaggio che resta da fare. Vieni Patrick! Il prossimo scalo sarà San Francisco !"
Che cosa la zia Mame abbia precisamente detto all'ufficiale di marina americano non lo saprò mai; lei stessa, parlandone, è sempre stata molto vaga, tanto da farmi impazzire di curiosità. Nel Giornale di Bordo l'ufficiale aveva registrato l'avvenimento con queste parole: "Trasbordo di tre connazionali in imminente pericolo, in rapporto con incidente provocatorio nella guerra cino-giapponese. Un bastimento che faceva contrabbando d'armi..." Oltre questo non risultavano altre indicazioni. Come siano andati a finire Rosemary, Alf, e l'allegra ciurma del Lesbos, non l'ho mai saputo e non me ne importa.
Eravamo seduti nella lancia diretti verso la U. S. S. Hoboken e la zia Mame divertiva i giovani ufficiali coi suoi progetti di festa.
"Non dimenticherò mai quei balli così divertenti ad Annapolis, quando ero ragazza. Adesso toccherà a me ripagare la Marina di tutto ciò che ha fatto per me."
"Zia Mame," dissi piano, "devo confessarti una cosa. Riguarda Rosemary."
"No, mio piccolo amore. Può darsi che con la mia educazione ti abbia fatto diventare un diavolo con le donne, ma ti ho insegnato anche a essere un gentiluomo. Niente vanterie, Patrick, ti prego."
LA ZIA MAME E IL RITORNO IN PATRIA
"E poi?" disse Pegeen.
"E poi, siamo ritornati a casa e io sono andato all'Università; ho conosciuto te e siamo vissuti felici e contenti."
"E questo è tutto?"
"Questo è tutto. Perché?" dissi evitando i! suo sguardo diretto.
"Mi sembra che per un uomo il quale si guadagna la vita componendo brillante materiale pubblicitario per prodotti che nessuno altrimenti comprerebbe, riesci a descrivere un viaggio intorno al mondo in modo da farlo sembrare meno movimentato di un viaggio dal centro ai sobborghi."
"Ma è precisamente quanto ti ho detto fin dall'inizio, Pegeen. Non c'è nessuna ragione di preoccuparsi. La zia Mame potrà essere stata molto hot-cha più di trent'anni fa, ma devi ricordarti che il tempo non si è fermato per nessuno di noi. Non so esattamente quanti anni abbia ora la zia Mame..."
"Pretende di averne ancora trentanove."
"Deve averne più di sessanta. È una cara vecchietta dai capelli bianchi. In questo momento, probabilmente è seduta in un appartamento d'albergo, con un bricco d'Ovomaltina e le carte per il solitario, dopo aver ascoltato le preghiere di Michael e averlo messo a letto e rincalzato."
Il campanello dell'ingresso ci interruppe con la prima battuta dell'inno: Gloria a Dio, particolare noioso, comune a tutte le case di Verdant Greens.
"Dio mio, chi mai può essere?" dissi.
'"Se è la signora Merkin de! Club degli Avvenimenti del giorno, dille..." Il Gloria a Dio risuonò di nuovo.
"Non credi che possano essere i cantori di Natale?" domandò Pegeen guardando fuori attraverso le persiane.
"Caso mai, tira fuori il tubo di gomma," dissi. "Ecco il guaio di queste comunità; troppo spirito comunitario. Chi è?"
"Non saprei," disse Pegeen. "Vedo soltanto due persone vestite nel modo più strambo che io abbia mai..."
"Treat o Trick,63 forse."
Di nuovo si fece udire il carillon: Lodate Iddio dal quale vengono tutte le benedizioni.
"Chiunque sia," dissi andando alla porta, "troverà poco gusto con me. Che volete?" Vidi due persone in giubbotto da eschimese che somigliavano esattamente ai bambini Cliquot.
'Patrick, tesoro!" squillò una voce argentina. "Babbo!"
"Dio mio!" dissi. Tutte le altre cose che mi ero preparato a dire furono soffocate dalle pellicce di lupo. "Pegeen," gridai, "sono tornati. Michael e la zia Mame!"
"Bambino mio," gridò Pegeen e si precipitò su di lui dalla stanza di soggiorno. Seguì una scena di grande sentimento, con grande quantità di abbracci, baci e lacrime. Quando le acque si furono calmate, Pegeen disse: "Non gli dai un bacio al babbo, Michael ?"
"Ormai ho dieci anni e sono alto un metro e cinquanta!" disse Michael. "La zia Mame dice che gli uomini che si baciano di qua e di là sono..."
"Mi pare che potresti fare un'eccezione in questo caso, mio piccolo amore," disse in fretta la zia Ma- me. "Ora ho appena il tempo di prendere un drink e poi bisogna che me ne vada. Il mio Volvo è giù e so bene che non dovrebbe trovarcisi."
"Il tuo cosa?" dissi.
"Il mio Volvo. Una di quelle divine piccole automobili svedesi che ho scoperte. La Rolls è troppo grande per andare di qua e di là. Infatti ho deve arrivare da Fairbanks, se non ha perduto la strada. Ah, Patrick, tesoro, due dita di whisky scozzese sarebbero stupende." Si tolse il giubbotto di lupo rivelando una figurina snella come sempre e il capo coperto di riccioli argentei.
"Benissimo!" dissi stordito. "Il ritorno della signora Burniside ! Ora che sei tornata, naturalmente siamo felicissimi, ma non abbiamo saputo assolutamente nulla di voi per quattro benedetti mesi. Non avreste potuto mandare almeno una cartolina postale?"
"Ne abbiamo scritte un mucchio, babbo," disse Michael; "però nessuno nella colonia dei nudisti aveva un francobollo."
"Nella che cosa?" disse Pegeen.
"Ora non annoiare i tuoi genitori con cose senza importanza, Michael, tesoro," disse rapidamente la zia Mame. 'Era semplicemente un luogo di cura svedese, un'isoletta piccolissima nel Baltico. Meravigliosa, per rialzare il tono."
"E io avevo un terribile mal di gola e..."
"Ah sì, Michael?" disse Peegen. "Stavo tanto in pena per la tua salute."
"Non è stato nulla," disse noncurante la zia Mame. "Ebbi il permesso di fargli portare una sciarpa intorno al collo, per quel giorno, ed è stato rimesso a nuovo. Dovete ammettere che il ragazzo è i! ritratto della salute. E, immaginate, sa sette lingue; tre le parla correntemente."
"Ma quattro lunghi mesi senza una parola!" insistetti. "Pegeen e io ci siamo rovinati la salute, tanto si era preoccupati. Ho telegrafato all'estero a tutta la gente che conoscevo. Mi sono rivolto al Dipartimento di Stato, a un'Agenzia investigativa..."
"Ma Patrick, tesoro," disse la zia Mame, sorseggiando con eleganza il suo drink. "Siamo stati in luoghi talmente remoti. Ho capito che invece di portare questo caro bambino in luoghi turistici e comuni come il Tibet o l'Afghanistan o l'Etiopia, era meglio uscire un poco dalle vie battute. Così, dopo avere visitato la penisola scandinava, abbiamo fatto l'Islanda, la Groenlandia e l'Alaska. Ve lo dico io, c'è un grande avvenire nei ghiacci..."
"Scusatemi," dissi. '"Ho sentito un rumore curioso."
"È Muscatel, babbo," disse Michael.
"Chi?"
"Il bue muschiato di Michael. Lo abbiamo comprato in una stazione commerciale, fuori di Godthaan, quando siamo stati in Groenlandia, Quel caro vecchio danese li alleva e non abbiamo potuto resistergli. Naturalmente, Muscatel era allora soltanto un bambino. Non è nemmeno finito di crescere adesso. È dolce come un agnello e so che tutti vorranno avere un bue muschiato appena lo vedranno."
"Che cosa mangiano i buoi muschiati?" domandò Pegeen.
"Cespugli, fiori, roba così," disse Michael. "Posso portarlo in camera con me, stanotte?"
"No di certo," dissi. "Non sai che specie di malattia potresti prenderti, inoltre credo che perda il pelo."
"Oh, non prenderei nessuna malattia da Muscatel, babbo. Infatti, quando la zia Mame e io abbiamo visitato i lebbrosi..."
"I... che cosa ?" disse Pegeen sconvolta.
"Michael, tesoro," disse la zia Mame, insistendo sulle parole. "Il babbo e la mamma crederanno che non ho saputo darti un'educazione. Non bisogna che parli sempre tu. Ricordati che per quanto tu sia maturo, hai soltanto dieci anni. Parlava di leopardi, mia cara. Attraversando la Somalia ne abbiamo veduti una quantità. Non è vero Michael ?"
"Oh sì, zia Mame," disse Michael, non del tutto sicuro. "E poi, ci fu quella volta, di quell'uomo che allevava i pitoni e la zia Manie mi permise di entrare e..."
"Lei ti ha permesso che cosa ?" disse Pegeen.
"Michael, mio piccolo amore," disse la zia Mame alzandosi in piedi, "c'è della roba in macchina, qualche ricordo per i tuoi genitori, 'vieni ad aiutarmi a portarla in casa. Inoltre, ho dimenticato di dirti una cosa."
"Vengo io," dissi.
"Oh no, Patrick. Comunque, voglio dire un'ultima parola a Michael. Vieni, cocco. Poi bisogna che la zia Mame scappi. Devo fare una conferenza al Circolo degli Esploratori stasera. E ho promesso a Cris Mexander di posare per il mio ritratto. Soltanto la piccola Mame e tonnellate e tonnellate di meravigliose pellicce." E con queste parole scomparvero.
"Non mi sembra vero," disse Pegeen. "Ha riportato il nostro bambino in condizioni certamente migliori di quelle in cui si trovava quando, quasi per magia, lo ha fatto sparire. Ma cosa pensi che voleva dire quando ha parlato di una colonia di lebbrosi e che..."
"Oh, nulla," dissi in fretta. "Sai che viva immaginazione hanno tutti i bambini."
"No. So invece che dobbiamo prepararci, con la velocità de! lampo, a un buon Natale all'antica. Voglio dire che questa è l'occasione buona di fare di nuovo l'albero, di dare a Michael il trenino elettrico, la bicicletta, il giuoco della chimica, il microscopio e tutte le altre cose che non era qui per ricevere negli ultimi due Natali."
"Potremo anche pensare a preparargli un po' di pranzo e la camera per lui e per Muscatel."
"Oh, guarda quel!a sozza bestia!" disse Pegeen, affacciandosi alla porta aperta. "Ha mangiato tutto il mio rododendro! Sciò! Vattene! Eccoli. Tornano a mani vuote dalla macchina. Non vedo traccia di quei piccoli ricordi."
Mi accostai al!a porta e dissi: "Probabilmente li avranno lasciati da qua!che parte. Lei tende a essere..."
Tacqui di botto quando udii la zia Mame dire: "Ricordati, mio piccolo amore, vi sono cose che i genitori devono semplicemente non sapere. Sarà il nostro segreto." Poi ci vide e gridò: "Come sto diventando distratta! Tutti i regali sono ammucchiati nell'ingresso dell'albergo St. Regis, insieme coi miei bastoni totem. Dove potrò mettere quei bastoni totem, non riesco a immaginarlo."
"Ho una proposta da fare," dissi sapendo precisamente per esperienza che cosa aveva passato mio figlio con la sua prozia.
"Ahimé. tesoro, non posso trattenermi ad ascoltarti, ora. Arriverò già in ritardo alla mia conferenza." Baciò Pegeen e me rapidamente. "Mi rincresce che sia stata una visita così breve, ma tutti vogliono conoscere il nostro viaggio, minuto per minuto."
"Nessuno più di me," dissi.
"Addio, Michael, mio picco!o amore," disse la zia Mame, prendendolo fra le braccia. "Non ho mai avuto un compagno di viaggio più caro. Dopo tuo padre. Forse, nell'estate prossima, potremo ricominciare."
"Per due anni e mezzo?" disse Pegeen.
"Oh no. Soltanto un breve viaggio, scendere o risalire il Rio delle Amazzoni; forse solo scendere e risalire. A bientót, tesori. Divertitevi bene per Natale. Me ne vado nelle Indie! E ricordati, Michael, precisamente di quel che ti ha detto la zia Mame."
"Vuoi dire che non devo dire nulla..." cominciò Michae!
"Addio, tesori! Addio! Addio! Addio!!" disse forte la zia Mame. Si mise quasi a correre lungo i! sentiero.
"Michael," disse Pegeen osservando la zia Mame mentre saliva nel!a sua vetturetta svedese, "dove siete andati precisamente?"
Intorno a! mondo mamma." "E che cosa avete fatto?"
"Nulla."
"Addio, mio piccolo amore," gridò la zia Mame al di sopra del ruggito del motore. "È stato un viaggio meraviglioso."




1)
Esploratore cucciolo.  ↵
2)
Madre della tana.  ↵
3)
Cocktail composto di Cointreau, cognac e sugo di limone.  ↵
4)
Ranocchie. Termine. dispregiativo usato dagli anglo-americani per designare i Francesi. (N.d.T.)  ↵
5)
Piccole zucche svuotate, dove si mettono frammenti di vetro o metallo. Sono poi agitate come tamburelli o nacchere nei ritrovi notturni.  ↵
6)
In quei tempi, la direzione delle Folies-Bergère offriva sempre agli aficionados uno sketch tragico che di solito comprendeva una regina tragica, sempre impersonata da una grande stella che cambiava vestito almeno una mezza dozzina di volte. più una mezza dozzina di cambiamenti di scena, una bella quantità di girls, e anche qualche boy. un'usanza quasi abbandonata dopo l'ondata del turismo che seguì la guerra.  ↵
7)
Giornale popolare di piccolo formato.  ↵
8)
Casco di paglia, fatto con la fibra di una pianta equatoriale. (N.d.T.)  ↵
9)
Abyssinia, cioè be seein' ye," cioè "l will be sceing you," cioè arrivederci.Vergine per poco, non per molto - Stiamo tutti allegri - Sentirsi roseo, cioè vedere tutto roseo, e anche sentire, tastare Rosy.   ↵
10)
Cioé: how a' ye? = how are you? - come state?  ↵
11)
Wop: termine spregiativo per indicare gli italiani.  ↵
12)
Stufatino cinese. Scherzo sul particolare che i cinesi non pronunciano la erre; cosa; machia cioè very good. "Un buonissimo stufatino.'   ↵
13)
Dago: altro termine spregiativo per indicare gli italiani, i greci, gli spagnoli.  ↵
14)
Giuoco di parole: la pronuncia sbagliata del cugino accosta due sillabe e ne fa risultare la parola offensiva dago. Il senso letterale della frase è: Voi andate per la vostra strada e loro vanno per la propria.   ↵
15)
Arruffone - e anche mannaia.   ↵
16)
Sonno di Bellezza.   ↵
17)
Giuoco di parole intraducibile: Vienna, cioè: noi siamo in [un mucchio di guai].   ↵
18)
Conto, per favore.  ↵
19)
Per un po' di musica notturna.  ↵
20)
Attenzione. Fermate!  ↵
21)
Mi sarei innamorata cosi volentieri, una volta.  ↵
22)
Cameriera.  ↵
23)
I/8 di litro di vino bianco, e I/8 di acqua di seltz. Molto bevuto a Vienna.  ↵
24)
Imperatrice degli ospedali.  ↵
25)
Contadine.  ↵
26)
Calzoni corti di cuoio.  ↵
27)
Stanza dei signori.  ↵
28)
Personaggio stupido di un corale strip.  ↵
29)
Chiacchierata della merenda, per la quale i tedeschi preferiscono il caffè ai tè.  ↵
30)
Bel tempo andato.  ↵
31)
Festa della consacrazione di una chiesa seguita da una fiera.  ↵
32)
Locanda.  ↵
33)
Johanna Spyrl (1827-1901) pubblicò nel 1880 un libro religioso e sentimentale, illustrato con scene alpestri svizzere, intitolato Heidi.  ↵
34)
Negozio di moda maschile e di oggetti sportivi, famoso a New York.  ↵
35)
Anonima Alcolici.  ↵
36)
Ottuso  ↵
37)
Lanzichenecco  ↵
38)
rozza contrazione di Suffering Bar Steward, nome di un beveraggio micidiale. Baristi Sofferenti - Bastardi Sofferenti.  ↵
39)
Sottili frittelle ripiene di marmellata.  ↵
40)
In altre parole: Tu hai del sex-appeal per me.  ↵
41)
Alla lettera: temperino. Si dà questo nome a un tuffo che il tuffatore compie lanciandosi da molto in alto, toccandosi le caviglie con le dita, allungandosi poi e drizzandosi durante la traiettoria prima di toccare l'acqua.   ↵
42)
Lane Bryant, negozio nella Fifth Avenue, specializzato in abiti adatti alle donne grasse, destinati cioè a farle apparire meno grasse.  ↵
43)
Si lasciava il biglietto con una punta piegata, per significare che si era venuti di persona e non avevano mandato il cameriere. Non si usa più da anni.  ↵
44)
Parola ebraica che significa carne di manzo, specie della spalla, fortemente dragata e affumicata. Si serve calda.  ↵
45)
Tavola tonda, il cui piano fissato con una cerniera può essere messo verticale. Intorno al piano del tavolo c'è un orlo leggermente più alto; come l'orlo di pasta frolla di una crostata. Di qui, il nome. (N.d.T.).  ↵
46)
Associazione per lo più femminile. ma non esclusivamente, fondata per la beneficenza nel 1788, e riesumata nel 1868. Si suppone che fosse molto pia e austera.  ↵
47)
Scherzo intraducibile: Hoare, cognome illustre, si pronuncia esattamente come whore, il sostantivo che nomina il mestiere più antico del mondo. (N.d.T.).  ↵
48)
Attrice tragica. Personaggio leggendario pettegolo, difensore delle convenienze.  ↵
49)
Infatti, le repliche successive furono 2327, battendo allora il record nella storia del teatro. Tobacco Road, di Erskine Caldwetl, doveva averne 3182 e Life with Father, 3183.   ↵
50)
Locale notturno.  ↵
51)
Cappello Torta di Porco: piccolo cappello con cupola piatta, più larga alla base, più stretta in cima, con tese rialzate come il piatto su cui in Inghilterra si serve il pasticcio di porco.  ↵
52)
L'osservazione degli uccelli in volo è una mania anglosassone. Gli amatori si alzano prestissimo e tengono nota su un registro di tutte le specie di uccelli osservate, con o senza cannocchiale.  ↵
53)
"Sciocco asino": espressione usata da certi inglesi che, secondo l'autore, si rivelano perciò leziosi o snob.   ↵
54)
Sono molto rari: zaffiri tagliati con superficie convessa e lucida che per la loro proprietà di asterismo danno l'apparenza di una stella a un punto di luce riflessa. Proprietà che è data dalla presenza di cristalli microscopici fra gli strati dello zaffiro.  ↵
55)
Mossa nel giaco del rugby.  ↵
56)
Non la Bibbia, ma Wordsworth.  ↵
57)
Borbottio incomprensibile.  ↵
58)
Studenti che usufruiscono della borsa di studio Rhodes.  ↵
59)
Rosetta: città con porto nel basso Egitto, sul ramo occidentale del Nilo. L'iscrizione trilingue di Rosetta scoperta nel 1799, forni la chiave per la spiegazione dei geroglifici. (N.d.T.).  ↵
60)
Società studentesche.   ↵
61)
Edie; lo scherzo vorrebbe significare che i greci non sanno pronunciare la R.  ↵
62)
Espressione che si riferisce All'antica usanza di far camminare prigionieri o pirati su un asse (walk the plank) sporgente dal fianco Galla nave, dopo aver loro bendato gli occhi, (N.d.T.).  ↵
63)
Treat o Trick: Bambini che per Ognissanti girano per le case chiedendo offerte; se vengono trattati bene con regali o rinfreschi (treat) sono cortesi; se non ricevono nulla (trick. trucco) si vendicano impiastricciando di vernice i finestrini dell'auto.  ↵
Table of Contents
LA ZIA MAME E LA POSTERITÀ
LA ZIA MAME E LA "VILLE LUMIÈRE"
LA ZIA MAME NEI CIRCOLI DI CORTE
LA ZIA MAME E IL CACCIATORE DI DOTE
LA ZIA MAME E UNA QUESTIONE DI FAMIGLIA
LA ZIA MAME NEL SUO RITIRO TRA I MONTI
LA ZIA MAME E IL BARILE DI POLVERE DEL MEDIO ORIENTE
LA ZIA MAME E IL LUNGO VIAGGIO DI RITORNO
LA ZIA MAME E IL RITORNO IN PATRIA

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